Quando si dice il caso…

Roma, 5 maggio 1905                                                                                                                                          

Illustre Signor Conte,                                                                                                                               

La ringrazio vivamente della sua gentile cartolina e della sua bontà a mio riguardo. Aspetterò la risposta di M. Ganderax [].  Io ho ancora bisogno di ajuto, di incoraggiamento: sono ancora giovane, potrò fare ancora molto: ho trent’anni: alla mia età molti hanno cominciato, e sento che veramente è questa l’età in cui l’artista, guardando la vita al culmine, dirò così, della propria giovinezza, può gustarla e contemplarla come si contempla un paesaggio dall’alto  di una collina, e riprodurla serenamente e fedelmente nella propria opera. In Italia la via letteraria è così aspra, così meschina: noi tutti scrittori italiani guardiamo verso la Francia come verso una terra di giustizia e di bellezza: ma Ella lo sa meglio di me, e sorriderà forse per la mia ingenuità []. [1]

Quello stesso 5 maggio qualcun altro scriveva al ‘Signor Conte’:

[…]  ho fiducia che una parola, come la Sua, autorevolissima, signor Conte, farà risolvere finalmente i direttori della Rivista [la “Revue de Paris”] ad accettare il mio romanzo, che già si pubblica tradotto in tedesco nelle appendici del “Fremdenblatt” di Vienna e presto si pubblicherà tradotto in inglese da M. Nathan Dole. Il signor Maurice Muret ne ha già parlato tre volte  su la “Renaissance Latine”, sul “Journal des Débats” e ultimamente su la “Revue”. Qui alla “Nuova Antologia”, in men di sei mesi, è già esaurita la prima edizione e presto uscirà la seconda. [2]

Cominciamo dal destinatario: il Conte è Giuseppe (Gégé) Primoli, personaggio in vista della cultura romana fra 8/900, amico, fra gli altri, di Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse, Matilde Serao, Cesare Pascarella. Oltre ad avere rapporti stretti con la Francia e l’ambiente artistico parigino (Alexandre Dumas figlio, Sarah Bernhardt…) era anche grande fotografo.

E veniamo ai mittenti: la prima lettera è di Grazia Deledda,  che scrive per sollecitare la pubblicazione del suo primo romanzo ‘continentale’ (scritto cioè dopo il suo trasferimento a Roma)  Nostalgie, facendo riferimento a Louis Ganderax,  condirettore della “Revue de Paris” e critico letterario della “Revue des Deux Mondes”; il secondo corrispondente è Luigi Pirandello,  che sollecita il conte Primoli affinché solleciti a sua volta il sunnominato  Ganderax  a pubblicare Il fu Mattia Pascal nella rivista che dirige.

L’ironia della sorte non poteva offrire occasione migliore  per  questa seconda parte dell’articolo intorno al caso di Suo marito, il romanzo  in cui Pirandello  aveva preso  spunto dal marito-segretario di Grazia Deledda,  provocando   imbarazzo all’editore Treves che avrebbe dovuto pubblicarlo,   e polemiche  fra i due scrittori  (mai affrontate in modo diretto,  e  nemmeno mai risolte).

Nel descrivere l’ambiente letterario romano, Pirandello aveva focalizzato lo sguardo proprio sulle  strategie editoriali che nelle lettere a Primoli  vediamo messe in  pratica: entrambi gli scrittori, divisi qualche anno dopo (1911)  riguardo al discusso romanzo, in questo momento sono  uniti dal desiderio di veder diffuse e riconosciute le loro creazioni nel  prestigioso ambiente parigino. Per soddisfare la curiosità del lettore diremo che le sollecitazioni epistolari ebbero diverso esito: la carrière  in terra di Francia della scrittrice sarda, avviata  già nel 1903,  continuò felicemente anche  negli anni successivi. [3]

Pirandello fu meno fortunato: da una lettera a Primoli del 21 dicembre 1904  apprendiamo che la traduzione  francese del Fu Mattia Pascal, di Henry Bigot,  era già pronta; e da un’altra, del 20 gennaio 1905, veniamo a sapere che

questa traduzione si trova da circa tre mesi in esame presso la Direzione della “Revue de Paris”, la quale ha promesso di leggerla «dans le plus bref délai». Ebbene, sarebbe troppo signor Conte, se io, profittando dell’onore ch’Ella volle già una volta concedermi, le rivolgessi la preghiera di degnarsi ancora di spendere in mio favore una Sua tanto ambita, autorevolissima parola, perché il lavoro del signor Bigot e mio sia accolto dalla “Revue de Paris”?  [4]

