Faceva già buio quando si sparse la notizia, era una di quelle che ti tolgono il respiro. Non era ancora primavera, e questo 1944 non era sicuramente cominciato bene. Da una parte le truppe tedesche in ritirata verso il Nord oramai sospettose, rancorose e vendicative verso un alleato che le aveva ‘tradite’, dall’altra i bombardamenti ‘alleati’ che cercavano di fiaccare e accelerare la ritirata tedesca.
C’era anche lei quando giunse la notizia. Si chiamava Veschini Leonilde, ma tutti la conoscevano come “la Nilde”. Era una giovane donna, piccola, ben fatta, con i lineamenti del viso marcati e degli occhi luminosi ma profondi come un pozzo. Si trovava nelle vicinanze di Castelleone, il marito era stato richiamato e imbarcato su di una nave addetta al trasporto delle truppe che era stata subito intercettata dalla marina inglese ed era stata dirottata, con tutto il carico nella terra di Sua Maestà. Nasce a Collazzone, poco lontano da dove si trovava, si è poi trasferita a Perugia (non ancora quindicenne), dopo che era rimasta orfana della madre, per lavorare a tempo pieno presso alcune famiglie benestanti. Sia la presenza di innumerevoli parenti, quasi tutti Veschini, un cognome molto diffuso in quelle terre, sia la necessità di cercare luoghi abbastanza sicuri, non tanto per lei quanto per i suoi figli, la portavano a lunghe permanenze in campagna presso i parenti più stretti.
Da un po’ di tempo agiva nella zona una banda di “ribelli”, così li chiamavano, e li avrebbero sempre chiamati, i contadini e gli abitanti dei paesi della zona. La banda aveva compiuto in poco tempo diverse azioni, anche molto audaci, contro le truppe tedesche, le stazioni dei carabinieri e della guardia repubblicana per procurarsi armi. I ribelli avevano anche requisito depositi di grano, farina e olio, come a Casalina, distribuite poi alla popolazione del luogo a cui erano state estorte.
La banda era prevalentemente formata da coloni di Castelleone, da qui il nome che si erano dati “La Leoni” e avevano scelto come base la Torre Burchio, posta in una altura fra Bettona e Castelleone. Nelle zone limitrofe, intanto, stava iniziando ad operare una formazione partigiana composta da giovani perugini, che strinse legami operativi con La Leoni. Negli ultimi giorni i “ribelli” avevano intensificato le loro incursioni e in uno scontro a fuoco avevano ucciso due tedeschi. In una diversa azione avevano disarmato e fatti prigionieri altri due militari tedeschi, portati poi alla Torre Burchio e trattati come “prigionieri di guerra”.
La reazione non si era fatta attendere. Il prefetto Armando Rocchi sollecitò e non ce ne era bisogno, l’intervento dei militari tedeschi e prese parte con le milizie fasciste alla rappresaglia verso i ribelli e le popolazioni civili. E’ ancora buio, quando il 6 marzo, nella zona, già circondata durante la notte, entrano un centinaio di camion che trasportano i paracadutisti della “Hermann Goering”; inizia il rastrellamento sistematico del territorio e delle abitazioni civili.
Le formazioni dei ribelli cercano di sfuggire all’accerchiamento; vi riescono grazie al sacrificio del vicecomandante della Leoni, Mario Grecchi, che insieme a cinque uomini blocca per alcune ore l’avanzata dei tedeschi. Nel conflitto a fuoco due ribelli sono uccisi, altri nonostante siano feriti riescono a mettersi in salvo, Grecchi, ferito a morte, viene catturato.

Perugia, 1944: Liberazione
1 Liberazione di Perugia del 1944

 

