L’esposizione dell’autunno 2016 dedicata ad Enzo Rossi, allestita al Museo di Palazzo della Penna a Perugia e, prima ancora, a Palazzo Vecchio di San Gemini in occasione della 43ª Giostra dell’Arme (Enzo Rossi, dal Neocubismo all’Istituto per l’arte sacra, 24 settembre-9 ottobre/13 ottobre-4 dicembre, catalogo edito da Ente Giostra dell’Arme), ha permesso di ricostruire l’itinerario dell’artista dagli esordi alla maturità, nonché dell’ambiente culturale in cui si è formato e cresciuto.
Coetaneo di Alberto Burri e Leoncillo, Enzo Rossi è nato a Perugia nel 1915 e ha partecipato, tra 1947 e 1956, all’entusiasmante esperienza artistica di Villa Massimo a Roma. Una vicenda che Orietta Rossi Pinelli, figlia dell’artista e curatrice della mostra insieme a Massimo Duranti ed Enrico Crispolti, aveva approfondito nel 2008 con il saggio Villa Massimo 1948-56: un laboratorio di ricerca per un nutrito gruppo di artisti italiani, pubblicato nel catalogo Brunori. Una poetica del colore nel secondo Novecento, De Luca editore, Roma (pp. 37-47). Puntualmente la storica dell’arte ricordava come fosse stato Guttuso a convincere Togliatti, allora Ministro del governo provvisorio, nel destinare gli spazi rimasti vuoti di Villa Massimo (già accademia destinata agli artisti tedeschi, dopo il 1945 veniva requisita dallo Stato italiano poiché simbolo dell’occupazione) a studi d’arte per gli artisti distintisi durante la resistenza. Qui Enzo Rossi, per il tramite di Leoncillo, arrivava nel 1948 dando avvio al percorso artistico che lo avrebbe visto protagonista nella Capitale, e non solo, per i quarant’anni a venire.
Gli esordi, tuttavia, si collocano a Perugia con la frequentazione dell’Istituto d’Arte, dove conosce proprio Leoncillo, instaurandovi da subito un forte e duraturo legame. Successivamente passa all’Accademia di Belle Arti, istituto in cui, dal 1959 al ’71, insegnerà scenografia, ma è nell’ambito della medicina che inaspettatamente Rossi riceve i primi stimoli per una personale crescita artistica. Intorno alla metà degli anni Trenta inizia, infatti, l’attività di disegnatore al microscopio per vari istituiti universitari, in particolare per quello di Anatomia Patologica diretto dal prof. Severi. Ciò gli consente di meditare sul concetto di bellezza accorgendosi di come i tessuti umani visti al microscopio, quand’anche malati, presentino un’armoniosa grazia, maturando la convinzione che il bello possa esistere in ogni condizione (alcune di queste tavole sono state esposte in mostra e pubblicate nel suddetto catalogo).
Parallelamente avviene il significativo incontro con Gino Severini, che avendo da poco pubblicato il volume Ragionamenti sulle arti figurative (1936) introduce il giovane al Cubismo di Picasso, spingendolo alla riflessione su Guernica. L’attenzione ai dettagli del mondo microscopico unita alla scomposizione analitica della realtà, lo inducono ad una profonda analisi del lavoro artistico che tuttavia, a causa della guerra, subisce una decisa battuta d’arresto.
Nel 1940 sposa quindi la pittrice Tina Rossi, giunta a Perugia dalla lontana Genova per seguire all’Accademia le lezioni di Gerardo Dottori, appena rientrato in città dopo il lungo soggiorno romano iniziato nel 1926. Sono anni dedicati alla neonata famiglia per Enzo Rossi, ma anche di attivismo politico, partecipando con la moglie alla resistenza umbra, fatto che gli permetterà di essere accolto fra gli artisti di Villa Massimo. Ma intanto la sua pittura non ha ancora maturato i caratteri distintivi. La tempera su tavola intitolata Marina, del 1941, mostra un linguaggio calibrato verso soluzioni onirico-metafisiche, sia nel soggetto (scena bucolica dove un giovane raffigurato di spalle, nudo accanto al suo cavallo, suona un corno rosso rivolto verso il mare) che nella stesura del colore, chiaramente legata a stilemi neo classicheggianti.

enzo rossi, marina (1941)
1 Marina, 1941, olio su tavola, 62×50 cm

 

