Vol. 12, n. 1 (2020)

  1. Premessa

Ragione e follia rappresentano due forze determinanti per la cultura occidentale. Le voci di entrambe sono sempre state intrecciate sin dal mondo greco; anche l’età moderna è segnata da questa dialettica. Il Rinascimento, recuperando l’epoca antica e le sue categorie filosofiche, porta con sé la chiarezza della razionalità, ma anche l’abisso della follia [1]. Con una lettura originale ed innovativa, Michele Ciliberto ha connesso questi temi alla figura di Niccolò Machiavelli nell’opera Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, edito quest’anno per Laterza. La lettura di Ciliberto propone un Machiavelli insolito poiché la bibliografia critica lo ha sempre collocato in un orizzonte razionalistico. La separazione tra etica e politica, come ci insegna la storiografia filosofica, narra la personalità intellettuale di Machiavelli, in senso netto, come di un pensatore che calcola l’utile, “la realtà effettuale della cosa”, l’evidenza della prassi di potere (pensiamo ovviamente a Il Principe del 1513); al contrario Ciliberto parla dell’autore fiorentino come di un personaggio appassionato, ricco di prospettive caratteriali, presentandolo come spirito della sua epoca: «[…] la pazzia può essere un’altra cosa: capacità di contrapporsi alle opinioni comuni, di rischiare il tutto per tutto inerpicandosi sul crinale che divide la vita dalla morte, di combattere affinché le ragioni della vita – cioè della politica, dello Stato – possano prevalere sulle forze della crisi, della degenerazione, della fine: pur sapendo che sarà infine la morte a prevalere sulla vita, perché questo è il destino di ogni cosa»[2].

  1. Originalità di Machiavelli

Il lavoro di diplomatico porta Machiavelli ad avere una capacità strategica molto complessa ma la forza delle sue idee non si ferma qui. Secondo Ciliberto, l’interesse di Machiavelli per Girolamo Savonarola conferma questa interpretazione poiché, nonostante un’assoluta opposizione teorica, egli vede nel predicatore e nella sua eccessiva oratoria la forza della passione e della stessa follia due elementi che contrastavano fortemente le istituzioni politiche e i loro intrighi di potere. Riflette Ciliberto: «Savonarola, per Machiavelli, è certamente astuto, scaltro, malizioso: in una parola, è “versuto”» [3]. Per Machiavelli, come è noto, la religione non ha una verità interna ed è soltanto instrumentum regni; tuttavia essa è utile a Machiavelli per analizzare il lato oscuro della razionalità, l’avvento della dimensione irrazionale. L’ateismo di Machiavelli non è meccanicistico (come sarà quello degli Illuministi) ma, per Ciliberto, è vicino a quello di Giordano Bruno [4] e Baruch Spinoza, nonostante le differenze specifiche (Bruno è autore largamente studiato da Ciliberto come dimostrano le numerose pubblicazioni in merito). Per Machiavelli, tutto ha termine con la morte. Per Bruno la materia ha infinite renovationes, ma senza un Dio né un piano prestabilito e provvidenziale.

L’opinione sulla religione è determinata dalla critica alla falsità dell’atteggiamento mistico ma essa non poggia semplicemente sulla razionalità in quanto interessa grandemente anche la dimensione della passione. Vorrei sottolineare il legame molto importante tra questa visione di Machiavelli e il concetto di desiderio; soprattutto nelle opere teatrali, La Mandragola, Clizia, L’asino, emerge questo tema che, come nell’Etica di Spinoza, diventa una forza affermativa, una potenza espressiva che unisce ragione e passione. Machiavelli riesce ad inserire nel discorso politico-filosofico l’elemento del desiderio che si connette alla questione del conflitto. Nelle sue note Antonio Gramsci faceva confluire questo nesso entro l’alveo della lotta di classe, della lotta tout court contro il dominio e la repressione del potere e dei potenti mostrando il lato rivoluzionario di Machiavelli, quello per cui la politica è conflitto, lotta, rovesciamento dello stato di cose [5]. Come ricorda Ciliberto, Machiavelli vive in una Firenze densa e piena di trame, cospirazioni, congiure (ricordiamo la più importante e famosa, la congiura de’ Pazzi nel 1478) e non si rifugia nell’immaginazione di uno stato ideale, nell’utopia come altri autori tra i quali Thomas More, Tommaso Campanella o Francesco Bacone de La nuova Atlantide, nonché James Harrington con Oceana. Machiavelli conosce la dinamica concreta e reale della politica per la sua attività di diplomatico ma, nello stesso tempo, ritiene che l’anima di essa sia il tumulto, la categoria politica di indignatio [6]; questa caratteristica è necessaria proprio perché è nella relazione oppositiva, nel contrasto appassionato che si genera la vitalità. Sottolineo, in accordo con Ciliberto, la vicinanza tra Bruno e Machiavelli perché il filosofo napoletano parla proprio di una vicissitudine continua della materia come vita che l’individuo può cogliere soltanto con uno slancio titanico, l'”eroico furore” (furor heroicus) [7].

