Privacy Policy Giuliano Giuman (o del riverbero)
Mara Predicatori Vol. 12, n. 2 (2020) Arte Copertina

Giuliano Giuman (o del riverbero)

Si fece un violino di vetro perché
voleva vedere la musica.
Wislava Szymborska

Figura 1: Studio (Particolare), 2020. Gessi, vetro e luce

Una mostra esemplare
Se il recente DPCM per il contenimento della diffusione del Covid non avesse imposto la chiusura dei musei, sarebbero attualmente visibili, presso il Museo dell’Accademia di Belle Arti di Perugia P. Vannucci e nell’Aula dell’Ercole Farnese della prestigiosa istituzione artistica, le ultime fatiche dell’artista Giuliano Giuman. Una mostra significativa che, ponendosi a valle di un lungo percorso creativo, riteniamo utile per ricostruire in parte la carriera di questo artista umbro che si è imposto, sul panorama internazionale, per l’uso non convenzionale e sapiente del vetro come medium privilegiato.
L’esposizione, di cui qui presentiamo alcune immagini, mostra infatti un ciclo di lavori che miscelano materiali, concetti e suggestioni poetiche che hanno accompagnato l’artista nella sua decennale carriera.

Figura 2 Urlo, 2102, pittura su vetro a gran fuoco e fusioni, acciaio, legno, 52x43x36

Itinerari
Giuman esordì ventenne con pitture ad olio su tela (1964/1988 – dopo il 2016); avviò poi indagini sulla e con la fotografia (1974/1987 – dopo il 2018); si specializzò, in seguito, nella pittura su vetro a gran fuoco (dal 1986 ad oggi) che divenne la sua materia d’elezione; vi fu poi la pratica e uso del video (dal 1975 ad oggi) e l’impiego della luce come scultrice di opere-istallazioni e vetri retroilluminati (dal 1977 ad oggi). Insomma, un viaggio tra i più diversi mezzi espressivi e le varie tecnologie, usate tuttavia coerentemente a creare, a mio modo di vedere, opere fortemente connotate da un effetto alone, o come mi piace dire, da un effetto “riverbero”. Ma lo vedremo poi.

Citare e citarsi

Figura 3: Lottatori (da copia del gruppo), 2020. Fusione di vetro dipinto con piegatura, olio su tela, fotografia, cm. 50×60;
Fig. 4: Pelle, 2017, vetro a gran fuoco e fusione 20x20x18

Le opere della succitata mostra Classico Futuro, tutte realizzate recentemente, usano la citazione in modo ingente. Giuman in esse, infatti, talvolta direttamente immette stralci fotografici delle opere (per lo più copie in gesso di originali) conservate presso il museo dell’Accademia che lo ospita (fig 3). Il richiamo può presentarsi anche in modo non esplicito. Può essere, come in molti casi per le opere installate direttamente tra i reperti del Museo, un’allusione formale, un’eco o un richiamo a colori, forme e concetti (fig. 4).
Ma ancor più, egli sembra auto-citarsi allorché, in un’unica opera, va a condensare le pratiche artistiche da lui stesso ampiamente sperimentate nel decenni precedenti.
E’ il caso delle opere realizzate per l’Aula dell’Ercole Farnese dell’Accademia. Una su tutte: Da Bertel Thorvaldsen (fig. 5-6) è un’opera che si compone di tre diverse superfici l’una sovrapposta all’altra.

Figura 5: Da copia Raffaello (3), 2020. Pittura a vetro a gran fuoco, olio su tela, fotografia, cm 79×50 (a luce diurna)
Figura 6: Figura 6: Da copia Raffaello (3), 2020. Pittura a vetro a gran fuoco, olio su tela, fotografia, cm 79×50 (a luce notturna)

Un primo strato a olio su tela dona alla superficie la classica tramatura e corposità della materia tessile; un secondo strato fotografico, invece, presenta un dettaglio della copia del lavoro artistico di Thorvaldsen; in fine, un terzo strato di pittura su vetro a gran fuoco (una tecnica complessa che prevede di fissare il colore a temperature elevatissime al magma incandescente della sabbia), conferisce alla superficie quella caratteristica brillantezza e luminescenza che contraddistingue le opere di Giuman.
I tre strati, pur costituendo un tutt’uno, si svelano tuttavia in modalità diverse in relazione alla luce. Di giorno, il nucleo compatto dell’opera appare come una superficie sì complessa e ricca di piani (che si evincono anche dalla costa quasi scultorea del quadro), ma appare come un congegno vagamente informale astratto di colori e forme (fig 5). Di notte, o comunque quando con un congegno a timer la luce si spenge e le superfici vengono retro-illuminate, le opere lasciano emergere prioritariamente la fotografia e la testimonianza dell’opera del museo soffocando, in ombre e opacità, i colori delle tele (fig. 6).

