Poster tedesco di "Woyzeck" di Werner Herzog con Klaus Kinski
1 Affiche tedesca di Woyzeck di Werner Herzog (1979)

 

Georg Büchner (1813-1837) visse poco più di 23 anni, fece in tempo in tempo a laurearsi in medicina, ottenere le libera docenza a Zurigo, scrivere tre drammi, La Morte di Danton, Leonce e Lena e Woyzeck, una prosa narrativa, Lenz, un pamphlet rivoluzionario, Il Messaggero dell’Assia, e infine, anche grazie anche a quest’ultimo lavoro, fece in tempo a morire in esilio. Il testo del Woyzeck, lasciato da Büchner in forma frammentaria, è stato oggetto di una complicata storia editoriale, ma, senza entrare in dettagli troppo tecnici, quella che ora noi possediamo, se pure non si tratta di una versione universalmente accettata, è un’opera di straordinaria modernità che ha ispirato il lavoro di un gran numero di artisti. Di traduzioni italiane ne citiamo tre, anche se non molto recenti e di più o meno difficile reperibilità (sapendo quanto ormai facciano in fretta i titoli a sparire dai cataloghi degli editori), comunque c’è un’edizione Adelphi (G. Büchner, Teatro, Milano, 1978); per la Utet c’è un’edizione delle Opere (G. Büchner, Opere e lettere, Torino, 1981); da Marsilio, infine, è uscita una traduzione di C. Magris (G. Büchner, Woyzeck, Venezia, 2003), curata da H. Dorowin, il quale in un saggio dettagliato ed esauriente illustra la storia del testo e quella del vero Johann Christian Woyzech, protagonista del caso giudiziario a cui Büchner si era ispirato. Di versioni cinematografiche e televisive ce ne sono state almeno una dozzina, la maggior parte delle quali si possono dimenticare senza provare alcun senso di colpa. Le versioni teatrali sono state, ovviamente, innumerevoli e certo in futuro ne verranno ancora, vorremmo ricordare però, in quanto vero capolavoro della musica moderna, la straordinaria versione operistica di Alban Berg. Terminata la composizione nel 1922 su libretto dello stesso Alban Berg, tratto dal testo di Büchner, l’opera, con il titolo deformato in Wozzeck, è dedicata ad Alma Mahler. Diamo ora, per sommi capi, cenno dell’intreccio drammaturgico: siamo in un tempo non definito precisamente, ma all’incirca i primi dell’ottocento (Biedermeier, Restaurazione). Una piccola città di provincia, poco più di un paese, sede comunque di una guarnigione stabile. Franz Woyzeck è un soldato semplice, probabilmente è l’attendente del Capitano, visto che per costui porta il vino, va a fare la legna e lo serve da barbiere. Il Capitano lo vessa con domande, insinuazioni e, ovviamente con le costrizioni del servizio. Oltre a ciò Woyzeck, per miseria, è costretto a subire le attenzioni del Dottore che lo usa come cavia per i suoi esperimenti. Franz ama Maria, con la quale ha avuto un bambino. Non sono sposati, e non è affatto certo che il bambino sia il suo, questo è uno dei motivi di critica da parte del Capitano, che spiega a Woyzeck, con supponenza e disprezzo, il valore e il significato della virtù, della morale. Woyzeck ha un solo compagno, Andres, debole e rassegnato. Lui non ha neppure una Maria, non ha passioni. Per Woyzeck Maria è la passione e la sicurezza, è la speranza di un approdo quando le sue ossessioni sembrano avere il sopravvento. Le ossessioni da cui Franz è abitato sono quelle di un uomo che non riesce più a trovare un equilibrio tra la società in cui vive e la natura. Quando Maria lo tradisce col Tamburmaggiore, cosa che come in tutte le cittadine di provincia, è presto di dominio pubblico, Franz viene ulteriormente sfottuto dal Capitano, stavolta associato al Dottore, che con insinuazioni e mezze frasi lo costringono praticamente a vendicarsi. Woyzeck perde l’ultimo barlume di equilibrio che gli consentiva di discriminare tra sogno e realtà. Viene ancora umiliato, pubblicamente, dal Tamburmaggiore che lo malmena e lo taccia di non essere un uomo perché “gli uomini veri bevono”. Infine Franz uccide Maria.