Ma le cose andavano per le lunghe. Dopo la ormai  famosa lettera del 5 maggio 1905 eccone un’altra del 18 novembre:

Alla “Revue de Paris” hanno letto e gradito il mio romanzo Il fu Mattia Pascal, e han promesso al traduttore M. Henry Bigot, che lo avrebbero pubblicato con qualche taglio qua e là, cioè nei punti della narrazione che al signor Ganderax eran sembrati un po’ languidi […]. Son trascorsi circa tre mesi, e non solo il manoscritto non è ancora arrivato al Bigot, ma non gli hanno neppur risposto a una cortese lettera di sollecitazione. Ora essendo il mio romanzo piaciuto, ed essendo bene avviate le cose, io ho ferma speranza, signor Conte,  che una sua autorevole parola al Ganderax sarebbe in  questo  momento preziosa per me e varrebbe a rompere l’indugio che tanto mi nuoce e mi  costerna […]. [5]

La storia non finì bene, se il romanzo apparve in feuilleton nell’ “Echo de Paris” solo a partire dal 15 settembre 1909;  mentre il “Journal de Genève” lo pubblica a puntate dal 22 luglio al 7 settembre 1910, lo stesso anno in cui sarà finalmente edito in volume dalla Casa editrice Calmann-Levy di Parigi.

Le amarezze derivate dalla difficoltà di diffondere Il fu Mattia Pascal  in Francia , e all’opposto il constatare  la fortuna della Deledda, potrebbero  spiegare l’acrimoniosa ironia nei confronti del marito della scrittrice:    accentuata, ovviamente,   nelle lettere ad amici come Ugo Ojetti –  e  più esplicita nei confronti della Deledda stessa –  rispetto alle pagine del romanzo.  [6]

Ci vorrà tempo prima che Parigi accolga senza riserve l’arte pirandelliana (e sarà soprattutto con il diffondersi delle opere teatrali);  ma intanto  Primoli introdusse lo scrittore negli ambienti francesi di Roma, e qui ci piace chiudere l’ affaire dei primi difficili rapporti fra Pirandello e la Francia «con una lettera finissima e davvero ‘pirandelliana’ » [7], che quasi quasi  verrebbe voglia di interpretare come la studiata risposta all’incomprensione  di una parte della cultura francese.

Leggiamone qualche riga:

Roma, 14 marzo 1908                                                                                                        

Signor Conte,
l’invito ch’Ella mi comunica da parte di S. E. l’Ambasciatore di Francia per lunedì prossimo, mi pone in un gravissimo imbarazzo, ch’Ella forse non riuscirà nemmeno a immaginare.                                               
L’imbarazzo mio consiste nella coda, Signor Conte, dove – com’Ella sa – suole anche annidarsi il veleno: in cauda venenum. Difatti la coda m’avvelena il piacere dell’invito. Io – arrossisco a confessarlo, ma è proprio così – io non ho frac, signor Conte: non ne ho mai avuto, in considerazione della mia indole schiva, che mi condanna a una vita assolutamente appartata e solitaria. […]                  La prego  di porgere i miei devoti ossequi e i miei più rispettosi ringraziamenti a S. E. l’Ambasciatrice e alla gentile Figliuola, per l’insigne fortuna, ch’io stesso m’invidio, della loro considerazione… [8]

Per tornare al romanzo Suo marito (che ha come protagonisti la scrittrice Silvia Roncella e il consorte Giustino Boggiòlo, contabile-segretario-agente letterario, più o meno le funzioni che svolgeva Palmiro Madesani, marito di Grazia Deledda), ricordiamo che di fronte alle difficoltà di pubblicazione dovute alle riserve dell’editore Treves per delicatezza nei confronti della scrittrice, Pirandello, pur mostrandosi sorpreso, non si scoraggia e   reagisce  prevedendo altri editori più disponibili.

