Porta Sole è una delle antiche porte della cinta muraria etrusca della città di Perugia, dalle quali prende il nome un intero quartiere. A differenza delle altre porte, la sua collocazione non definisce una cesura tra il rione antico e le strutture sorte più recentemente. La si può ammirare in via Bontempi, in cima alle scale che scendono fino a via del Roscetto. Veniva (e spesso viene tuttora) chiamata Arco dei Gigli, perché quello è il vero nome della struttura. Il doppio nome è un fenomeno consueto, circa le porte che danno il nome a un quartiere. L’Arco dei Gigli non è, evidentemente, la Porta Sole originale, ma deve esserlo diventato quando venne abbattuta la porta monumentale collocata nella vicina via Alessi. Lo stesso è accaduto per Porta Santa Susanna e Porta Eburnea, seppure in questi casi le strutture precedenti ancora esistono. Sia rispetto all’Arco dei Gigli, sia rispetto alla porta che si ergeva in cima a via Alessi, l’antica Porta Sole citata da Dante Alighieri nel Paradiso doveva trovarsi ancora più in alto, forse quasi alla sommità dell’omonimo colle.
Il quartiere di Porta Sole si trova nel punto più alto della città di Perugia, e vi si può accedere da via Bontempi, da piazza Matteotti, da via Bartolo e dalla suggestiva scalinata che connette quest’ultima e via Pinturicchio con via delle Prome. Per raggiungere il punto più alto di Perugia occorre recarsi in Piazza Michelotti e continuare la salita lungo via dell’Aquila, passare accanto alla casa natale di Sandro Penna e arrivare dunque all’altitudine massima, 493 metri sul livello del mare. Nella gara della “Sassajola” i due rioni di Porta Sole e Porta Sant’Angelo, chiamati “parte di sopra”, combattevano contro porta Santa Susanna, Porta Eburnea e Porta San Pietro, chiamati “parte di sotto”.
Il quartiere di Porta Sole è il piano nobile di Perugia. Presso la sommità del rione ci si imbatte in un incredibile lembo di selva, in un gran numero di palazzi nobiliari, di cui uno ospita la Biblioteca Comunale Augusta, e nella chiesa di San Severo con affreschi di Raffaello. Dal belvedere di Porta Sole che si trova nei pressi della Augusta, si può ammirare uno spettacolare panorama di Borgo Sant’Angelo e Borgo Sant’Antonio.
Esaurite le indicazioni turistiche, torniamo all’Arco dei Gigli. È una delle porte aperte tra le mura etrusche. In epoca medievale fu oggetto di rifacimenti che eliminarono le decorazioni in pietra. Il tratto di mura nel quale è inserita congiungeva via della Viola a via della Pazienza, tagliando il colle fino a via Bartolo, dove si connetteva con l’Arco di Augusto.
Anche se in considerazione del fatto che comunemente i nomi delle porte vengono trasferiti nel tempo alle aperture di transito comune più prossime alle originarie, l’identificazione dell’Arco dei Gigli con Porta Sole non ha mai avuto un grande successo, tanto che i cittadini di Perugia indicano la monumentale apertura con il suo nome proprio e non con quello del quartiere. L’arco venne trasformato in acuto nel XIII secolo. L’area venne fortificata nel XIV secolo, ma la cittadella militare, nota come fortezza di Porta Sole, fu abbattuta dopo una sommossa popolare nel 1376. L’arco è conosciuto anche come arco dei Montesperelli, dalla nobile famiglia che abitava nelle vicinanze. È ricordato come Porta del Giglio (o dei Gigli) dal 1535, anno nel quale papa Paolo III Farnese visitò la città e fece scolpire il simbolo della propria famiglia, il giglio appunto, sulla sommità dell’arco.
Guardando attentamente l’arco si possono notare gli interventi che hanno interessato la muratura sulla quale poggia, dai grandi originari blocchi in travertino della cinta etrusca sino ai più fini mattoni medievali. Lungo l’apertura esterna, alla destra dell’arco medievale, s’intravede l’inizio dell’originario arco a tutto sesto.
Gli elementi che compongono lo stemma del quartiere, un sole d’oro antropomorfo raggiante in campo bianco, sono correlati alla topografia di quella parte di città, volta a levante. Nel rione era presente il Convento dei Camaldolesi, pertanto nelle Matricole figuravano il Sole e, meno spesso, l’effigie di San Romualdo. Il sole antropomorfo rievoca probabilmente la presenza nel rione dell’antico tempio etrusco del sole. Alcune fonti indicano che il bianco possa essere posto in relazione alla farina: Porta Sole, esteso a Nord-Est verso l’area del Tevere, comprendeva le attuali frazioni di Ponte San Giovanni, Ponte Felcino, Ponte Valleceppi e Ponte Pattoli, tutte caratterizzate dai molini a ruota, alimentati dalle acque del fiume.