  1. Bruno e Machiavelli

Per Ciliberto, sia Bruno che Machiavelli ritengono che la ragione sia un percorso pieno di passione, mai tranquillo, perché ogni atto e gesto della razionalità è intrecciato con la follia, cioè con la tensione disarmonica e con la rottura dello schema rigido. Ragione e passione sono per Machiavelli l’essenza dell’uomo. Per il filosofo e storico fiorentino la natura umana è radicalmente conflittuale, non c’è solidarietà né bontà in natura come, al contrario, riterrà Rousseau. Se pensiamo all’opera Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio abbiamo l’anima classica di Machiavelli dove l’armonia, l’equilibrio e la simmetria trionfano (medietas virtus est); quando il classico Machiavelli incontra la concreta realtà politica afferma la necessità della passione come unica dimensione capace di vivere e sostenere il conflitto, di cogliere la fluidità del tumulto. L’ideale politico di Machiavelli non è di sicuro il principato, utile solo in un determinato momento di crisi (il duca Valentino, Cesare Borgia è altamente capace a gestire questa situazione, è “golpe e lione”, abile nel “simulare e dissimulare” ogni cosa), ma il sogno politico dell’autore fiorentino è la repubblica, campo di lotta tra ragione e passione, tra razionalità e follia, sul modello della repubblica romana. La vera adesione politica del Segretario si evince dai Discorsi ed è indiscutibilmente repubblicana.

La dimensione umanistica assume in Machiavelli caratteri anticlassici, ma comunque interni al classico; infatti l’uomo di Machiavelli non ha alcun tipo di centralità ontologica, non possiede un’identità originariamente privilegiata, non ha un’essenza. Come accadrà per Marx, Machiavelli nega la positività della natura umana perché ogni azione e prassi della vita come nella politica è già segnata dall’artificialità, dalla costruzione che unisce ragione e passione, follia e razionalità. Possiamo affermare che la centralità della categoria di conflitto va oltre la politica poiché investe l’intero approccio all’esistenza da parte del Segretario fiorentino. Il conflitto è animato dalla passione, dalla follia stessa unita alla ragione strategica, al calcolo utilitaristico; tuttavia la potenza della follia, del furor, dell’eccesso (come in Bruno e, all’opposto, in Savonarola) caratterizza una differenza radicale da quel Machiavelli che troppo spesso è stato definito lucido e freddo razionalista. Indignatio e conflitto assurgono a chiavi di lettura politica e storica per comprendere il dinamismo della relazione tra virtù e fortuna; la fortuna è assimilabile al caso, all’esempio del fiume che rischia di debordare dagli argini e la virtù, per inverso, che implica la capacità di gestire questo scorrere violento. Lo stesso vale per il principe che deve elaborare una strategia per contenere le rivolte e le sedizioni senza reprimerle, ma voltandole a proprio vantaggio. La figura del principe non è soltanto una guida, ma egli è anche uno stratega e non a caso nel bestiario di Machiavelli non può che essere il centauro, metà uomo e metà animale il simbolo principesco par excellence. Ancora Ciliberto scrive: «Nemico della “neutralità”, Machiavelli fu un “estremista” convinto che solo azioni audaci, pazze, eccessive, potessero dare qualche risultato – nella politica come nell’“Amore” -; senza mai nutrire, però, alcuna illusione» [8]. Ciò che conta, per Machiavelli, è la chiarezza dell’indagine sul reale e la spasmodica, appassionata e pazza tensione per la libertà. Anche lui è vicino alla temperie copernicana che segnerà la modernità e la sua innovazione, laddove lo spiritualismo di retaggio provvidenzialistico e mistico si frantuma, a vantaggio di una ricerca infinita dell’uomo e della sua azione plasmatrice nel mondo. Antonio Banfi rammenta: «Così l’uomo copernicano è per Galileo lo spirito illuminato, a cui la verità è il risultato di un’infinita ricerca nel continuo reagire di ragione e d’esperienza,, verità aperta, per cui la realtà non può concludersi in un sistema assoluto, finalistico» [9].

