ritratto di Federico Cesi realizzato dal pittore Pietro Fachetti
1 Pietro Fachetti, Ritratto di Federico Cesi

 

«Il culto di Dio ottimo massimo e delle sue opere
l’assidua contemplazione della universale macchina del mondo
la mente sempre nutrita dagli scritti e dai detti dei sapienti […]
mossa dalla volontà di aiutare e soccorrere […]
Queste cose sono degne di un uomo, di un nobile, di un principe.
Federico Cesi, il principe dei lincei, volle in tal modo

ammonire se stesso ed i suoi, per sempre».

(Federico Cesi, Epitaffio)

 

L’Umbria ha dato i natali alla nobile casata dei Cesi, originari di una piccola frazione di Terni e poi Duchi di Acquasparta. Il senso di appartenenza alla terra umbra e l’attaccamento alla sua intima religiosità furono fortemente radicati nella famiglia e in Federico Cesi, illustre scienziato fondatore dell’Accademia dei Lincei. Gilberto De Angelis, nell’ambito dei suoi studi sulla biografia del Principe Linceo, riconosce l’importanza che ebbe la spiritualità cristiana per la formazione dello scienziato. In una ampolla di vetro suo padre conservava la reliquia del sangue di San Francesco, e il piccolo Federico e i suoi fratelli erano iscritti alla Confraternita intitolata allo stesso santo. In quella sede, dove nobili ecclesiastici e calzolai si chiamavano tra loro «fratelli», fu per lui possibile saggiare un riuscito esperimento di comunione universale che ben si conciliava con gli insegnamenti di sua madre, la tuderte Olimpia Orsini. Ella fu una donna straordinariamente devota, che il figlio amava chiamare «Heroina Romana» in virtù di una esemplare pudicizia. Il progetto di Federico Cesi si innestò senza dubbio sulla lezione francescana, che insegnava l’entusiasmo per la contemplazione della natura in quanto creazione di Dio, e che manteneva vive le categorie agostiniane di«scientia», il contingente sapere umano, e «sapientia», la verità immutabile di Dio in una sintesi originale. San Bonaventura, il più celebre Dottore Francescano, riferisce alla Sapienza il sapere scientifico e filosofico: solo padroneggiando la Scienza umana è possibile rivolgersi alla conoscenza dell’Eterno. Il motto linceo «Sapientiae Cupidi» si erge su queste fondamenta, sul riconoscimento dei limiti di un sapere che deve trascendere la propria precarietà per coniugarsi con Dio.
Da sempre desideroso di sapienza, Federico Cesi fu autodidatta nelle scienze e poliglotta, abile in latino, greco, arabo, ebraico e spagnolo. Educato persino da un precettore arabo, la sua visione del sapere non poteva che essere cattolica, universale. Nello studio delle scienze suo campo di indagine sarà la natura tutta, anche quella propria del «Nuovo Mondo», l’America di Colombo che aveva messo in crisi la scienza della natura degli antichi. La bizzarra flora esotica, che mai era comparsa nelle opere di Plinio, si riverserà poi con tutti i suoi colori nell’opera lincea Il tesoro messicano, volume collegiale pubblicato solo dopo la morte del fondatore dell’Accademia.
L’istituzione dell’Accademia entrò concretamente nei progetti di Cesi solo quando egli trovò i propri «frates» (così i Lincei amavano chiamarsi tra loro). Fin da subito si dimostrò un organismo insolito, moderno, tanto da divenire modello per la futura Royal Academy di Londra e per l’Accademie de Sciences di Parigi. L’Italia del XVII secolo pullulava di Accademie, da quella degli Insensati di Perugia all’Accademia della Crusca. Tutte erano però rivolte alle «cruscate», cioè agli scherzi giocosi, e quando serie alla poesia o alla filosofia. Quella dei Lincei fu invece un unicum, la prima al mondo che si proponeva lo studio delle «scienze meno coltivate», dall’astronomia alla botanica, e più in generale lo studio della natura tutta.
Da principio fu costituita da Federico Cesi, da soli altri due giovani italiani, Francesco Stelluti e Anastasio de Filiis, e da Giovanni Heckius (Johannes van Heeck), un cattolico in fuga dalle persecuzioni calviniste nei Paesi Bassi. Heckius, dopo essere giunto in Italia, si era laureato in Medicina all’Università di Perugia. Presto diventato inviso agli speziali per le sue pratiche innovative, fu colpito a tradimento mentre andava a cavallo e ingiustamente portato in carcere. Venne liberato solo grazie all’intercessione di Federico Cesi, che era venuto a conoscenza della vicenda. Condotto ad Acquasparta, il medico strinse con il coetaneo una sincera amicizia che porterà alla creazione dell’Accademia. Ma ben presto il padre di Cesi, sospettando pericolose derive eretiche, ne fu contrariato e decise di far bandire «lo straniero» da Roma e di mandare Federico in viaggio a Napoli per allontanarlo da casa. Ciononostante, prima di guadagnarsi il definitivo benestare della famiglia, i giovani continuarono a comunicare tramite lettere, sostituendo ai segni dell’alfabeto quelli dello zodiaco.
In questo espediente è già visibile l’apertura serena dei giovani studiosi alle scienze occulte e al misticismo. Come ha notato Eugenio Garin nel corso del convegno celebrativo del quarto centenario dalla nascita di Cesi, l’Accademia dei Lincei fu un organismo ibrido, che in virtù di questa caratteristica favoriva il dialogo tra punti di vista divergenti, in un contesto di crisi generale delle università e della libertà di pensiero. Vi convivevano il nuovo metodo sperimentale e la scienza dei naturalisti rinascimentali, intrisa di alchimia e di segreti. Non deve sorprendere quindi che Giovan Battista della Porta, custode di ricette magiche e antiche superstizioni, fosse Linceo al pari di Galilelo Galilei. La demarcazione tra magia e scienza allora era molto labile: Cartesio racconta di sogni premonitori, le spiegazioni di Keplero saranno pervase di carica religiosa. Quel che ebbero in comune tutti i Lincei fu però l’idea di una scienza rinnovata, finalmente fedele all’osservazione diretta e non ai precetti aristotelici. Federico Cesi scrisse che la scienza esige lo studio dei maestri dell’antichità, ma che questo non basta «poiché, per far qualche cosa da noi, è necessario ben leggere questo grande, veridico et universal libro del mondo; è necessario dunque visitar le parti di esso et essercitarsi nello osservare et esperimentare».
Queste parole risalgono al 1616, cinque anni dopo che Galileo Galilei, il più fedele lettore del libro del mondo, entrò nell’Accademia come sesto firmatario. Dopo la sua sottoscrizione le adesioni si moltiplicarono: tra il 1611 e il 1613 i Lincei divennero venti. Nel 1613 l’Accademia pubblicò la sua prima edizione collegiale, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari. È significativo che la prima opera che reca il simbolo linceo sul suo frontespizio non sia stato il volume proposto da Heckius, una dissertazione contro i protestanti: ormai l’Accademia intendeva spendere le proprie risorse esclusivamente in favore della scienza razionale. Il testo pubblicato si compone delle lettere che Galilei inviò al linceo Welser, nelle quali egli riporta quanto aveva potuto osservare sulla irregolare superficie della fotosfera. Con grande sgomento della Chiesa, Galileo sottrae all’astro metaforicamente coincidente con Dio la sua imperitura perfezione.

