Studi Umbri incontra Mauro Agostini, direttore di Sviluppumbria, e i professori Bruno Bracalente e Alessandro Montrone del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia, autori quest’ultimi di una ricerca sulla situazione economica e occupazionale della Regione. Ci hanno illustrato i risultati dell’indagine e le possibili strategie per il futuro. Il 14 giugno 2019, alle 15.30, Sviluppumbria presenterà il bilancio degli ultimi sei anni di attività con un evento nel Salone d’Onore di Palazzo Donini.


LO STUDIO

Il lavoro che è stato fatto è senza precedenti. Se si eccettua un’indagine simile compiuta dallo stesso professor Bracalente nel 2009, non era mai stata svolta una ricognizione così puntuale e organica della situazione economica dell’Umbria”. Mauro Agostini, direttore di Sviluppumbria, spiega così l’importanza dello studio curato dai professori Bruno Bracalente e Alessandro Montrone, nato da una convenzione tra l’agenzia che sostiene la competitività e la crescita economica regionale, e il Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia. “Non amo gli studi che cadono nel vuoto e sono ignorati nella definizione delle politiche concrete – precisa Agostini -, perciò spero che le linee guida identificate nel documento proposto siano ascoltate dai prossimi governi regionali e dalla programmazione dei fondi strutturali 2021-2027”. Questa ricerca [1], i cui dati verranno costantemente aggiornati nel tempo, è sostenuta – come spiega Agostini – da una solida base documentale. Partendo dai dati contenuti nei bilanci societari, l’indagine ha costruito ipotesi interpretative, evidenziato linee di tendenze e proposto policies migliorative. In particolare, il gruppo di ricerca di Bracalente e Montrone ha studiato nel database Orbis (ex Amadeus) tutti i bilanci delle società di capitali con più di cinque dipendenti, ovvero un’intera popolazione aziendale. Come sottolinea Montrone, ordinario di Economia aziendale, l’analisi non si è “fermata ai soli indicatori finanziari, che rappresentano il presente, ma ha guardato gli indicatori di redditività e, prima ancora, di produttività. Perché bisogna ragionare in maniera sistematica, ponendo in rilievo le interconnessioni e i collegamenti fra tutti i fattori che influenzano la vita delle aziende”.

PRODUTTIVITÀ INNANZITUTTO

La parola chiave del nostro studio – spiega Bracalente, ordinario di Statistica economica – è produttività, che fa rima con competitività ed è alimentata dall’innovazione. In questo ambito restano diverse criticità in Umbria, ma ci sono stati progressi rilevanti, soprattutto da parte dell’industria manifatturiera”. Quest’ultima, dopo aver segnato risultati molto positivi nel 2015, sta affrontando uno scenario più critico, che resta abbastanza soddisfacente per la sua capacità intrinseca di produrre valore aggiunto. Il terziario, invece, presenta criticità maggiori: è sovradimensionato quello tradizionale (commercio, trasporti e turismo), mentre è sottodimensionato e ha una produttività molto bassa quello avanzato, caratterizzato dal lavoro intellettuale (cultura, consulenza, comunicazione ecc.).

DENTRO E FUORI DALLA REGIONE

Lo studio dei dati Istat, spiegano gli intervistati, ha prodotto almeno un altro interessante elemento. Per quanto riguarda l’occupazione, infatti, l’équipe ha esaminato la situazione sotto due punti di vista distinti: ciò che avviene dentro il territorio economico della regione (quello che fanno le imprese, il valore aggiunto che producono e il lavoro impiegato, indipendentemente dalla residenza dei lavoratori); e quello che fanno le famiglie umbre, ovvero i residenti. Ebbene, confrontando i due dati aggregati è emersa una differenza evidente di andamento fra la quantità di lavoro impiegato dalle imprese umbre e il tasso di occupazione della popolazione regionale. “L’occupazione impiegata dalle imprese – osservano Bracalente e Montrone – è andata calando. I tassi di occupazioni della popolazione umbra, invece, sono buoni, sono cresciuti negli ultimi anni e sono più alti della media italiana. Quindi il mercato del lavoro dei cittadini umbri non è troppo collegato con l’attività produttiva della regione e fornisce un quadro abbastanza positivo”. Insomma, i lavoratori delle imprese umbre sono di meno, mentre gli umbri che lavorano sono più delle media nazionale. Ma perché questa distanza? “Per diversi motivi – spiegano i docenti -. Fra i lavoratori delle imprese ci sono anche i non residenti e gli stranieri. E negli ultimi anni c’è stata una diminuzione dei flussi di immigrazione. Inoltre la crisi economica ha fatto sacrificare per primi i posti occupati dai non residenti. Infine non va dimenticato che c’è una parte non marginale di popolazione umbra che lavora fuori regione”. Ma le strategie occupazionali hanno anche altri effetti. “Nel settore manifatturiero la riduzione dei posti di lavoro a volte fa aumentare la produttività, perché se produci di più ma occupi meno persone, la produttività cresce. E sappiamo come negli ultimi anni il sistema produttivo regionale, anche a causa della crisi, abbia impiegato meno lavoratori”.