Perugia: Arco dei Gigli o Porta Sole
1 L’Arco dei Gigli a Perugia

 

San Romualdo è stato il fondatore dell’eremo di Camaldoli e promotore della Congregazione camaldolese, diramazione riformata dell’Ordine benedettino.
Intorno all’anno mille, esplorando le zone più selvagge della dorsale appenninica centrale tra Umbria e Marche, si propose di riformare l’istituto monastico. Esponente di una famiglia nobile, era figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna e di Traversara Traversari.
Romualdo, sconvolto da un fatto di sangue di cui furono protagonisti il padre e un cugino, decise di farsi monaco ed entrò nell’antico monastero di Sant’Apollinare in Classe. In seguito si recò presso un eremita, Marino, in territorio veneziano. Qui conobbe l’abate Guarino, uno dei più importanti monaci rifondatori del X secolo; questi convinse il giovane eremita, non ancora trentenne, a seguirlo nell’abbazia di San Michele di Cuxa (in catalano Sant Miquel de Cuixà), in Catalogna, dove Romualdo si trattenne dieci anni e compì la sua formazione.
Ritornato in Italia, si ritirò nel territorio del Monte Fumaiolo e fondò, dove sorge attualmente il paese di Verghereto, un monastero in onore di San Michele Arcangelo. A causa dei suoi continui richiami disciplinari e morali ai monaci, venne cacciato con “belluino furore” a “vergate” insieme ai suoi discepoli. Per un periodo visse in una grotta (attualmente chiamata Grotta di Romualdo) sul Canale di Leme presso Parenzo in Istria.
Intorno al 1014 Romualdo fondò un eremo a Sitria, alle falde del Monte della Strega, tra Monte Catria e Monte Cucco, presso la frazione di Isola Fossara, comune di Scheggia (PG) e, dopo poco, vi aggiunse un piccolo monastero (cenobio) con una chiesa: l’abbazia di Santa Maria di Sitria. Rimase in terra umbra quasi sette anni, gli ultimi prima di recarsi a Camaldoli. A Sitria pregò e digiunò, nel silenzio, in compagnia di alcuni devoti, che istruì.
Morì a settantacinque anni circa, tra il 1023 e il 1027, nell’abbazia di San Salvatore in Valdicastro in località Valdicastro, vicino a Fabriano, in solitudine. Fu beatificato appena cinque anni dopo la morte e fu dichiarato Santo nel 1595, da Papa Clemente VIII. Il suo corpo è, dal 1481, nella chiesa di San Biagio a Fabriano. È contitolare della Basilica Cattedrale di Sansepolcro. L’abbazia di Santa Maria di Sitria si trova nel parco naturale del monte Cucco nell’eugubino, presso Isola Fossara, frazione del comune di Scheggia e Pascelupo in provincia di Perugia, quasi sulla linea di confine con la regione Marche.
La chiesa di Sitria è un edificio religioso composto da un’unica navata separata, alla maniera benedettina, dal presbiterio tramite una scala in pietra di 8 gradini. Di stile tardo romanico, presenta una copertura con volta ogivale in pietra e un altare abbellito da archetti trilobati, sorretti da 13 colonnine, delle quali la maggior parte furono rubate negli anni sessanta del 900 e successivamente ricostruite. Nel catino dell’abside si trova un affresco risalente al XVII secolo, raffigurante una Crocifissione, di autore ignoto.
La cripta sottostante, alla quale si accede per un ingresso al centro della scalinata, è molto elegante e presenta una volta sorretta da una colonna di granito con capitello, quasi sicuramente proveniente da una costruzione preesistente di epoca romana.
Il cenobio annesso che, sebbene fatiscente, esisteva ancora un secolo fa, è ora quasi completamente distrutto, se si eccettuano un salone con volta in pietra (forse l’antica sala capitolare) e un altro di medesima fattura al piano superiore. La chiesa, restaurata in maniera esemplare, è visitabile chiedendolo ai proprietari, i monaci benedettini camaldolesidi Fonte Avellana, non molto lontani e da cui dipende. Nel sotterraneo della chiesa, di fianco alla cripta, è indicata la cosiddetta prigione di san Romualdo, l’angusta cella in cui il Santo fu rinchiuso per sei mesi dai suoi stessi monaci.
Nell’Abbazia vissero, tra gli altri, san Pier Damiani, sant’Albertino da Montone, il beato Tommaso da Costacciaro e Leone il Precense.
Il quartiere di Porta Sole ospita alcuni tra i principali monumenti della città di Perugia: la
Biblioteca Augusta, la Cappella di San Severo, il Pozzo etrusco, la casa museo Palazzo di Sorbello.