Il film è del ’78, e segue a ruota la lavorazione di Nosferatu. Le riprese di Woyzeck cominciano una settimana dopo la fine della lavorazione di Nosferatu e durano 18 giorni. Cinque giorni di sala di montaggio e il film è terminato. Non è cosa frequente nella carriera di Herzog, fa piuttosto pensare ai ritmi di un Fassbinder.
Herzog, nato nel ’42, ha 36 anni, ha raggiunto la piena maturità espressiva. La critica internazionale più avvertita lo riconosce come Autore e finalmente le sue opere cominciano ad avere una distribuzione internazionale decente, cosa che fino ad ora non avveniva neppure in Germania. A questo punto della sua carriera si contano poco meno di una ventina di lavori, tra cortometraggi, documentari e lungometraggi. Tra questi ultimi : Fata Morgana, Anche i nani hanno cominciato da piccoli, Aguirre, Kaspar Hauser, Cuore di vetro, Ballata di Stroszek. Sono tutti lavori di cui Herzog firma regia, soggetto e sceneggiatura. Herzog che, va notato, si dichiara autodidatta assoluto e totalmente privo di debiti con scuole, movimenti, autori e manifesti teorici.
Nel ’78 accade qualcosa che determina la necessità Herzog di “esplorare le proprie radici”. Nei lavori citati, è riuscito perfettamente ad esprimere una poetica chiara, nettamente riconoscibile, cosa che appunto gli è valsa il riconoscimento dello statuto di autore. Quel che gli interessa è narrare, meglio, farci vedere quello che vedono, coloro che con Hans Mayer chiameremo “i diversi”, cioè gli emarginati, gli eccentrici, in defitiva tutti i portatori di una visione del mondo non conforme agli standard accettati.
Col Nosferatu di Murnau, più volte definito da Herzog il più bel film mai realizzato in Germania e poi con il Woyzeck, uno dei testi più folgoranti della drammaturgia, non solo tedesca e non solo ottocentesca, Herzog si confronta con il Canone. Il canone narrativo (drammaturgico, ovvero letterario in senso lato, ma poi anche filmico, musicale, ecc.) pone molti limiti ma al contempo, a colui che le sa cogliere, offre grandi opportunità. Herzog rispetta questi limiti (nel caso di Nosferatu vengono rigorosamente accettate le regole del Genere, si badi bene : ad Herzog interessa poco o nulla il testo di Bram Stoker, il referente pressochè unico è il testo filmico di Murnau, che è del ’22; nel caso di Woyzeck c’è un rispetto potremmo dire filologico per la forma testuale quasi universalmente accettata), ma, entro i limiti del rispetto, la maestria e il dominio del mezzo gli consentono di portare in luce temi e problematiche, che certo nelle fonti, le opere madri, c’erano, ma che nessuno fino a quel momento era riuscito a esprimere con tanta limpidezza e tanta sobrietà. Con un paragone molto azzardato potremmo accostare il lavoro di Herzog su questi due testi a quello fatto da Glenn Gould sulle Variazioni Goldberg. Un’opera di svelamento, questo è il lavoro di Herzog in entrambi i casi. Woyzeck, che è quello che ci interessa in questa occasione, ballata tragica in 25 scene, così veniva definito tradizionalmente, nelle mani di Herzog si rivela un perfetto testo sacrificale. Woyzeck è, per dirla con René Girard, discusso maestro dell’antropologia contemporanea, il capro espiatorio di cui la comunità ha bisogno, e di cui si serve, per mettere a tacere le ansie ed i timori causati dall’approssimarsi della caduta dell’ordine sociale (della Gerarchia, intesa come sistema delle Istituzioni, direbbe ancora Girard) su cui fino a quel momento si era retta.