Né si fa scrupolo a suggerire al  fidato Ugo Ojetti di  “accennare”, con discrezione si raccomanda, all’eventuale nuovo editore “il retroscena stuzzicante” che rende il romanzo più appetibile dal punto di vista commerciale:

E mi rivolgo a Te per pregarti di proporre  Suo marito  ai Baldini Castoldi, ch’io non conosco. Vuoi? Il romanzo, ripeto, lanciato bene, potrà avere una grande fortuna. Tu forse, scrivendo, potresti anche, discretamente,  accennare ai signori Baldini e Castoldi il retroscena stuzzicante. [9]

Abbiamo già  sottolineato come le strategie editoriali,  oltre che  praticate  da Pirandello nella vita reale, sono anche tema centrale  nel romanzo, a tal punto  che un critico di oggi spinge così a fondo la sua analisi da affermare,  presentando Suo marito in una nuova edizione del 2017, che la relazione di Silvia e Giustino

si potrebbe leggere – da una prospettiva attuale – anche come la storia di una ditta nuova, una start-up: Silvia e Giustino sarebbero due soci di una società di produzione e distribuzione di letteratura, nata dall’incontro di un genio della vendita e del marketing con un genio della letteratura. Le competenze e la responsabilità dei due soci sono divise in forma chiarissima: a Giustino, responsabile dell’ufficio vendite, competono gli investimenti dei ricavi sostanziali, che lui reinvestirà nella modernizzazione delle istallazioni di produzione e di pubbliche relazioni (Villa Silvia). Questo fa di Giustino una sorta di amministratore delegato, se non presidente, della piccola impresa. [10]

[1] M. Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1962, pp. 266-267.

[2] Ivi, p. 268, nota 2.

[3] «La Deledda fu  senz’altro lo scrittore italiano più largamente rappresentato nelle due grandi riviste parigine. Ecco il bilancio esatto. Nella “Revue des Deux Mondes”: Elias Portolu, aprile-maggio 1903; Cendres, febbraio-aprile 1905; L’ombre du passé , febbraio-aprile 1908. Nella “Revue de Paris”: “Contes sardes”, settembre e novembre 1905; La voie du mal, maggio-luglio 1908; La mort et la vie (Sino al confine), giugno-agosto 1910», Ivi, p. 80. Per chi volesse approfondire il tema della Deledda “francese”: M. Rasera, Varianti significative delle dinamiche familiari nelle edizioni italiane e francesi dei romanzi di Grazia Deledda, in La letteratura degli italiani 4. I letterati e la scena, Atti del XVI Convegno Nazionale Adi, Sassari-Alghero, 19-22 settembre 2012, Adi Editore, Roma, 2014.

[4] M. Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, cit,  p.  268, nota 2.  È interessante notare –  en passant –  il iconoscimento al traduttore del ruolo di coautore.

[5] Ibidem.

[6] Vedi,  nella prima parte di questo articolo,  le lettere a Ugo Ojetti in L. Pirandello, Carteggi inediti, a cura di S. Zappulla Muscarà  (“Quaderni dell’Istituto di Studi Pirandelliani”), Bulzoni Editore, Roma, 1980.

[7] M.  Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, cit., p. 80.

[8] Ivi, p. 269.  Appena segnaliamo, tanto è esplicita  nella sua enfasi, la chiusa della lettera: «… l’insigne fortuna, ch’io stesso m’invidio…». Più interessante è ricordare che nel 1913 (sul “Corriere della Sera”) Pirandello pubblicherà una novella, L’abito nuovo, che sulla linea  del  suo  canonico umorismo  sviluppa (forse) lo spunto di questa  occasionale, e quasi lunatica,  risposta all’invito dell’Ambasciatore di Francia.

[9] Lettera a Ugo Ojetti da Roma, 30 luglio 1911, in L. Pirandello, Carteggi inediti, cit.,   p. 60.

[10] M.  Roessner, La sbalorditiva attualità di Pirandello, prefazione a Luigi Pirandello, Suo marito, Mondadori Libri, Milano, 2017, p. XIII.

