Immagine del "Sentiero della Carta", Fabriano
1 Il “Sentiero della Carta”

 

Giovedì 1° febbraio di questo 2018 il Gruppo Seniores del CAI di Perugia (anche con la guida di Roberta Biondi del CAI di Fabriano) ha percorso il “Sentiero della Carta”; nulla di così altisonante come la mitica Via della Seta o la storica Via del Sale (Salaria) o altre famose vie, ma un breve percorso escursionisticotematico che in meno di dieci chilometri permette di riscoprire i luoghi in cui avvenivano e avvengono tutt’ora le produzioni della carta a Fabriano. Il sentiero, tracciato e segnato dal CAI di Fabriano, parte idealmente dal Museo della Carta, luogo deputato alla trasmissione della memoria storica delle tecniche di lavorazione, si snoda lungo il corso del fiume Giano e congiunge in una sorta di unicum le antiche cartiere del XIII sec., gli opifici del XVIII sec, e i siti produttivi attuali.
Ma nella sua storia il “Sentiero della Carta” è molto più lungo. Passando per Fabriano, ne ha fatto per secoli un centro nevralgico, generando e disegnando una città, in cui con facilità hanno poi attecchito anche altre storie importanti, sono passati e si sono intersecati tanti altri sentieri, uno dei quali, all’inizio del 1900, è passato anche per la Sezione di Perugia del CAI.
Torniamo a Fabriano: Faber e Janus, fabbro e fiume Giano. E’ questa una delle ipotesi che si fanno sull’etimologia di Fabriano, forse fantasiosa, ma certamente espressiva del carattere storico di questa cittadina: la perizia, l’applicazione del faber, dell’artigiano, che sfruttando in modo innovativo la propria intelligenza e la forza (motrice) dell’acqua del fiume, crea il benessere suo e della sua città.
Ma andiamo con ordine. Fabriano non è antichissima. Il primo nucleo chiamato Castelvecchio, fu forse fondato nel 411 e qui si rifugiò parte della popolazione delle distrutte cittadine romane, come Attidium (“Attidium mater Fabriani”) e Tuficum. Molto più tarde sono le prime menzioni storiche, che risalgono al 1040, e, insieme al Castrum vetus, citano anche un Castrum novum (o Podium), borghi murati, fortificati, che la leggenda vuole separati da un ponte e dalla discordia. Così lo storico Scevolini presenta la situazione in una cronaca del XVI secolo:

“Essendo fra le genti di questi due luoghi tanto vicini, che non vi passava se non una valletta per mezzo, continuamente discordie ed inimicizie, talché ogni giorno erano alle armi, come suole essere costume dei vicini; un uomo da bene vecchio, e assai reputato nell’uno e nell’altro dei castelli sopradetti, il quale sul Giano fiume, poco più da basso nella valle, ove è ancora il ponte antico, faceva il mestiere della Fabreria; spesse volte gli mise d’accordo, benché pur di nuovo ritornassero a farsi dell’onte, e delle ingiurie fra di loro, non di meno il buon vecchio si praticò tanto per comporli insieme, che all’ultimo conseguì l’intento suo, e li ridusse a fare delle due castella uno solo, ed a questo modo composta una vera, e perpetua pace per cui, com’é in proverbio, le cose picciole mirabilmente riescono, cominciarono a dilatarsi ed a far la terra, che poi chiamarono Fabriano.”

Il fabbro, con il nome di Mastro Marino, entrò nell’immaginario della gente e nello stemma di Fabriano, dove ancora batte l’incudine sopra un ponte a tre archi e dove campeggia la scritta: “Faber in amne cudit, olim cartam undique fudit”. Questa è la traduzione: Il fabbro sul fiume batte, un tempo la carta ovunque sparge. Ma qual è il significato? Intanto nel motto di Fabriano non poteva non essere menzionata la carta.
Come è noto furono i cinesi ad inventarla con fibre tutte vegetali, già nel secondo secolo dopo Cristo; gli imperatori la usarono soprattutto per banconote (ce lo ricorda anche Marco Polo) e per secoli ne mantennero gelosamente segrete le tecniche di fabbricazione. Ma già nel VII secolo, arrivando a Samarcanda, vennero apprese dagli arabi e tramite essi arrivarono nel vicino oriente e nell’Europa araba. Come arrivarono a Fabriano è ancora un mistero; si parla di prigionieri arabi dirottati dal porto di Ancona verso l’entroterra, ma è soltanto un’ipotesi. La carta araba, che aveva per materia prima stracci di canapa e lino, veniva lavorata esattamente come quella dei cinesi (e come ancora si lavora a mano a Fabriano per la carta di pregio), ma aveva un difetto: per il collaggio veniva usata una colla di amido ricavata da riso e grano, che rendeva la carta deteriorabile per lo sviluppo in essa di microrganismi, tanto che parecchie autorità vietarono l’uso di carta bambagina per atti pubblici, che quindi dovevano essere redatti ancora su pergamene.
E qui, quando siamo intorno al XIII secolo, entrano in gioco le due grandi e fondamentali innovazioni apportate dai maestri cartai di Fabriano:

1 – l’invenzione della pila a magli multipli, azionata da un albero a camme mosso da una ruota ad acqua, che trasforma il movimento rotatorio in movimento alternativo e che consente di preparare una quantità di pasta di stracci infinitamente superiore alla macina di pietra, in un tempo molto inferiore.

2 – l’uso della colla di carniccio animale al posto della colla vegetale, che consente una migliore collatura e lisciatura del foglio e lo rende resistente all’azione dei microrganismi.

pila a magli di una cartiera di Fabriano
2 Pila a magli

 

Queste due invenzioni che, come accade raramente, davano contemporaneamente al prodotto quantità e qualità, insieme al nuovo contesto storico dell’affermarsi, sulle antiche strutture feudali, delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri prima, e dell’imprenditorialità dei Chiavelli poi, fecero di Fabriano e del suo comprensorio (Esanatoglia sull’Esino, Pioraco sul Potenza, ..), per almeno i due o tre secoli successivi, la capitale europea della carta.
Faber cartam undique fudit: dappertutto Fabriano esporta la sua carta di qualità, riconoscibile dalla filigrana, scoperta sempre a Fabriano, forse per caso, ma che immediatamente prese la funzione di identificare i vari maestri cartai e quindi la carta di qualità.
Primato questo che Fabriano provò a mantenere anche con opportuni decreti e statuti emanati per motivi di “utilità pubblica”, nei quali si vietava di erigere nuove cartiere nel raggio di 50 miglia dalla città e soprattutto di non insegnare i segreti dell’arte a forestieri (questa era una pratica frequente: si pensi alla difesa dei segreti per la produzione delle raspe a Villamagina presso Sellano); le pene variavano da multe fino alla confisca di tutti i beni.
Oltre ai materiali, i segreti riguardavano soprattutto l’abilità dei lavorenti, cioè di coloro che con il telaio estraevano dal tino la quantità giusta di pasta da carta per la feltrazione, e del modularo, cioè di quella figura strategica che costruiva o riparava i telai in modo che non subissero deformazioni durante la feltrazione. Ecco che grazie all’intelligenza e all’imprenditorialità del faber, ora identificato con il mastro cartaio, la carta fabrianese si afferma come l’unica a cui l’uomo affida la parola scritta per comunicare e tramandare il suo pensiero e le opere del suo ingegno, sostituendo completamente la pergamena e qualunque altro supporto su cui scrivere. Una domanda sorge spontanea: senza la carta fabrianese ci sarebbe stata l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg, che ha aperto una nuova epoca nella comunicazione e quindi nella storia dell’umanità?
Riprendiamo il “sentiero della carta” con le parole di Aurelio Zonchi (Da Le antiche carte fabrianesi alla esposizione generale di Torino – 1884): “Se a Fabriano non si può dare la gloria di aver lavorato la prima carta di lino, non le si può certo togliere quella di averne fabbricata tanta fin dal principio del secolo XIV e così via via, da riempire l’Italia e provvederne in abbondanza le altre nazioni, in specie la Svizzera e la Francia”. È così che Fabriano divenne il simbolo della prima carta europea e il centro di riferimento della carta occidentale. Ma nonostante leggi protezionistiche e fortemente coercitive per chi esportava il sapere ed il mestiere di cartaio, con la sempre maggiore richiesta di buona carta iniziò ben presto la diaspora dei bravi mastri cartai fabrianesi verso altre città e altri paesi: non solo in Italia ogni staterello, o ducato, o signoria voleva la sua cartiera, ma ne nacquero anche in Francia, in Germania e altrove in Europa e i mastri cartai di Fabriano erano ricercati e ben pagati.