Conclusa la guerra, la ricerca di Enzo Rossi riprende il cammino mostrando nelle opere dipinte dal 1946 il chiaro tributo al picassismo di Guernica, esplicato in una spiccata rigidità geometrica e pressoché totale assenza di colore. I soggetti si attestano su nature morte e ritratti (Autoritratto, 1946; Natura morta con chitarra e teschio, 1948), mentre le cromie spaziano dal grigio al marrone con lievi accenni di tonalità calde. Contemporaneamente si trasferisce in via Oberdan, negli ambienti dell’ex ospedale Santa Maria della Misericordia. La casa è grande e viene immediatamente adibita a studio, divenendo punto d’incontro fra artisti ed intellettuali: da Enzo Brunori a Giovanni Dragoni e Romeo Mancini (con i quali stringerà un legame perdurante ben oltre gli anni perugini) a Dante Filippucci, Vittoria Lippi, Valter Binni, Luisa Buitoni i coniugi Brajo e Bettina Fuso e il carismatico Aldo Capitini, che coinvolgeva questi giovani in conferenze presso l’Università per gli stranieri di cui era rettore. Quest’ultimo influenzerà notevolmente l’orientamento ideologico di Enzo Rossi, verso una visione laica del cattolicesimo dalla quale prenderà origine la sua riflessione sul rinnovamento dell’arte sacra. Una questione studiata nel dettaglio da Mariano Apa, che dedicò all’artista una significativa personale (Enzo Rossi. Dignità della Bellezza. Cultura dell’Arte Sacra a Perugia e in Italia, 1936-1996), destinata inizialmente ad essere tenuta nel Sacro convento di San Francesco ad Assisi e poi, causa terremoto, aperta a Perugia nel Palazzo dei Priori, Sala del Grifo e del Leone (13-28 dicembre 1997).

enzo rossi, autoritratto (1946)
2 Autoritratto, 1946, olio su tela, 80×60 cm

 

Comune fra questi giovani artisti è la pratica di operare in gruppo, a volte confrontandosi su soggetti simili. Lo testimonia una singolare esperienza del 1948, quando Rossi, Brunori, Mancini e Dragoni lavorano parallelamente al ritratto dell’allora ventiduenne Lavinia Castellani Albanese, che trovatasi a passare in un giorno piovoso proprio davanti allo studio di via Oberdan, già frequentatrice dei gruppi di giovani artisti della città, fu convinta a posare per loro. Ne nacquero quattro opere eccellenti che ci aiutano oggi ad individuare dettagliatamente le differenze stilistiche (purtroppo l’opera di Dragoni risulta attualmnte non rintracciata). Opere presentate nella mostra di Palazzo Della Penna e pubblicate nel catalogo con una scheda redatta da Anna Lisa Vergarolo.
Intanto Rossi viene incaricato di realizzare interventi murali significativi come il grande affresco nello stabilimento Angora-Spagnoli, Le operaie dell’Angora (1947) o le pitture murali per il ristorante La Rosetta (1948), ma anche lavori in ambito teatrale come le scenografie e i costumi per il teatro lirico (Edipus Rex di Stravinsky per il Teatro San Carlo di Napoli). Nel 1948 tiene quindi la prima mostra personale a Perugia, presso la Galleria Nuova, e nello stesso anno gli amici Franco Rodano e Leoncillo lo convincono a trasferirsi a Roma, per essere ospitato nello studio che quest’ultimo occupava a Villa Massimo.
Inizia così una stagione fervente e ben presto giungono nella Capitale anche Enzo Brunori, Vittoria Lippi, Romeo Mancini e Ugo Rambaldi, formando una sorta di vera e propria ‘colonia’ umbra. Nella villa si trovano anche gli studi-abitazioni di Guttuso, Mazzacurati, Emilio Greco, Guido La Regina ed altri artisti, divenendo punto di riferimento anche per molti critici d’arte: da Lionello Venturi a Cesare Vivaldi, Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, fino ai giovanissimi Bruno Toscano, Corrado Maltese, Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti. A Villa Massimo si ripropone quell’atmosfera già sperimentata nella casa di via Oberdan e ciò è confermato dal dipinto Sedia, cappotto, cappello (1950), realizzato da Rossi contemporaneamente a Brunori e Leoncillo nello studio di quest’ultimo, riproponendo l’esperienza svolta con la giovane Lavinia (tale episodio è stato approfondito da Enrico Crispolti nel catalogo della mostra Leoncillo dei tagli e delle figure sfuggenti, a cura di Massimo Duranti, svolta nel 2015 a San Gemini Palazzo Vecchio in occasione del centenario della nascita). Questa volta non si tratta di una figura umana, ma una natura morta composta da una sedia, un cappotto e un cappello, cioè gli indumenti di Leoncillo come era solito metterli nel proprio studio. Episodio all’apparenza marginale, ma in cui si evidenzia nuovamente il metodo di lavoro di questi giovani, costantemente impegnati in un confronto stilistico sul linguaggio post-cubista.