 

  1. (segue)

Chi ha allestito il museo “Casa Deledda” di Nuoro ha colto e messo in risalto qualcosa che è stato costantemente parte della vita personale e professionale della scrittrice, ovvero l’importanza cruciale delle lettere. Al centro della sua stanza da letto c’è il suo scrittoio con un calamaio, delle buste e della carta da lettere . In quell’angolo della casa, remoto rispetto al panorama culturale europeo, la Deledda utilizzò «al massimo e al meglio l’unico strumento che aveva a disposizione» [1] per affacciarsi al mondo della letteratura: la lettera. D’altra parte le missive, nel loro ritmo lento ma incessante, scandirono le giornate e i mesi della donna e dell’artista, con una valenza di assoluto punto di riferimento: ci appaiono come il diario di bordo di un navigante che si allontani per giorni dalle coste e che, per orientarsi e ritrovare il contatto con la terraferma, deve fissare il firmamento lontano. I carteggi rappresentano l’architettura grazie alla quale la scrittrice poté studiare a tavolino le sue opportunità, le sue relazioni; in poche parole predispose con la scrittura epistolare una struttura che le permise di realizzare il futuro sognato. Solo con le lettere riuscì a sconfiggere quel destino, tanto rievocato nelle sue trame come ineluttabile, riuscendo a spianarsi la strada verso gli obiettivi che le stavano a cuore. Altrimenti detto, la Deledda compose meticolosamente un vero e proprio “castello di lettere” funzionale alla realizzazione dei suoi sogni, sia artistici che personali. [2]

È sembrata opportuna, per proseguire con Grazia Deledda e le sue mirate strategie editoriali, questa  esemplare citazione tratta da una tesi di dottorato discussa nel 2015 all’Università di Città del Capo.

Le lettere dunque: sì,  Pirandello aveva visto giusto quando, disegnando in Suo marito la efficiente e consolidata  impresa editoriale della “ditta” Silvia & Giustino, aveva preso a modello quella altrettanto efficiente e solida di  Grazia & Palmiro . Ma,  forse,  per non completa conoscenza della situazione in casa Deledda, o magari per non tanta fiducia nelle capacità imprenditoriali di una donna, non poteva immaginare quanto Grazia avesse «tutti ai suoi piedi, tutti ai suoi ordini»:

Palmiro studiò addirittura le lingue estere per curare i rapporti con gli editori stranieri della moglie e quando lei doveva contattare qualcuno d’importante, per esempio Eleonora Duse cui voleva affidare il ruolo di protagonista de L’edera, era lui a farsi avanti tastando il terreno come un segretario pronto a tutto. […] Quanto ai figli Sardus e Franz, nati a un anno di distanza agli inizi del secolo, non solo entrambi curarono con devozione le carte materne, ma Franz fece addirittura il “negro” per la madre compilando al suo posto il testo per le scuole elementari che era stato commissionato a Grazia dal ministero fascista per l’Istruzione. [3]

Alla domanda che si pone Elisabetta Rasy, sensibile critico letterario, di come  Grazia abbia potuto trasformare «se stessa  in una potente macchina per la carriera letteraria, di cui suo marito e anche i suoi figli divennero devoti collaboratori» (4), rispondere   non è difficile, se  la scrittrice fin da ragazzina appare infaticabile, pervasa da una volontà ferrea di lavoro e di riuscita; per  sostenere –soprattutto all’inizio, ma poi per tutta la vita –   una  carriera letteraria che terrà sempre sotto  fermo controllo (5).

Da Nuoro si apre al mondo già nel 1888 (aveva meno di diciotto anni, essendo nata nel 1871) scrivendo, per inviare i suoi racconti  Sangue sardo e Remigia Helder ,  alla Contessa Elda di Montedoro  che dirigeva la rivista romana “L’ultima moda”. La corrispondenza con la “Contessa” continuò anche quando Grazia scoprì che in realtà  si trattava di un letterato quarantenne e dal nome, pur sempre  altisonante ma  stavolta autentico, di Epaminonda Provaglio.                                                                                                Scrivendo al quale nel 1892 traccia un suo ritratto,  che sembra voler uscire dalle convenzioni dei giornali femminili e farsi quasi biglietto da visita  per un pubblico di lettori più vasto:                                                                                                                                 