edizione lincea di Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari di Galileo Galilei
2 Galileo Galilei, Istoria e Dimostrazioni Intorno alle Macchie Solari (1613)

 

Per discutere di queste implicazioni Cesi e Galileo si scambiarono molte lettere, specie in merito alla spinosa questione dell’eliocentrismo. Quando il cardinale Bellarmino comunicò inaspettatamente il divieto di professare il copernicanesimo, l’Accademia appoggiò coraggiosamente la posizione di Galileo, precisando in una nota che i risultati scientifici siano da considerare come opinioni e non da assumere come dogmi. La conseguente defezione di Luca Valeri, intimorito dalle possibili ritorsioni della Chiesa, fu condannata senza deroghe da tutta l’associazione di scienziati riuniti in adunanza speciale. Nel 1618 Federico Cesi scrisse persino una lettera a Bellarmino, spronandolo ad abbandonare le «antiche selve dei testi antichi e a rivolgersi all’osservazione diretta della natura». Nonostante questa onesta intransigenza intellettuale, dopo il 1616 l’Accademia preferì occuparsi di temi diversi dall’astronomia, e specialmente di scienze della natura.
L’occasione per una grande opera si presentò nel 1623, quando venne eletto papa Maffeo Vincenzo Barberini, uomo vicino ai Lincei e a Galileo. Per celebrarlo, Cesi realizzò una grande tavola sinottica sulle api, simbolo della casata del pontefice. L’Apiarium conteneva importantissime informazioni naturalistiche, ma anche riferimenti poetici e allusioni di significato morale. Luigi Guerrini nota come Cesi consideri l’ape vera e propria mediatrice tra il mondo terreno e quello celeste: al piccolo insetto spetta infatti il compito di raccogliere gli umori celesti depositati sui fiori e di trasformarli in miele. L’Apiarium doveva far parte di una monumentale opera naturalistica che non fu mai portata a termine dal Principe Linceo, il Theatrum totius Naturae. Il proposito cesiano celato dietro al tentativo di creare una sintesi di tutti i fenomeni naturali era quello di conseguire un sapere enciclopedico, di stampo medievale, cui i filosofi erano ancora legati (e che presto saranno costretti ad abbandonare in favore della controversa specializzazione delle discipline). Tuttavia, presso l’Institut de France di Parigi, sono state recentemente scoperte più di mille carte preparatorie redatte da Cesi per il suo Theatrum, che ancora oggi risultano di singolare importanza. Fra queste sono conservati i preziosi disegni delle «piante imperfette» studiate dal Princeps. Con questa categoria egli si riferiva a funghi, felci e fossili, corpi «mutilati» che difettavano delle caratteristiche tipiche delle altre forme di vita e che risultavano di difficile classificazione. Questi organismi erano interessanti soprattutto perché mancavano di un visibile apparato riproduttivo con cui poter spiegare la loro genesi. Per indagare quello che considerava un misterioso segreto della natura e della vita, Federico utilizzò uno strumento a lui pervenuto da Galilei, il microscopio. Questo «occhialino», che non si confaceva allo sguardo di Galileo, in quegli anni rivolto al cielo, si adattava perfettamente alle ricerche degli altri accademici, interessati soprattutto alla biologia.
L’occhio della Lince, dalla cui acutezza prendeva il nome la stessa Accademia, lungimirante, non si ritraeva di fronte alla possibilità del superamento dei propri limiti. Grazie al microscopio, il cui nome fu coniato dagli stessi lincei, Cesi scoprì i sori, i siti dove i funghi producono le spore, benché questo merito spesso sia stato attribuito al naturalista svedese Linneo.