Una scena di "Woyzeck" di Werner Herzog. Protagonista Klaus Kinski
2 Klaus Kinski sul set di Woyzeck (1979)

 

Qualcosa va detto sul modo in cui vengono disegnati i caratteri. Woyzeck, uno straordinario Klaus Kinski, è fin dall’inizio vittima e carnefice di se stesso, l’ansia che lo rode, e che si manifesta nel rapporto ossessivo con la natura – né madre, né benigna -, sente voci che nessuno sente (quell’urlo disperato che la gente comune chiama silenzio, Lenz), ha delle visioni (i funghi, la luna rossa come sangue) che inquietano chi gli sta accanto (Andres, Maria) oltre che rendere disperato lui stesso; è lo stesso Woyzeck che rispondendo al Capitano con una citazione evangelica (…lasciate che i fanciulli…), che in se è semplice, ovvia, la Bibbia essendo l’unico testo che i poveri hanno da leggere, ne fa un uso talmente vero e sincero che mette in crisi tutte le tirate ipocrite sulla morale e sulla virtù che reggono la maschera del potere. Ma è proprio questa conoscenza spontanea del bene, che sta nella parola evangelica, nel suo scontro con la cognizione del male, del dolore e della miseria e dell’ingiustizia, che per Woyzeck, come per tutti i suoi simili, sono dati immediati, il vero pane quotidiano, è da questo conflitto che viene lo squilibrio di Woyzeck. Uno squilibrio che non può non portare ad un sentimento tragico della vita. E che non può non portare ad essere emarginati, eccentrici, diversi, ed in quanto tali venir avvertiti come un’insidia per la stabilità, un pericolo per la comunità. Nel momento della crisi, all’apice della crisi, la comunità per ritrovare la compattezza, per ristabilire l’equilibrio perduto ovvero per costruirne uno nuovo, sceglierà una vittima da immolare in un sacrificio rituale, cui tutti partecipano ed in cui si scarica tutta la violenza cieca che si era accumulata. Solo così il malessere e l’odio possono essere placati. La vittima prescelta, è un meccanismo arcaico, se fa parte della comunità ne sta comunque ai margini, non è mai perfettamente integrata. Woyzeck è un perfetto capro espiatorio.
Il Capitano, all’apparenza anche un bonaccione che alla fin fine non lesina le mance, in realtà è un ipocondriaco, un represso, a sua volta ossessionato dal tempo (si può permettere ossessioni di natura metafisica) e dalla sua salute, è uno strumento del potere, non è il Potere vero, se lo fosse non avrebbe la necessità di lavorare così duramente su di sé per far prevalere la virtù laddove l’istinto è in agguato. L’irritazione e l’agitazione che prova quando Woyzeck mette in crisi le sue menzognere sicurezze, sono molto più sincere della bonomia sorridente con cui accoglie quella che pensa idiozia ma che in realtà per Woyzeck è semplice noncuranza. Come strumento del potere, il Capitano rappresenta la più temuta delle Isituzioni, opera perfettamente per la conservazione e lo fa con cinismo e premeditazione. E’ totalmente spietato.
Il Dottore è l’altra faccia del potere. Modello esemplare di uno scientismo mal integrato da menti ancor pregne di una cultura magico-arcaica. E’ il versante pseudo-razionalistico del potere, la Scienza asservita anch’essa alla conservazione. In realtà, per Büchner, così come per Herzog, si tratta di uno scientismo fasullo come gli esperimenti che protocolla, e che hanno il solo scopo di intimorire i semplici e reprimere in essi ogni conato di ribellione. Il dottore gioca con Woyzeck un gioco autoreferenziale di cui necessita per confermarsi nella sua autostima e nella legittimità del ruolo che ricopre. Woyzeck è la cavia dei suoi esperimenti e la conferma del potere del ruolo nella comunità. Andres, figura all’apparenza sbiadita e passiva, ha un ruolo importante : è il testimone della Passione di Woyzeck. A lui Woyzeck consegna le sue memorie: Andres è per Woyzeck quello che Orazio è per Amleto (Büchner ha sempre presente Shakespeare). La necessità che vi sia qualcuno a ricordare. Andres siamo noi, gli spettatori, testimoni passivi di un sacrificio che dovrebbe almeno servire a farci riflettere sulla violenza che portiamo in noi stessi. Andres può dare della puttana a Maria, ma non per questo partecipa del processo sacrificale che la comunità intera intenta a Woyzeck. Andres lo fa solo perché è un estremo ed inutile tentativo di fermare un meccanismo che, una volta partito, nessun gesto, se non il sacrificio stesso, potrà interrompere. Infine Maria, che in questa visione è solo una vittima di secondo grado.
Potremmo dire uno strumento necessario al compimento del sacrificio di Woyzeck, che per poter perdere se stesso deve perdere Maria. Maria resta comunque una figura centrale, la sua carnalità, il suo essere in balia dell’istinto, erotico e materno, il suo desiderio di redenzione, non si riducono mai allo stereotipo di un femminile inferiore e deteriore. Maria è una figura tragica e prima ancora di essere in balia dell’istinto è, come le grandi figure tragiche della classicità, in balia del destino.
Un’ultima notazione: Woyzeck è stato filmato a Telč in Cecoslovacchia (che all’epoca esisteva ancora come stato unitario, scherzi del destino: le Germanie invece allora erano due ed ora sono una sola), vorrebbe dire poco se non che si tratta di una cittadina delle dimensioni adeguate alle necessità delle riprese e che, essendo stata risparmiata dalla guerra conserva una splendida ed uniforme struttura architettonica. Ma una notazione correlata si può rivelare curiosa : Herzog si è ripetutamente dichiarato profondamente debitore, per quanto concerne la capacità immaginativa, della pittura e, in particolare, cita spesso Hans Baldung Grien, Bosch ed in genere i medievali nordici, come non ha mai nascosto il suo fastidio per la pittura italiana. Bene, Nosferatu , immediato predecessore di Woyzeck, a mio avviso non solo temporalmente, è stato filmato in Olanda. Precisamente a Delft, e chiunque, per poco che sappia di storia della pittura, può ricordare che questa è la città dove visse e lavorò, praticamente per tutta la vita, Jan Vermeer. Non voglio dire che questo fatto sia importante, ma secondo me, condiziona in maniera sottile ma continua, e facilmente leggibile, tutta la componente visiva del Woyzeck (che è come dire tutto, dato che si tratta di un film).
(P.S.: il DVD si può acquistare, oltre che nelle videoteche specializzate, in rete al seguente indirizzo: http://www.deastore.com)

 

Giorgio Pangaro, redattore di Studi Umbri, cura con L. Cimmino la collana di testi “Corpo a corpo” tra letteratura e cinema per Rubbettino Editore.