Le farò la mia silhouette in due o tre righe. Ho venti anni e sono bruna e un tantino anche… brutta, non tanto però come sembro nell’orribile ritratto in prima pagina di Fior di Sardegna. Sono una modestissima signorina di provincia  che ha molta volontà e coraggio in arte, ma che nella sua vita intima, solitaria e silenziosa, è la più timida e mite ragazza del mondo. Del resto, però, non sono una fanciulla come le altre: odio il sentimentalismo, e prendo la vita come viene, con un fondo, quasi inconsapevole, di scetticismo e di ironia per le piccole miserie dell’esistenza. [6]

Si farà ancora più audace qualche tempo dopo quando,  consolidata l’amicizia con Provaglio,  mostrerà di avere idee molto chiare riguardo alla diffusione dei libri:

In fatto di réclame, io, vedi, sono molto aristocratica; e preferisco che parli di me un buon giornale accreditato meglio che cento piccini, come preferisco pubblicare un bozzetto in uno dei primi piuttosto che un romanzo  nei secondi. [7]

Tutto  il periodo sardo (si trasferirà a Roma nel 1900, dopo il matrimonio con Palmiro Madesani) è contraddistinto da una attività indefessa di scrittrice di novelle, romanzi, e naturalmente lettere.

Se vogliamo prendere in esame  ancora due esempi,  il primo viene dalla  corrispondenza con  Angelo De Gubernatis, grande studioso,  linguista e orientalista che l’aveva stimolata a ricerche su tradizioni popolari e altre cose di Sardegna,  al quale invierà  un suo ritratto scritto  nello stesso  1892 di quello spedito a Epaminonda Provaglio. Sarà interessante confrontarli per sottolineare l’attenzione della scrittrice ai destinatari:

Benché conservi qualcosa di selvaggio e di caratteristico – forse il riflesso dell’ambiente in cui vivo, – non  rassomiglio punto alle altre fanciulle sarde, perché, attraverso il circolo di montagne deserte e leggendarie che chiudono il mio orizzonte, sento tutta la modernità della vita, dei tempi nuovi e dei nuovi ideali. Credo anche di avere qualche percezione di arte, e sono molto coraggiosa nella vita che, per intima vocazione,  senza studi, senza esser mai uscita dal mio piccolo nido selvaggio, ho intrapreso. Nessuno mi ha mai ajutato, pochi mi hanno compreso – neppure la mia famiglia che è intelligentissima, – e il poco che ho fatto l’ho fatto tutto da me. [8]

E veniamo al secondo esempio: lui, giornalista romano della “Tribuna”  e discendente da una nobile famiglia sarda,  si chiamava Stanis Manca, e  a maggio del 1891 chiese alla scrittrice un articolo su Nuoro. A settembre  Stanis e Grazia si incontrarono: «Me ne innamorai senza averlo veduto – lo amai benché fosse la negazione completa del mio ideale, – duca, biondo, grasso». [9]

L’amore di Grazia per Stanis la renderà insistente, tenace e ostinata  quanto tenace e ostinata si mostra a conquistarsi una fama. Lui si ritrae, sgomento  di tanta intraprendenza sconveniente e inaccettabile soprattutto  in una donna. Si arriva a un vero e proprio scontro epistolare nell’agosto del 1892, quando Stanis le risponde dopo mesi di silenzio con parole che dovrebbero segnare, duramente per la scrittrice, la distanza fra loro.                                          La reazione di Grazia è di una veemente sincerità:

Ecco, Stanis, io ho due passioni in cuore, due passioni ardenti, indomabili, che sono il pernio della mia esistenza, la mia vita medesima. Sono il mio motto, l’impresa cavalleresca dell’anima mia: Amore e Gloria! – Sì, io amo, profondamente, assolutamente, esclusivamente, forse più di voi, – ma insieme alla immensa passione della mia fanciullezza, ho il sogno continuo, tormentoso, febbrile della celebrità. Perciò mi attacco, quasi inconsapevolmente, a chi mi promette di ajutarmi a farmi un nome, a chi opera qualche cosa per me. Voi mi avevate fatto questa promessa, avevate cominciato ad adempirla, – ed io, a parte l’affetto personale che vi avevo consacrato, mi  attaccavo vieppiù a voi sperando sempre nel vostro ajuto, contandoci anche».  [10]