pile a magli multipli, Fabriano
3 Pile a magli multipli

 

E così, pur restando la fama, la produzione di carta a Fabriano andò rallentando e le cartiere, di proprietà di nobili, restarono piccole e a conduzione familiare. Se poi si aggiunge che allinizio del ‘600 in Olanda, dove non era disponibile una sufficiente forza motrice idrica, si inventarono una macchina costituita da un cilindro con lamelle per la lavorazione della materia prima (stracci) che in un giorno forniva tanto “pisto” quanto otto pile in otto giorni, ci si rende conto come i centri di produzione della carta si spostarono altrove. In Italia le macchine chiamate “olandesi” stentarono ad essere introdotte, un po’ perché richiedevano investimenti che i piccoli proprietari non erano in grado o interessati a fare (anche perché c’era ancora molta mano d’opera a buon mercato), ma soprattutto perché l‟uso dell‟olandese avrebbe richiesto una più elevata disponibilità di stracci, da reperire anche in luoghi più lontani (con aumenti dei costi) e poi avrebbe richiesto un mercato più ampio per piazzare la carta, che le piccole cartiere non avevano più [A proposito dell’atavica e problematica raccolta degli stracci, coloro che appartengono alla mia generazione, nell’era precedente a quella del consumismo, forse ancora ricordano nei borghi il passaggio degli straccivendoli, le cui grida di richiamo si alternavano a quelle degli arrotini].

raffinatrice olandese per l'elaborazione della carta
4 Raffinatrice di tipo olandese. Museo della Carta di Fabriano

 

Ed ecco che nella seconda metà del 1700 una straordinaria figura di “faber” riuscì a riportare Fabriano al centro del “sentiero della carta”, in verità ora diventato molto vasto e ramificato. Si tratta di Pietro Miliani (1744-1817), figlio di Niccolò e di Rosalba Loreti, “delicata pittrice”. Dopo i primi studi, venne avviato al lavoro nelle cartiere locali, dove le sue capacità progettuali e manageriali emersero prepotentemente, tanto da fondare nel 1782 le cartiere Miliani. Le sue innovazioni furono ancora qualità e quantità insieme: progettò ed installò macchine di tipo “olandese” (sia nelle sue cartiere, che in altre), perfezionò il processo di produzione in modo da poter controllare la qualità del prodotto in itinere e produsse carte di altissima qualità, tra cui la carta velina nelle forme per la sua perfetta riuscita e poi carte per le esigenze del disegno, della pittura ad acquarello e della stampa delle incisioni su rame. I suoi prodotti tornarono famosi e insuperabili in Europa, tanto da battere la concorrenza straniera; e restò famosa la collaborazione ed il rapporto di reciproca stima con Giambattista Bodoni , “il re dei tipografi, il tipografo dei re”, attivissimo a Parma: le loro rispettive professionalità messe insieme segnarono una svolta decisiva nel cammino dell‟arte della stampa e della carta in Europa. Tra i clienti di Miliani c‟era anche il famoso incisore Francesco Rosaspina, che di Pietro fece un pregevole ritratto, usato nel 1994 per un francobollo commemorativo. Insomma Pietro Miliani riportò la capitale europea della carta a Fabriano come imprenditore programmò l’acquisto delle cartiere operanti nel comprensorio; ambizioso progetto che fu portato a termine dai suoi discendenti, prima dai figli Niccolò, Tommaso e Rinaldo, poi da Giuseppe (1816-1890) figlio di Rinaldo, ed infine da Giovan Battista (1856-1937), figlio di Giuseppe. Molte sono le pubblicazioni e i rendiconti di convegni dove si può approfondire questo argomento (ad iniziare dall’articolo di Ulisse Mannucci “Le cartiere di Fabriano da Pietro Miliani ad oggi”, reperibile nel sito “Fabriano Storica”.
 
Marcello Ragni dal 1973 al 2011 è stato docente di Analisi Matematica presso l’Ateneo Perugino. Ha come hobby principale l’escursionismo. Dal 1992 è iscritto alla Sezione di Perugia del Club Alpino Italiano, dove è stato consigliere per nove anni, presidente del Gruppo Seniores ed ha conseguito il titolo di Accompagnatore Sezionale di Escursionismo. Attualmente è redattore della rivista on-line In…cammino del Gruppo Seniores.