 

La Biblioteca Augusta si trova, dal 1969, nel Palazzo Conestabile della Staffa. L’edificio fu commissionato da Ottavio Ferretti nel 1629 all’architetto gesuita Rutilio Clementi attivo a Perugia anche nella Chiesa del Gesù.
Nel 1849 il palazzo divenne dimora della principessa Maria Bonaparte Valentini, figlia del fratello di Napoleone che qui diede vita ad un celebre salotto, che fu luogo di ritrovo di esponenti del movimento liberale e patriottico cittadino e richiamò un gran numero di letterati e studiosi. Sul finire del secolo il palazzo passò nelle mani della famiglia Conestabile della Staffa. Parte integrante del palazzo è la Chiesa di Sant’Angelo della Pace, detta anche Oratorio dell’Angelo della Pace, che dal 2009 è la “Sala Binni” della Biblioteca Augusta.
La Biblioteca nacque nel 1582 dalla donazione che l’umanista Prospero Podiani fece al Comune di Perugia della propria biblioteca privata, comprendente circa 10.000 volumi. Nel 1623 fu aperta al pubblico e come tale è una delle più antiche biblioteche pubbliche.

Targa di Dante a Porta Sole di Perugia
2 Il celebre verso del Canto XI del Paradiso di Dante inciso sulla targa di Porta Sole

 

La cappella di San Severo sorge adiacente alla piccola chiesa omonima. Al suo interno è conservata l’unica opera rimasta delle molte che Raffaello realizzò per la città. Si tratta di un affresco raffigurante la Trinità con i santi Mauro, Placido, Benedetto martire e Giovanni monaco commissionatogli nel 1505 dal vescovo Troilo Baglioni. L’opera, lasciata incompiuta per la chiamata di Giulio II a Roma, fu completata nel 1521 dall’ormai anziano Pietro Vannucci. A lui si devono i Santi Scolastica, Girolamo, Giovanni Evangelista, Gregorio Magno, Bonifacio e Marta effigiati nella parte inferiore dell’opera.

 

