Il maestro della Transavanguardia omaggia ad Arezzo la grande lezione di Piero Della Francesca

Tra i “nomadisti” contemporanei Mimmo Paladino è senza dubbio uno di quelli che ha saputo bene dove andare. Ci si riferisce alla sua derivazione postmodernista, quando con il superamento del concetto di avanguardia si era improvvisamente liberi di vagare nella storia dell’arte senza obblighi di adesione a stili o linguaggi. Era il tempo del “nomadismo intellettuale” e della Transavanguardia, ma se del movimento fondato da Bonito Oliva si è nel tempo fin troppo parlato, diversamente è per lo spunto che fornisce Paladino attraverso la mostra personale in corso ad Arezzo fino al 31 gennaio 2020 (A cura di Luigi Maria Di Corato. Arezzo: Fortezza Medicea, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Ex-Chiesa di Sant’Ignazio, Basilica di San Francesco, Chiesa di San Domenico, Porta Stufi).

Emblematico il titolo: La regola di Piero e ciò fornisce l’occasione di riflettere sul tema del rapporto tra presente e passato, non solo in virtù del suo lavoro, ma più in generale rispetto a un confronto dialettico che nella contemporaneità ha visto impegnati molteplici artisti. L’opera di Paladino nasce dalla grande tradizione figurativa italiana, guardando ai profondi principi di intime relazioni semantiche tra richiami alchemici e fondamenti matematici. La sua cultura è quella dei maestri rinascimentali e tra questi Piero della Francesca è senza dubbio al vertice. Da qui la mostra di Arezzo, nelle terre di Piero, in quella Toscana non fiorentina ma che alla città dei Medici avrebbe fornito tutti gli ingredienti necessari per generare il Rinascimento.

 

Mimmo Paladino, La regola di Piero, foto Andrea Sbardellati

 

Paladino, campano di Paduli nel beneventano, respira dunque il vento di una cultura che strinse forti legami con la regola della matematica, già appannaggio di quel Leonardo Fibonacci, frate pisano, scopritore della nota successione numerica capace di spiegare con raffinata eleganza la dinamica universale e con essa giungere al fondamento della geometria aurea. Accanto ad essi le straordinarie esperienze di Luca Pacioli (originario proprio di Arezzo) e Leonardo da Vinci complici, sul principio del XVI secolo, di quel De Divina Proportione, ancora oggi punto di partenza per una verifica attenta del rapporto tra arte e matematica.

La Toscana incontrata da Paladino è dunque quella del più rigoroso assetto formale, dove ogni cosa soggiace a regole imprescindibili e in cui l’essere umano vive il raccordo tra esterno e interno attraverso la perfezione della geometria sacra. L’omaggio dell’artista è comunque immune dal semplicistico compiacimento verso tali maestri, rivolgendosi piuttosto a una mesta e silenziosa dimensione poetica. Si risente addirittura di un realismo magico alla Donghi, se non fosse che nel transavanguardista il realismo retrocede in favore della metafisica, un po’ tornando a meditare la forma silente del manichino quale moderna scultura che campeggia fiera nelle vetrine dei negozi, ma che nel momento in cui si astrae dal contesto commerciale veste esclusivamente i panni di un testimone garbato di tempi frenetici.

Paladino non richiama direttamente Piero, dunque, non riprende le sue forme, piuttosto ne interpreta l’essenza affrontando da vicino la poesia della luce come della forma o del colore, come del simbolo. Raziocinio ed emotività si alternano nelle 50 opere esposte in un percorso itinerante dipanato tra sei diverse sedi espositive, dando la possibilità all’artista di esprimersi secondo le proprie, naturali, doti di narratore dell’incerto. Caratteristica di quest’ultimo è quella di attraversare i generi con disinvoltura e non si tratta solamente di pittura e scultura, e con esse il disegno o l’incisione, ma anche del teatro e del cinema, come recentemente dimostrato dal suo Quijote, film ispirato al romanzo di Cervantes e del quale è stato non solo scenografo ma anche regista.

Si svela così l’inclinazione dell’artista al superamento della forma nell’acquisizione dello spazio. La “regola di Piero” interpretata come condizione artistica per cui ogni forma debba necessariamente rapportarsi con lo spazio in cui si trova a interagire. Lo aveva capito benissimo Alberto Burri che in tutta la sua parabola richiamava simili principi, giocando con le materie informi e logore, ma inserendole sistematicamente entro rigide gabbie geometriche. Così come, più recentemente, Ettore Spalletti, le cui “stanze” insistono continuamente nella definizione di uno spazio mentale prima ancora che fisico e dove anche il limite del particolare diventa l’elemento impercettibile e intimo su cui fondare il proprio sentire e il proprio essere.

Lo spazio come esperienza psicologica e per questo lontana  dalla tentazione del colore. Su questi riferimenti insiste il lavoro di Paladino, trovando ad Arezzo il coraggio di confrontarsi con la sfida del pensiero. Quasi una contraddizione per chi è figlio di un’epoca responsabile della diffusione del “pensiero debole”. Eppure, ad esempio, davanti ai Dormienti, opera tra le sue più note e amate, realizzata con Brian Eno nel 1999 per la Roundhouse di Londra e qui riproposta in un nuovo allestimento nella chiesa sconsacrata di Sant’Ignazio, si percepisce proprio quella dimensione di riflessione capace di suggerire un parallelismo con l’inizio del Novecento, quando si contrapponevano la stasi contemplativa di un De Chirico al dinamismo esuberante di un Boccioni. Questo dovrebbe far riflettere sul senso di un ricerca tessuta sul filo della meditazione, dove il richiamo al passato mantiene quella “poetica di necessità” non manifestata come avanzamento perturbante verso il nuovo, bensì monito nel presente per un programmatico rasserenamento esistenziale.

 

I Dormienti, 1998-2000, terracotta e ferro, misure ambientali, (con istallazione sonora di Brian Eno), foto Andrea Sbardellati.

Cosa ciò significhi, tentando una semplificazione, lo racconta il tempo presente, la paura quotidiana per un progresso autodistruttivo e la necessità che certi artisti esprimono di tornare alla stagione del rigore. La Regola di Piero è dunque un fatto morale, prima ancora che artistico, la ripresa dei grandi maestri su cui abbiamo fondato il nostro presente. Non la soluzione ai problemi, ma comunque l’indicazione di una strada possibile.

Allora i segni che Paladino lascia ad Arezzo inducono a una tale presa di coscienza. Così interpretiamo un’altra opera famosissima: Elmo, scultura in bronzo del 1998, già esposta nei maggiori musei del mondo, che ci accoglie all’arrivo, come alla partenza, ricordandoci di un passato non troppo distante e del quale siamo chiamati a prendere coscienza come tesoro per il presente.

Elmo, 1998, bronzo, 140 x 190 x 190, foto Andrea Sbardellati

 

Andrea Baffoni si è laureato in Lettere, indirizzo storico artistico, e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Perugia. Curatore di mostre e pubblicista, ha pubblicato numerosi saggi e articoli sul futurismo e sulle avanguardie del secondo Novecento.