Riverberi

Figura 4 Screenshot della definizione da vocabolario della parola Riverbero su motore di ricerca Microsoft Bing del 30.10.2020

Guardando le opere di Giuman, la parola riverbero mi è germogliata in testa. L’avevo assunta solo come aggettivazione guardando lo sfolgorio di luci dei vetri delle sue installazioni. Ma le parole talvolta hanno una densità semantica sorprendente che allarga il senso stesso del pensiero che l’ha generato. Ho dunque fatto ricerca e scoperto nessi e  fascinazioni di cui tale parola è portatrice e che, penso, possano annettersi anche a molti dei lavori di Giuman.
Il riverbero è dunque un riflesso di luce abbagliante. Un colore o un suono particolarmente intenso che, proprio per intensità, crea un’aura indistinta tutt’intorno. Ecco, penso che quando Giuman si è cimentato con il vetro, l’abbia fatto in qualche modo proprio per quella qualità, intrinseca al materiale, di esaltare le cromie con quel gioco di brillantezze sfuggenti.
Ma il riverbero è anche connesso al riflesso, alla deviazione. Paradossalmente è un’enfasi che nasconde, confonde, abbaglia e dunque omette alla vista. Anche Giuman mi sembra talvolta tenti, con le sue opere, di donare una sottrazione con l’eccesso. Egli aggiunge, aggrega, sovrappone, ma facendo questo toglie dettaglio. Rende tutto apparentemente trasparente con quei guizzi di vetri che rifrangono luci (e ombre). Il vetro costituisce una barriera – fragile – ma ineluttabilmente divisoria rispetto alla pelle del mondo.
In musica (peraltro il suono è presente nella mostra di Giuman e in molti suoi lavori), il riverbero allude a un fenomeno acustico che serve a conferire maggiore profondità ad un suono, ma anche a creare ritardo e sfasamento. Ecco: un’altra metafora per quel paradossale dar luce e mascherare ad un tempo di questo artista. Le luci, le ombre, i guizzi cromatici, nel suo lavoro giocano in rifrazione nascondendo o svelando nel medesimo istante. Tutto è lì, ma trasparente e “abbugliato” come a ricordarci il mistero limpido di tutte le cose che, nel loro darsi, in realtà creano ombra dietro di sé.

Sperimentazioni

fig. 7 Da Michelangelo, 2020. Pittura su vetro a gran fuoco, olio su tela, fotografia. 50×50 cm

Bruno Munari, poliedrica figura di artista e teorico milanese, per una personale di Giuman a Brescia nel febbraio del lontano 1975 scrisse una presentazione che concludeva sagacemente così:  “… ma a che serve tutto ciò? Lo vedremo alla fine degli esperimenti. (…) Un vero ricercatore non si domanda mai a cosa serve, lo si vedrà poi se l’esperimento è stato condotto bene, e che risultati ha dato”.
Dunque, che significato ha il lavoro di Giuman? Che senso ha questo mio blaterare di riverberi ed echi? Di una mostra che cita, allude, rievoca pur nell’invenzione più sfrenata? Forse null’altro che una suggestione di realtà: opaca, dubbia, plurima ma incantata.
Comunque, lo si vedrà. Classico Futuro: lunga carriera di sperimentazione a Giuliano Giuman.
Concludo con un desiderio per la collettività. Che i musei possano tornare aperti, insieme con i parrucchieri. Perché oltre ad una testa ben acconcia, vi sia la possibilità di far teste pensanti. E che possiate tornare presto a vedere anche la mostra di Giuman e il sorprendente Museo dell’Accademia che lui stesso, quando fu Direttore di quell’Istituzione (ebbene sì), contribuì a realizzare.
Io per me: vorrei chiedere alla direzione di spengere il timer che ora governa le luci della mostra e dar libero accesso alla mostra di giorno e di notte per goderle in condizioni di luce e tempo naturale. Deve esser bello e poetico attendere il momento giusto. Al mattino per guardare quelle superfici di colori astratti e brillanti. La notte, per camminare nel buio e scoprire che dietro la gloria dei colori primari v’erano citazioni ed echi di opere: brandelli di Grazie, Veneri, di Ercole e sposalizi di Vergini.
Scoprire Giuman, che citando citazioni, fa (s)colorire il reale donandocene il sogno. In riverbero.