  1. Machiavelli classico

Machiavelli ha avviato questo percorso ma, come abbiamo compreso dall’originale interpretazione di Ciliberto, il gesto del Segretario fiorentino non si esaurisce nella ricerca di strategie a fini di potere anzi, al contrario, la traccia repubblicana si accende nell’animo di Machiavelli attraverso la passione, attraverso l’esempio, a cui in realtà non crede, del frate pazzo (Savonarola), fino al furore politico che inventa il tumulto per pensare e vivere un’altra città, un’altra possibile comunità, un eroismo simile a quello di Bruno, dove l’uomo, poiché animale tra animali, deve distinguersi attraverso la costruzione di un’esistenza e di un linguaggio foriero di libertà. Ancora Ciliberto: «Lo Stato per svilupparsi, e diventare potente in una condizione di libertà, ha bisogno di movimento, di dinamicità, e di ordine. Quello che interessa a Machiavelli è intrecciare ordine e vita, inserendo un principio di ordine nella vita: gli interessa “dinamizzare” l’ordine e “ordinare” la vita che, se non è ordinata – cioè sana -, decade, muore. Ordine e vita devono congiungersi in modo dinamico, ed è in questo contesto che appare l’importanza decisiva – ma quando sia ordinato – del conflitto» [10]. Da “classico” il Segretario fiorentino smargina la modernità stessa collocandosi trasversalmente, rifiutando l’ottimismo ingenuo dei progressisti, l’utopismo dei mondi futuri, la falsa promessa di un al di là salvifico; tuttavia, resta “classico” dal momento che tra i suoi attributi questa categoria necessita essenzialmente di un fattore dirimente: la critica. Machiavelli è stato critico del suo tempo ma l’originalità della figura restituita da Ciliberto ci delinea che il metodo utilizzato dall’autore de Il Principe non è fatto di pura ragione, ma è un’appassionata ricerca volta a comprendere nei fondamenti il suo tempo. Non a caso Italo Calvino collocava la potenza del classico nel dirci l’indicibile, nello spiazzarci radicalmente: «La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa»[11]. Machiavelli è immerso e commistionato nelle vicende tragiche della sua epoca in una circolarità di attualità ed inattualità: da un lato, infatti, segna con grande pertinenza il ritmo degli eventi a lui contemporanei, dall’altro, tuttavia, ne universalizza i contesti dando luogo ad una riflessione sui fondamenti della politica e, dato tutt’altro che secondario, della psicologia. Max Horkheimer ricorda entrambi questi aspetti: «La grandezza di Machiavelli  consiste nel fatto che agli albori della nuova società egli ha riconosciuto la possibilità di una scienza della politica che nei suoi principî corrisponde alla fisica e alla psicologia moderne, e di averne formulato in modo semplice e preciso i lineamenti fondamentali»[12].

La lettura di Ciliberto pone Machiavelli tra gli alfieri di un’anti-modernità o, ancor meglio, di una modernità anti-umanistica ed anti-spiritualistica laddove il plesso Cartesio, Locke, Leibniz, Kant, Hegel viene opposto all’asse Machiavelli, Bruno, Spinoza, Hume, Nietzsche. «Machiavelli è totalmente estraneo all’ideologia umanistica; appartiene ad altre esperienze, ad altri mondi culturali […] Quella di Machiavelli è anche un’esperienza distante, o estranea, dal cristianesimo» [13]; Ciliberto conferma la renovatio in merito all’ermeneutica dell’autore fiorentino sottraendolo alla tradizione che insisteva semplicemente sulla separazione tra etica e politica su sfondo puramente razionale. Risulta chiaro che questa scissione è confermata dallo studio di Ciliberto, tuttavia essa viene ad aprirsi mostrando un sottosuolo passionale prima non approfondito il cui riscontro delinea l’ambiguità di un autore ma anche di un’epoca. L’aspetto della ragion politica, intrecciato al conatus irrazionale, fa di Machiavelli un profondo analista dell’emotività tout court. Oltre alla ricerca della “realtà effettuale della cosa” in ambito politico, il Segretario fiorentino rintraccia l’effettualità delle varie tonalità affettive, la Stimmung trasversale all’inconscio umano indipendente dalle periodizzazioni storiche. Una politicità moderna si mostra pervicace nell’intraprendere criticamente quel legame contraddittorio tra l’aspetto istituzionale (la logica nefasta ma sempre perseguita del compromesso che il diplomatico Machiavelli ben conosceva) e il magma passionale che anima l’agone politico; uno studioso contemporaneo come Miguel Abensour ne coglie i tratti: «[…] Machiavelli non si accontenta di pensare insieme la politica e il dominio, ma li articola entro una relazione dinamica, la relazione antagonista e invariante tra i grandi e il popolo – come se volesse far comprendere ai suoi lettori che il desiderio di libertà del popolo è dialetticamente connesso al desiderio di dominio dei grandi, perché egli pensa che la libertà nasce in permanenza nella lotta contro di esso» [14]. Questa posizione filosofica segna una nuova classicità anche nella stessa concezione della storia della filosofia politica che amplia le proprie categorie fin nei recessi della paticità universale.