In tutta la zona iniziano a circolare notizie sul rastrellamento e sugli scontri a fuoco ma sono frammentarie e incerte. Solo più tardi, che ci sono stati morti non è ancora accertato, esplode e gira velocemente la notizia che i tedeschi hanno portato via e arrestato diversi uomini: quanti? Otto, dieci, forse di più. Nelle famiglie contadine cresce l’ansia, ognuna di loro ha un parente legato, in qualche modo, alla banda dei ribelli, e forse è toccato a lui essere preso. Nel podere di Veschini Nazzareno i dubbi sono pochi, due suoi figli erano con i ribelli. Più tardi, quando le notizie saranno più precise (qualcuno ha visto mentre li portavano via), la conferma: sono tra gli arrestati e li hanno portati a Perugia. Sopraggiunge la Marietta, anche lei è sposata Veschini, anche lei è una parente, il suo podere è poco lontano, sta cercando il figlio quattordicenne Nello, ma nessuno lo ha visto. La Marietta è una donna riservata, di poche parole e piange sommessamente come in silenzio. Arrivano altri vicini e parenti, per avere notizie e per darne, per stare insieme nella speranza di sopportare con più forza la tragedia. Qualcuno ha visto Nello insieme a Renato, un altro figlio maschio di Nazzareno, anche lui non ancora quattordicenne. Il conto è presto fatto, il dubbio diventa certezza, hanno seguito i fratelli più grandi di Ettore, così hanno preso anche loro. Che fare? La Nilde propone di andare a Perugia e cercare di parlare con qualche autorità o con il comando tedesco, rimanere a Castelleone significa solo attendere e piangere, lei vuol fare qualcosa per i suoi cugini e per quei due ragazzi,e poi sarebbe troppo pericoloso se fossero degli uomini a muoversi, verrebbero presi per ribelli, ne nasce una discussione ma lei è irremovibile e chiede alla Marietta di accompagnarla; la Marietta è timida, ha paura, ma è la madre di Nello e poi della Nilde si fida. I preparativi sono veloci e partono che è già notte inoltrata.
Iniziava ad albeggiare quando le due donne giunsero nelle vicinanze di Ponte San Giovanni. Rumori di motori distrassero la Nilde dai suoi pensieri; non sapeva ancora che cosa avrebbe fatto una volta giunta in città, pensava ai suoi figli e al marito di cui da lungo tempo non aveva notizie. Luci d’auto, le illuminarono da dietro avvicinandosi velocemente, non ebbero paura, ci si stava abituando a tutto. Una camionetta militare, con alcuni soldati tedeschi, si fermò e iniziò uno strano dialogo, ma si capirono e offrirono loro un passaggio per Perugia, dove erano diretti. Salirono, lei non pensò in quel momento che quei soldati forse avevano partecipato al rastrellamento del giorno prima, pensò solo che erano molto giovani ed erano stati gentili. Le lasciarono di fronte alla prefettura che era anche la sede del Capo della Provincia, cercarono invano di farsi ricevere, non gli dettero considerazione.

Alleati a Perugia nel 1944 di fronte il Palazzo dei Priori
2 Gli alleati in Piazza IV Novembre a Perugia nel 1944

 

Si recarono allora alla sede vescovile. Chiesero di essere ricevute dal Vescovo, gli addetti opposero resistenza, non era possibile, dicessero a loro il motivo che avrebbero poi informato il Vescovo. Il motivo lo disse lei, la Nilde; era per quei ragazzi non ancora quattordicenni presi dai tedeschi durante il rastrellamento nella zona di Deruta e che sarebbero stati sicuramente fucilati il giorno stesso; erano lì per chiedere l’intervento diretto del Vescovo. Ma voleva parlargli lei, dirgli direttamente quale enorme ingiustizia sarebbe stata commessa, e sostenne questa sua ragione urlando, piangendo e anche imprecando, perché non era possibile che nessuno facesse qualcosa per salvare dalla morte quei ragazzi. Il Vescovo le ricevette, le ascoltò e cercò di rassicurarle, avrebbe fatto il possibile ma non poteva in quelle circostanze garantire un qualsiasi risultato.
L’indomani, 8 marzo, i “ribelli” presi durante il rastrellamento tedesco, dopo un sommario processo presso il Lilli, furono fucilati al poligono di tiro del XX giugno, i loro nomi: Biagioni Antonio, Tiradossi Pasquale, Veschini Francesco, Veschini Ettore, Nonni Giovanni, Ricciarelli Giulio, Angeletti Mariano, Marinacci Renato. Mario Grecchi non ancora diciottenne,fu curato, anche con trasfusioni di sangue, per essere fucilato nello stesso poligono il 17 marzo 1944. Veschini Roberto e Veschini Nello non erano nell’elenco fatto affiggere dal comando tedesco che annunciava la sentenza e la sua immediata esecuzione.
I due ragazzi furono rilasciati; lei non si chiese se la salvezza dei due ragazzi fosse avvenuta per il loro intervento presso il Vescovo o per un inatteso gesto di pietà del comando tedesco. Non gli premeva saperlo, l’importante era che non si fosse consumato un altro atroce delitto.
“La Nilde” era mia madre.

 

Aldo Peverini ha scritto articoli e saggi sulla pubblicità e la comunicazione sia commerciale che politica, compresa un’indagine/ricerca sullo stato della pubblicità in Umbria, poi pubblicata. Lavora da circa trent’anni nel settore della comunicazione e della pubblicità, sia commerciale che istituzionale e politica, fondando agenzie di comunicazione o come consulente. Ha recentemente curato il volume Quando la politica era passione una cronistoria, degli anni ’70 in Umbria, raccontata, commentata e con un ampio corredo fotografico. E’ l’autore dei testi e della sceneggiatura della Storia di Perugia a fumetti pubblicata nel 1980, di cui è in corso la stampa la seconda edizione.