Enzo Rossi, Sedia, cappotto, cappello (1950)
3 Sedia, cappotto, cappello, 1950, olio su tela, 75×60 cm

 

La rassegna perugina ha riservato al gruppo degli umbri a Villa Massimo un’intera sezione, permettendo la comparazione fra le opere di Leoncillo, Brunori, Romeo Mancini, Vittoria Lippi e Ugo Rambaldi a testimonianza del felice momento di condivisione lavorativa. In virtù di questo clima, non a caso, Rossi decise nel 1950 di fermarsi definitivamente a Roma facendosi raggiungere, quattro anni più tardi, dalla famiglia (la coppia aveva due figli, Orietta e Paolo) per trasferirsi nella limitrofa via di Villa Ricotti. Si apre una nuova stagione pittorica, forse anche per l’influenza della moglie pittrice con la quale tornava a vivere fianco a fianco. Una serie di opere dedicate al paesaggio di Villa Ricotti testimoniano la trasformazione in atto, caratterizzata da una maggiore vivacità cromatica unita ad un dinamismo espressionista. Il colore prende campo nella pittura alleggerendo la strutturazione geometrica iniziale in reticolati sottili e linearità d’ascendenza futurista.

Enzo Rossi, Paesaggio di Villa Ricotti n.14 (1958)
4 Paesaggio di Villa Ricotti n. 14, 1958, olio su tela, 100×120 cm

 