5-Considerazioni finali

Machiavelli viene finalmente accolto da gran parte della storiografia attuale come un ponte mobile tra varie impostazioni senza alcuna identificazione unitaria possibile: umanista e non, attratto dal religioso ma antesignano di un ateismo moderno, diplomatico e conflittuale, razionale e passionale, morale e libertino; l’antichità, in ultima istanza, forse rappresenta il continuum cui il suo pensiero e la sua attività si rivolgono nell’intrattenimento serale coi grandi classici romani (da Livio a Sallustio e Tacito). Ciliberto ha sintetizzato questo “Machiavelli inedito” con la pertinenza di relazioni con altri filosofi e personaggi a lui contemporanei (su tutti Giordano Bruno e Girolamo Savonarola) mostrando nessi ed opposizioni che restituiscono l’interna dialettica, a volte spinta all’ossimoro, che animava Machiavelli. La pista tracciata da Ciliberto è feconda per ulteriori approfondimenti sia rispetto al confronto con la temperie rinascimentale (dagli scritti utopistici ai paradigmi scientifici allora nascenti, dalla riforma religiosa alle nuove tesi metafisiche), sia per quanto concerne la contemporaneità necessitata, ci sembra, a riappropriarsi delle lenti categoriali di Machiavelli per decodificare i processi odierni. Il “classico” Machiavelli reca in sé verità eterne dell’agone politico e Ciliberto ci ha indirizzato verso la loro riscoperta. Classicità e critica, una soglia tra passione e razionalità verso la libertà. E la libertà di Machiavelli è proprio là, tra ragione e pazzia.

 

[1] Tra i numerosi studi, ormai classici sul tema, ricordiamo quelli maggiormente paradigmatici: cfr. J. Burckhardt, Die Kultur der Renaissance in Italien, Basilea, 1860; trad. it. di D. Valbusa, La civiltà del Rinascimento in Italia, Newton Compton, Roma 1994; E. Garin, Medioevo e Rinascimento, Laterza, Roma-Bari 1966; K. Burdach, Reformation, Renaissance, Humanismus, Berlin-Leipzig, 1918; trad. it. di D. Cantimori,  Riforma, Rinascimento, Umanesimo, Sansoni, Firenze 1986. Fondamentale l’opera di Erasmo da Rotterdam: cfr. Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia (1511), tr. it. di L. D’Ascia, Fabbri Editori, Milano 1996.

[2] M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Laterza, Roma-Bari 2019, p. XII.

[3] Ivi, p. 88.

[4] «In Machiavelli il mondo è finito, e la renovatio avviene un numero limitato di volte: alla fine c’è, ineludibile, la morte. Per Bruno, come sono infinite le crisi, così sono innumerevoli le renovationes, in un processo infinito di apocalissi e rinnovamenti»; ivi, p. 282.

[5] Nell’ermeneutica gramsciana Machiavelli diviene l’ispiratore del Principe come intellettuale collettivo, colui che innesca con coscienza la lotta, che organizza avanguardisticamente la funzione intellettuale: «Questi due punti fondamentali: formazione di una volontà collettiva nazionale-popolare, di cui il moderno Principe è nello stesso tempo l’organizzatore e l’espressione attiva e operante, e riforma intellettuale e morale, dovrebbero costituire la struttura del lavoro»; A. Gramsci, Note sul Machiavelli in Quaderni del carcere (vol. 4, 1949), Editori Riuniti, Roma 1971, p. 23.

[6] Cfr. F. Del Lucchese, Tumulti e indignatio, Ghibli, Milano 2004.

[7] «Del resto, per Machiavelli come per Bruno l’inferno è fra gli uomini e negli uomini. Se c’è l’inferno, è nella condizione umana»; M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, cit., p. 148.

[8] Ivi, p. 35.

[9] A. Banfi, Galileo Galilei, Il Saggiatore, Milano 1961, p. 339.

[10] M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, cit., pp. 236-237.

[11] I. Calvino, Perché leggere i classici (1991), Mondadori, Milano 2012, p. 8.

[12] M. Horkheimer, Anfänge der bürgerlichen Geschichtsphilosophie, Frankfurt am Main, 1930; Gli inizi della filosofia borghese della storia, trad. it. di G. Backhaus, Einaudi, Torino 1978, p. 5.

[13] M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, cit., p. 6.

[14] M. Abensour, Pour une philosophie politique critique. Itinéraires, Paris 2009; Per una filosofia politica critica, trad. it. di M. Pezzella, Jaca Book, Milano 2011, pp. 49-50.

 

Alberto Simonetti (PHD in Filosofia e Scienze Umane) ha studiato a Perugia, Firenze e Urbino. Tra le sue pubblicazioni: Follia e politica, deComporre, 2014; L’insavio, Morlacchi 2016; La filosofia di Proust, Mimesis 2018; Il penultimo del pensiero, Mimesis 2019. Ha scritto vari articoli per riviste filosofiche e culturali su temi trasversali.