Una interessante differenza, poi, è stata notata tra il Pil (la misura di ciò che si produce dentro il territorio regionale) e il reddito disponibile delle famiglie. “Qui i due dati sono abbastanza diversi. In Umbria, sia rispetto alla media italiana che all’aria analizzata Toscana-Umbria-Marche, il Pil è molto più basso della media nazionale ma il reddito disponibile è invece sostanzialmente allineato”.

IL PESO DELLA DEMOGRAFIA

Un altro capitolo dello studio si sofferma sulla composizione della popolazione. “La demografia – considera Bracalente – ha effetti importanti sull’economia, quasi sempre trascurati. Quando una popolazione invecchia a rallentare è anche l’innovazione”. Meno giovani significa anche meno persone in età da lavoro. “Esattamente, oggi scontiamo la riduzione del tasso di natalità degli ultimi decenni, a cui va aggiunta l’emigrazione di molti giovani”. E le politiche restrittive sull’immigrazione hanno avuto o avranno effetti sull’economia? “Senz’altro le due realtà sono collegate – afferma Agostini -, e di questo il Giappone è un caso di scuola. Ha le frontiere chiuse per ragioni storiche e culturali, e anche per questo vive da decenni una fortissima stagnazione economica: oggi le loro imprese non riescono a rispondere alla crescente domanda mondiale di prodotti giapponesi. Il blocco dei flussi migratori determina una scarsità di forza lavoro e una crescita del costo del lavoro, a cui si sopperisce solo in parte con l’introduzione della robotica. Il concetto è semplice: se non cresce il dato demografico non cresce nemmeno l’economia”.

UN DISCORSO DI EFFICIENZA

L’analisi ha preso a riferimento la macroarea Toscana-Umbria-Marche, per la quale si paventano da tempo forme di integrazione o collaborazioni su molti fronti. Un dato che emerge subito è quello della dimensione delle imprese. “Quelle umbre – osservano Bracalente e Montrone – hanno una dimensione mediamente più alta delle altre, ma c’è una ragione: nelle Marche e in Toscana molte imprese sono più piccole ma molto specializzate e integrate tra di loro, cosa che crea un sistema efficiente. In Umbria le imprese sono grandi ma meno specializzate”. “Rispetto all’Umbria, si nota una fortissima eterogeneità delle imprese, in ogni settore. Non esistono settori buoni o cattivi, ma imprese buone e cattive. E noi abbiamo evidenziato soprattutto le differenze sulla produttività, il nostro concetto chiave”.

Insomma, l’economia umbra sta bene o no? “Nel complesso sì, ma in Umbria la produzione è sbilanciata verso il basso, con imprese meno efficienti e meno innovative. Un problema che viene da lontano e che persiste. E c’è di più: anche le imprese più efficienti, o eccellenti, hanno un modello di business e di equilibrio interno che tende a costruire la redditività sul contenimento dei costi, soprattutto del lavoro, piuttosto che su produttività, efficienza e innovazione. E ciò vale per tutti i settori”. Quindi anche le aziende migliori tendono ad essere timide sul versante degli investimenti? “Sì – risponde Bracalente -, puntano troppo poco sull’immateriale, sulla ricerca o sull’informatica”. Eppure riescono comunque ad essere redditizie, talvolta con grandi numeri. “Certo, ed è proprio questo il punto: le nostre imprese non sono a minore redditività rispetto a quelle delle regioni vicine. Se la redditività è il primo parametro di confronto siamo messi bene, ma quando si analizza come si ottiene questa redditività allora si scopre il limite: è ottenuta con una logica a breve termine dell’economia, piuttosto che con investimenti che guardano al futuro”. “La redditività – fa eco Agostini – pone il problema della sua distribuzione, del modo in cui il reddito è distribuito. Le imprese dell’aria ‘più bassa’ producono comunque redditività (e talvolta guadagnano molto), ma con un modello miope: forza lavoro meno pagata e meno investimenti per la ricerca”.