Il Pozzo etrusco, noto anche come Pozzo Sorbello dal nome della famiglia che tuttora possiede il palazzo soprastante, è inglobato nei sotterranei del seicentesco palazzo Bourbon-Sorbello situato all’estremità orientale di piazza Danti. È la più monumentale tra le infrastrutture idriche della città. Costruito in epoca etrusca con la duplice funzione di pozzo e cisterna, offre, insieme alle mura etrusche, un’importante testimonianza dello sviluppo urbanistico raggiunto da Perugia in epoca etrusca. Realizzato con lo stesso travertino della cinta muraria, è scavato nel cosiddetto “tassello mandorlato”, conglomerato tipico della città. Presenta una canna cilindrica profonda oltre 30 metri, dal diametro massimo di 5,60 metri, che si riduce ad imbuto nel settore inferiore. Ha una copertura formata da due capriate, ciascuna costituita da quattro grandi blocchi di travertino, due orizzontali e due obliqui, sorretti da una chiave di volta centrale. Tale sistema, che trova strette affinità tecniche con la cisterna di via Caporali situata al capo opposto della città, serviva a sostenere una pavimentazione a lastroni di travertino in cui doveva essere ricavata la bocca di attingimento dell’acqua. Sui blocchi del paramento sono leggibili segni alfabetici riconducibili a quelli delle mura cittadine. Sulle pareti del rivestimento in travertino si nota un’apertura, probabile bocca di alimentazione del pozzo, che da qui riceveva acqua dalle falde sotterranee. L’omogeneità di materiale e tecnica costruttiva tra il pozzo, la cisterna di via Caporali e le mura consente di ipotizzare che il pozzo sia stato realizzato come infrastruttura pubblica e presumibilmente collocato lungo la viabilità principale. La stessa copertura è attestata in una cisterna etrusca esplorata sempre a Perugia, in via Caporali. L’opera è datata al III secolo a.C., e la sua capacità massima calcolata ammonta a 424.000 litri, risultando la più grande tra i vari pozzi e cisterne della città, anch’essi in uso fino alla costruzione del primo acquedotto pubblico del XIII secolo.
È stato oggetto di esplorazione speleo-archeologica per la prima volta nel 1965, fino alla profondità di 37 mt. sotto il livello del suolo con dimensioni fino a 12 mt. diametro 5,60 m. fino al restringimento di 3 m. Nel 1996 è stato vuotato dell’acqua presente per essere rilevato e fotografato.

 

Palazzo Sorbello è stato costruito alla fine del Cinquecento. Appartiene tuttora ai marchesi Ranieri Bourbon di Sorbello che gli hanno dato una destinazione museale.
Il palazzo fu realizzato, secondo le forme architettoniche tipiche dei secoli XVI e XVII, per volere dei Montemelini, una delle casate più antiche e influenti di Perugia. La posizione prestigiosa, adiacente alla piazza principale della città, piazza IV Novembre, al palazzo dei Priori e al duomo, lo rendevano appetibile come residenza principale. Vi soggiornò anche il futuro re Carlo III di Spagna, figlio di Filippo V di Borbone e di Elisabetta Farnese, prima di prendere possesso dei regni di Napoli e di Sicilia.
Nel 1780 il penultimo reggente di Sorbello Uguccione III (1748-1805) acquistò lo stabile. Davanti alla residenza è visibile il Pozzo etrusco (detto anche Sorbello): sulla grata in ferro battuto della vera si può notare lo stemma della casata. Il palazzo è costruito su tre piani, ma soltanto il pianterreno e quello nobile conservano ancora le volte affrescate. L’androne mostra un raro esempio di pavimentazione esterna in sampietrini di legno, eseguita al fine di attenuare il fragore delle ruote delle carrozze che entravano e uscivano.
La quadreria, ben fornita di opere di importanti artisti, custodisce l’Annunciazione Ranieri, unica con questo oggetto dipinta dal Perugino, che, viste le piccole dimensioni, il marchese un tempo portava sempre con sé in una valigetta. La collezione conta pregevoli porcellane, lampadari settecenteschi, arredi di pregio e un’inestimabile biblioteca con incunaboli e testi rari, alcuni pubblicati da Aldo Manuzio, unitamente alle edizioni originali dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert e delle Tragedie di Vittorio Alfieri.
La Casa Museo, inoltre, pone all’attenzione dei visitatori l’interessante raccolta di oltre 500 ricami e merletti in punto umbro o Sorbello voluta dall’americana Romeyne Robert Ranieri. La signora, appassionata d’arte e letteratura, fondò nella villa del Pischiello, nei dintorni di Passignano sul Trasimeno, una scuola laboratorio in cui veniva lavorata e impreziosita la tela umbra, prodotta a Città di Castello.

 

Antonio Senatore è scrittore e critico d’arte. Ha collaborato con riviste e istituzioni museali sia in Italia che all’estero. Attualmente opera nel circuito dei musei civici di Perugia e insegna Storia del design presso il NID – Nuovo Istituto di Design.