 

Giuliano Giuman
Giuliano Giuman nasce a Perugia nel 1944. Ventenne inizia a dipingere seguendo gli insegnamenti di Gerardo Dottori, suo primo maestro. Ha vinto molti importanti concorsi nazionali per edifici dello Stato Italiano. Dal 1998 al 2013 è stato docente di ‘Tecnica della vetrata’ all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2009 al 2012 è stato direttore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, dove ha promosso la riapertura del museo e posto in essere la Scuola di Design. Ha realizzato oltre 100 mostre personali e 200 collettive, in musei, gallerie, spazi pubblici in Italia ed all’estero.

 Il Museo dell’Accademia di Perugia
Il patrimonio della Fondazione Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” comprende circa 600 gessi, 430 dipinti, 12.000 disegni e 6.300 incisioni. Per lo più copie di originali, tali materiali servivano come modello di studio per gli artisti che andavano ad apprendere l’arte presso l’Accademia. Nel 2012 la secolare esistenza dell’Accademia di Belle Arti di Perugia acquista nuova vita grazie ad un riallestimento delle opere e la riapertura al pubblico avvenuta proprio sotto la direzione di Giuliano Giuman.Fra i gessi, eccezionali per fattura e varietà, si distinguono il gigantesco Ercole Farnese, Il pugilatore Damòsseno, Amore e Psiche e Le Tre Grazie di Antonio Canova, copia originale donata dall’artista, Il Laocoonte, Il Pastorello di Bertel Thorvaldsen. Fra i dipinti spiccano Autoritratto con pappagallo di Mariano Guardabassi e quadri di Annibale Brugnoli, Domenico Bruschi, Armando Spadini, Mario Mafai, Alberto Burri, Gerardo Dottori.

Classico Futuro
La mostra Classico Futuro dell’artista Giuliano Giuman è stata aperta al pubblico il 17 ottobre 2020 e si protrarrà sino al 6 gennaio 2021, confidando nella riapertura a breve degli spazi espositivi.

Il percorso espositivo, curato da Aldo Iori e Giovanni Manuali, si apre nella nuova Aula dell’Ercole Farnese e prosegue negli ambienti del Museo dell’Accademia. La mostra, quando e se riapreremo i battenti superando l’emergenza Covid, sarà aperta con gli orari di apertura del Museo: giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 18 ma anche su appuntamento al 340.4778575. L’ingresso è libero nell’Aula dell’Ercole Farnese, con biglietto nel Museo.

Mara Predicatori
Curatrice e pedagogista, in seguito a studi artistici e psicologico/pedagogici intraprende attività sia di promozione e curatela mostra, sia di formazione per una ampio spettro di pubblici. Dal 2003 ad oggi ha ricoperto ruoli di curatela presso il Trevi Flash Art Museum of International Contemporary Art (oggi chiamato Palazzo Lucarini Contemporary Art Center) assolvendo anche al ruolo di responsabile delle attività didattiche. Insegnante di scuola primaria, è anche docente di Pedagogia e Didattica dell’Arte e di Didattica dei Linguaggi artistici presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia. Contemporaneamente ha svolto e svolge attività di consulente per istituzioni, pubbliche e private, sui temi della didattica dei linguaggi artistici e didattica museale. Ha progettato e condotto corsi e master di alta formazione per esperti in didattica dell’arte e del territorio per la Regione Umbria ed è stata ed è referente, di progetti comunitari di scambio formativo e di promozione artistica (LLP Grundtvig ed Erasmus+). Porta avanti una riflessione puntuale sulle pratiche artistico/didattiche di più marcato impegno sociale e per una valorizzazione del territorio che passi attraverso pratiche non convenzionali legate ai linguaggi artistici contemporanei (#Chiaveumbra).

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