ALCUNI INDIRIZZI

Una discreta capacità di mantenersi sul mercato e di produrre reddito, ma una scarsa propensione a investire sulla forza lavoro e sulla ricerca. Così appaiono le imprese umbre dalla ricerca Sviluppumbria-Unipg. Cosa fare? “Noi riteniamo – osserva Agostini – che occorra intervenire sul tema della managerialità. Sia nel privato che nella pubblica amministrazione emerge una carenza di educazione aziendale. Nell’attività imprenditoriale questo significa eccesso di invadenza familiare nelle scelte, e assetti aziendali a volte inadeguati”. L’internazionalizzazione va approfondita e implementata: “L’umbria va bene nell’export – commenta il direttore di Sviluppumbria -, e siamo stati la prima regione italiana per performance nel primo semestre 2018. Ma se analizziamo il rapporto fra export e Pil regionale, e fra export e Pil nazionale, emergono molti spazi di miglioramenti e di manovra. La nostra agenzia è nata anche per questo, per coprire questo margine e far crescere la qualità complessiva del sistema Umbria”.

INVESTIRE SULLA QUALITÀ

Il tema della qualità della forza lavoro è un altro concetto chiave per il futuro dell’Umbria. “Quando imprese con alta produttività e propensione internazionale – afferma Agostini – sostengono una maggiore remunerazione della forza lavoro e una maggiore qualità, l’orizzonte si sposta verso l’innovazione, lo sviluppo e la ricerca. L’imprenditore potrà guadagnare di meno nell’immediato, ma sposta in avanti la sua impresa”. “La produttività è un formidabile valore di qualità – chiosano Bracalente e Montrone -. Chi ha un’alta produttività investe di più e ha una quota di capitale immateriale maggiore (ricerca, brevetti, tecnologia informatica ecc). Queste imprese pagano di più il lavoro perché hanno una forza lavoro migliore, con più laureati. Le imprese che impiegano forza lavoro di minore qualità, invece, magari arrivano allo stesso livello di redditività ma prendono per sé una parte maggiore della ricchezza prodotta e non avvantaggiano il territorio nel suo complesso”. E questa è una distinzione molto importante per l’Umbria, fra le regioni più istruite d’Italia. “Se le aziende non investono in qualità e innovazione – concordano Agostini, Bracalente e Montrone – non si può rispondere alla crescente domanda di lavoro di qualità. E chi paga le conseguenze di un approccio “timido” agli investimenti per l’innovazione sono più i lavoratori che gli imprenditori. Questi ultimi, come si è visto, possono avere molte strade per fare “tornare i loro conti”, ma una Regione deve crescere per tutti”.


Mauro Agostini

Economista e politologo, è eletto per tre legislature alla Camera dei Deputati (1994-2006) e per una al Senato (2008-2013). Nel Governo Prodi (2006-2008) è Sottosegretario al Commercio Internazionale. Autore di articoli e saggi su temi di economia e politica, è Direttore Generale di Sviluppumbria, membro dei Consigli di Amministrazione dell’Università degli Studi di Perugia e della società di gestione dell’Aeroporto Internazionale dell’Umbria “San Francesco di Assisi”.

Bruno Bracalente

Professore ordinario di Statistica economica, è stato Presidente della Giunta regionale dell’Umbria dal 1995 al 2000, e Commissario di Governo per l’emergenza e la ricostruzione dopo il sisma del 1997. Durante la lunga carriera universitaria, ha coordinato progetti di ricerca ministeriali ed europei, ed è autore di pubblicazioni su diversi temi di economia e statistica economica, in particolare: infrastrutture; sviluppo regionale; competitività territoriale; qualità ed efficienza dei servizi pubblici; diseguaglianza; analisi dei flussi elettorali.

Alessandro Montrone

Professore ordinario di Statistica economica, e dal 2018 Pro Rettore Vicario dell’Università degli Studi di Perugia, svolge un’intensa attività di docenza e ricerca nazionale e internazionale, con studi inerenti l’analisi e il controllo di gestione aziendale; lo studio del bilancio e della performance economica e sociale dell’impresa. Ha partecipato a numerosi organismi di revisione e vigilanza di istituzioni ed enti pubblici.

 

[1] I primi risultati di questa ricerca sono stati illustrati nella “Conferenza Regionale dell’Economia e del Lavoro (CREL)”, organizzata dall’Assemblea Legislativa della Regione Umbria il 12 novembre 2018. Il resoconto stenografico degli interventi e le infografiche di commento online: https://consiglio.regione.umbria.it/sites/www.alumbria.it/files/allegati-pagine/atti_crel_2018.pdf

 

Giovanni Landi è dottore di ricerca in Scienze Giuridiche. Attualmente è giornalista praticante presso il Centro di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.