A Roma, tuttavia, non c’è solo Villa Massimo: profondamente religioso e influenzato dal pensiero capitiniano, immerso adesso nel centro della cristianità, è infatti sempre più indotto verso il percorso dell’arte sacra. La prima occasione arriva con il Giubileo del 1950, per il quale riceve delle commissioni a cui lavora insieme ad Enzo Brunori. Da questo momento le commissioni d’arte sacra si moltiplicano: la decorazione della cappella dell’Istituto Mendel (Roma, 1955, sempre con Brunori), interventi nella chiesa del Getzemani di Casale Cortecerro (Novara, 1951-‘53) comprendenti affreschi, mosaici, quadri e vetrate. Proprio la tecnica della vetrata permette all’artista di trovare la giusta mediazione fra la modernità e il linguaggio post-cubista. Le opere si arricchiscono dei colori forti prodotti dalla luce del sole che accende il vetro, ma la composizione non perde di rigidità, al contrario ne acquista. Realizza vetrate per una nuova chiesa del Getzemani a Paestum (1956-58), a Foligno, nel 1963, la vetrata con traliccio portante in cemento armato per la facciata della chiesa di San Giuseppe Artigiano e sempre nel ’63 vetrate con Angelo Annunziante, Maria e il Cristo Risorto per il Cimitero di Perugia e una vetrata con Cristo Risorto anche per il cimitero di Città di Castello.
Maturando una nuova consapevolezza sull’arte sacra, inizia a immaginare la fondazione di una vera e propria scuola d’arte ad essa dedicata. Del resto la riflessione dell’artista si fa sempre più rigorosa, una serie di disegni (esposti in mostra e pubblicati in catalogo) testimoniano la ricerca che nel 1963 si impone, costringendosi a disegnare ogni giorno, per quattro mesi, un disegno a penna biro (35×50), prendendo in esame un soggetto qualsiasi. Si trattava di verificare la tesi recepita negli anni giovanili disegnando al microscopio, secondo cui la bellezza è presente in ogni cosa purché osservata con la massima attenzione.
Con il Concilio Vaticano Secondo l’idea di una scuola dedicata al rinnovamento dell’arte sacra prende sempre più campo, fino a materializzarsi nel 1966 (anno drammatico che vede la morte del figlio diciannovenne Paolo durante le manifestazioni studentesche alla Sapienza) con l’apertura dell’Istituto Statale per la decorazione e l’arredo della Chiesa, in via del Frantoio a Roma. La scuola viene articolata in una serie di laboratori affidati ad artisti che, sebbene distanti generazionalmente e culturalmente, vengono da Rossi stesso ritenuti validi e capaci: il laboratorio di oreficeria e metalli, ad esempio, era affidato al giovane Giuseppe Uncini, mentre Renato Livi si occupava dei tessuti. C’era anche Giovanni Dragoni, uno degli amici di sempre che si occupava di insegnare scultura, e da Perugia era sceso a Roma Palo Pasticci, allora ventenne, anch’egli impegnato nei laboratori di ebanisteria e marmi. Questa vicenda rappresenta un ulteriore momento storico significativo per Enzo Rossi, e per questo nella mostra perugina un’ultima sezione è stata dedicata all’esposizione di alcune opere direttamente giunte dall’Istituto d’Arte Roma 2: alcuni bassorilievi in ceramica di Dragoni e Nunzio, gioielli realizzati nel laboratorio di oreficeria diretto da Uncini insieme ad un tabernacolo di stupefacente modernità. Non meno significativa la presenza di due ostensori, un crocefisso e un candelabro giunti dalla Chiesa della Visitazione di Bolzano, progettati da Uncini su richiesta del parroco don Giuseppe Rauzzi, profondamente legato ad Enzo Rossi e con il quale condivideva una forte sintonia spirituale. Un prestito importantissimo che ha permesso di toccare con mano la straordinaria capacità innovativa sperimentata dalla scuola e dai suoi artisti. Parimenti i candelabri in marmo e terracotta realizzati nel 1966 da Paolo Pasticci, dove chiaramente si può vedere la coincidenza fra lo sviluppo dei linguaggi minimali tipici degli anni Settanta alla geometricità post-cubista trasmessa dai maestri. Stesso dicasi per la presenza delle opere di Felice Ragazzo, docente di ebanisteria, del quale sono stati esposti alcuni esempi di mazzocchi ripresi direttamente da Paolo Uccello, dimostrando come la razionalità geometrica rinascimentale avesse una linea diretta con le avanguardie contemporanee. Fra queste la più importante: Dualis Theoriae Documenta, già esposta nel 1986 alla Biennale di Venezia, per l’edizione curata da Maurizio Calvesi e dedicata al rapporto fra Arte e Scienza (tutte le opere descritte sono pubblicate nel catalogo della mostra).

Enzo Rossi, Trinità (1986)
5 Trinità, 1986, olio su tela, 100×85 cm

 

Enzo Rossi ha diretto la scuola fino al 1978, lasciando un segno indelebile. Non è stato, infatti, solamente pittore, decoratore, scenografo, ma anche un fine teorico. Nel 1980, libero dalle gravosità della scuola, aveva pubblicato il volume L’arte sacra oggi. Bellezza e verità, (Studium, Roma, 1980), dove molto attentamente riassumeva le proprie convinzioni sul rinnovamento di questa profonda tradizione italiana e dove ancora oggi si possono trovare spunti di riflessione significativa.
Enzo Rossi moriva il 1 dicembre 1998, lo stesso giorno in cui si inaugurava la mostra celebrativa dei primi trenta anni della scuola da lui fondata: Arte in cattedra. Ricerca e didattica a Roma, 1967-1997, promossa dalla preside, ancora oggi in carica, prof. Mariagrazia Dardanelli, con la cura critica di Antonio Pinelli, negli ambienti dello Stenditoio al san Michele a Roma dove erano esposte opere di Rossi e degli artisti che hanno diretto i laboratori. Nei locali della scuola, invece (oggi intitolata a suo nome), si potevano trovare i lavori dei tanti ex studenti maggiormente affermatisi dopo il diploma. Alla stessa occasione è legato il libro di Daniela De Angelis, Enzo Rossi e l’Istituto d’arte Roma 2 che nel catalogo della mostra di Perugia-San Gemini ha lasciato un prezioso saggio testimoniando, una volta di più, la profonda eredità lasciataci da Enzo Rossi.

 

Andrea Baffoni è storico e critico d’arte. Direttore della rivista Contemporart (Modena) ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Perugia. Membro dell’Archivio Gerardo Dottori, saggista e curatore, ha pubblicato nel 2015 il volume Contro ogni reazione. Enrico Prampolini teorico e promotore artistico, Lantana, Roma.