particolare dell'Apiarium di Federico Cesi
3 Federico Cesi, Apiarium (1623)

 

La morte prematura di Federico, all’età di quarantacinque anni, troncherà queste ricerche e arresterà l’attività dell’Accademia, che il linceo Stelluti tentò con fatica di tenere in vita e che poi egli stesso congedò. Si dovrà attendere un secolo per la prima rinascita dell’Accademia, che grazie alla forza originaria delle sue idee è riuscita a sopravvivere fino ai giorni nostri.
Tre anni dopo l’eclissi del Princeps si celebrerà anche la condanna di Galilei. Il fisico pisano non poté più contare sul patrocinio linceo per la pubblicazione de Il dialogo sopra i due massimi sistemi dal mondo, l’opera che lo costringerà all’abiura, e si trovò privo del tenace mediatore tra Scienza e Chiesa che era stato Cesi. Forte di uno spirito di conciliazione cui era stato obbligato per soprassedere alle discordie familiari, egli aveva sempre cercato di contenere la vena polemica di Galilei, invitandolo a spendere nello studio delle Scienze tutte le sue energie.
Quello che contraddistinse sempre la figura del Princeps fu questo spirito conciliatorio e mai servile, che si accompagnava necessariamente a una tendenza al realismo, politico e filosofico, in un tempo contraddistinto dal desiderio di evasione (lo stesso anno della fondazione dell’Accademia dei Lincei veniva pubblicata la La città del Sole di Tommaso Campanella). Cesi dimostrò un precoce ma spiccato spirito illuminista, ancora vivido nel discorso Del naturale desiderio di sapere, un programma di intenti rivolto ai lincei. Lì viene rivendicato un pari potenziale intellettivo per tutti gli uomini, a partire dal presupposto per cui la volontà di conoscere è universalmente innata. Tuttavia questo tipo innatismo non coincide con una sorta di predestinazione. L’ozio è il primo antagonista della naturale inclinazione umana allo studio. Questo richiede grande dedizione e «la dolcezza e l’utile del sapere vengono risguardate come da lontano e come distaccate da noi dall’asprezza di longo lavoro fraposto». A deviare l’uomo dall’imparare si frappone poi il desiderio di ricchezza, che non lo sprona ad indagare ciò che è ritenuto inutile. Da ultimo intervengono le barriere di tipo economico e culturale che ostacolano i giovani nell’esercizio del sapere. Cesi nota realisticamente che per «gl’infermi e poveri, gl’occupati in negotii necessari» è impossibile dedicarsi allo studio delle scienze. L’Accademia, che avrebbe dovuto diffondersi capillarmente, si assume la responsabilità «di supplire a tutti li sopradetti difetti e mancamenti, rimuovere tutti li ostacoli et impedimenti et adempire questo buon desiderio», anticipando le politiche illuministe alla base delle odierne società civili. Fautore di un’idea di conoscenza mai disgiunta dall’etica, su cui riflettere oggi più che mai, Cesi si pronuncia infine sulla necessità di perseguire un sapere che mai possa nuocere agli uomini. L’occhio della lince, chiaroveggente, rifugge la creazione di strumenti lesivi della dignità umana, e guarda invece a una Scienza utile per la propagazione «della pace, della bontà e del valore».

 

Costanza Coloni studia Filosofia all’Università di Bologna. Parallelamente agli studi porta avanti le sue ricerche nell’ambito della fotografia.