E, dopo un bigliettino di Stanis che come  «un colpo di frusta»  le ha «squarciato e insanguinato il viso», ecco la risposta di Grazia:

vi chiederò ancora perché io vi faccio spavento, perché la mia ambizione di fanciulla […] vi sembra mostruosa. Ma non siete dunque artista?  E se siete artista che curioso artista siete voi se non sognate di innalzarvi in alto, in alto, in alto? No, non è mostruoso il sogno mio, – non è egoista. […] Secondo voi, forse, io sogno la celebrità per me, solo per me, – per egoismo perverso e spaventoso, – per acquistarmi un grado, una ricchezza… un marito altolocato e illustre!… E prostituisco l’amicizia, l’amore, l’ingegno, tutto, per i miei fini ambiziosi ed egoisti! […] Addio! Non voglio più nulla da voi… più nulla: né stima, né amore, né pietà, né amicizia, nulla! E tanto meno il vostro ajuto letterario. Oh, grazie, grazie, Stanis: mi avete ajutato abbastanza! – Non vi chiedo neppure il segreto… Divulgate pure la storia del mio cuore, fatevene vanto […]. [11]

Grazia proverà comunque a richiedere indietro le lettere, ma non le riavrà mai:  «del resto lei è una donna giudiziosa e pratica e sa che in realtà non compromettono niente, né il suo onore, né un suo   possibile matrimonio, né la sua carriera». [12]

[1] L. Monne, Grazia Deledda. Una donna, un Nobel, Milano, Mursia, 1979, p. 79.             

[2] Patrizia Linossi, Grazia Deledda epistolografa, Thesis Presented for the Degree of Doctor of Philosophy  in the Italian Section of the School  of Languages and Literatures, University of Cape Town (UCT), 2015, p. 5. Dal Web.

[3] E. Rasy, Tre passioni. Ritratti di donne nell’Italia Unita, prefazione di Paolo Mieli, BUR Rizzoli, Milano, 2011, pp. 13-14. 

[4] Ivi,  p. 13.

[5] «la Deledda fu una donna innamorata della letteratura prima e del suo mestiere poi; si dimostrò capace di un’attenta autovalutazione, non solo artistica ma anche economica, interessandosi in prima persona delle questioni relative ai compensi e alla promozione editoriale. Profitto e marketing le sembrarono argomenti ragionevoli allorché, nelle rispettive sorti, letteratura e guadagno rifulgono nell’epistolario deleddiano come due territori confinanti». (P. Linossi, Grazia Deledda epistolografa, cit., p. 155).

[6] E. Rasy, Tre passioni, cit., pp. 54-55. La lettera è datata 15 maggio 1892.

[7] Ivi, p. 56.

[8] Ivi,  pp. 52-53.

[9]  Ivi, p. 73, in una lettera di qualche anno dopo  a De Gubernatis. A Stanis Grazia «sembra una nana, ma lì per lì non glielo dice. Anzi, quando torna a Roma, scrive per il quindicinale “Vita sarda”  una recensione a Fior di Sardegna con un profilo della scrittrice, che poi apparve in un numero del febbraio 1892. Il profilo è manierato e pittoresco, e, a suo modo, nella sua convenzionale insincerità, lusinghiero. La ragazza incontrata nella casa rosa vi appare dotata delle stigmate del fascino romantico: “pallida di un pallore aristocratico, nervosa, col sorriso or bonario or canzonatorio, vestita elegantemente di nero, co’ capelli nerissimi vagamente acconciati”, una  ”fragile creatura che, senza mai essere uscita dal suo quieto nido, conosce tuttavia in modo che fa quasi sbalordire, i misteri del cuore umano”». (Ivi, p. 74).

[10] G. Deledda, Amore lontano. Lettere al gigante biondo (1891-1909), a cura di Anna Folli, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 109. La lettera ha il timbro postale del 9 agosto 1892.

[11] Ivi, pp. 114-115. Timbro postale del 16 agosto 1892.

[12] E. Rasy, Tre passioni, cit.,  p. 118.

 

Gianfranco Bogliari ha insegnato Lingua e Letteratura italiana e Storia del Teatro presso l’Università per Stranieri di Perugia. In collaborazione con Stefano Ragni, musicista, ha realizzato incontri sul rapporta tra Musica e Letteratura. Collabora inoltre con enti e istituzioni per conferenze e letture tematiche.