Privacy Policy In memoria delle Frattocchie e della perduta “Battaglia di ponte dell’Ammiraglio”.
Aldo Peverini Vol. 12, n. 1 (2020) Storia

In memoria delle Frattocchie e della perduta “Battaglia di ponte dell’Ammiraglio”.

Vol. 12, n. 1 (2020)

Il sole entrava prepotentemente nella sala di lettura, i tendaggi non attenuavano a sufficienza l’invasione dei raggi. Le sale di lettura, la biblioteca, come altre grandi sale erano situate al piano terra; davano su un giardino spazioso e ben curato inondato dalla luce. In uno spazio più raccolto e ombroso, tra due grandi palme e fiorite aiuole, giaceva la scultura Al partigiano caduto dell’artista Marino Mazzacurati.

L’Istituto di studi comunisti, questo il suo vero nome, è chiamato le Frattocchie dalla località dove ora ha sede. Una scuola di alfabetizzazione politica per operai e contadini (oltre che scuola di formazione per dirigenti di partito e amministratori),  che venne ideata e decisa dal gruppo dirigente del Pci nell’ottobre del 1944. Il perugino Armando Fedeli[1] fu incaricato di elaborare un progetto di formazione politica e di renderlo esecutivo. Fedeli venne poi nominato primo direttore della scuola, che  entrò pienamente in funzione all’inizio del 1945. La prima sede dei corsi fu a Roma in via Guidubaldo Del Monte e prese il nome dell’ideologo sovietico A. Zdanov (1896-1948), principale responsabile della politica culturale sovietica e uno dei probabili successori di Stalin.

Dopo un periodo sufficientemente breve la scuola centrale si trasferì a Frattocchie, località posta nelle vicinanze di Albano Laziale. Nel frattempo alla scuola era stato dato il nome di ‘Istituto Togliatti’ (contro il volere dello stesso segretario).

In questa località il Partito comunista aveva ricevuto in donazione una vasta e appartata area, comprendente alcune costruzioni e una villa. Nel 1950 il Pci decise di rinnovare ed ampliare il complesso con nuovi edifici e strutture per dare vita a una nuova e moderna scuola per quadri e dirigenti del partito.

Dopo molteplici e importanti lavori, durati circa tre anni, venne inaugurata il 9 gennaio 1955 ed entrò subito in funzione con la denominazione di “Istituto di studi comunisti”. Ma se questa si presentava subito come l’eccellenza, lo era perché nel paese esisteva e si allargava una rete, un sistema di formazione politica differenziata e finalizzata: le scuole femminili, la Centrale di Milano, la Marabini di Bologna, l’Istituto Novella a Roma, Grieco a Bari, Sereni a Cascina e l’Istituto Curiel di Faggeto Lario. Gli edifici, di recente costruzione, erano stati progettati razionalmente e finalizzati alla funzione che dovevano svolgere: un centro studi autosufficiente e con tutti i servizi necessari, anche per lunghi e molteplici corsi. Di fianco a questi vasti edifici, ma separata da siepi, alberi e un diverso ingresso, troneggiava una villa fine ottocento. Seppi solo dopo che era  adibita ad ospitare i membri della direzione del Pci sia quando si fermavano perché impegnati con i corsi o per periodi di riposo, sia per ricevere ed ospitare dirigenti dei partiti esteri, tanto che veniva soprannominata villa Togliatti.

Ero all’istituto da circa una settimana, la primavera di questo 1961 era lussuriosa e lasciava presagire una lunga estate da vivere pienamente. Il complesso era situato a pochissima distanza dalla località detta Osteria delle Frattocchie, proprio dove inizia la ripida salita per Albano Laziale. Vi si entrava deviando sulla sinistra e percorrendo un’altra piccola salita che terminava in un cancello.

Non si accedeva facilmente all’interno della zona occupata dall’Istituto. Esistevano due filtri che regolavano l’ingresso. Il primo, un casotto in muratura per un agente di Ps che controllava tutti quelli che volevano accedere alle Frattocchie. Il secondo, il beneplacito finale che veniva dalla sicurezza interna, con l’apertura  di uno dei due cancelli ciechi in metallo; per gli autoveicoli il grande, per il passaggio pedonale il piccolo. Il procedimento valeva anche per i frequentatori dei corsi.

A volte venivano giornalisti, anche stranieri, per saperne di più su questo ‘campus’ dei comunisti italiani e ne venivano sempre giudizi positivi se non di ammirazione.

Mi trovavo nella biblioteca dell’istituto impegnato in una ricerca che avrei dovuto illustrare nel pomeriggio al gruppo di studio. Tutto era silenzio.

Sentii dietro di me un passo leggero, pari allo spostamento d’aria provocato da qualcuno che mi passava accanto, sicuramente diretto all’uscita della sala di lettura.

Alzai gli occhi, come per un riflesso condizionato e la vidi di spalle; magra, snella, quasi esile, vestita completamente di bianco. Arrivata alla porta si voltò, il disordinato e biondissimo caschetto gli cadeva davanti agli occhi, quasi a coprirli, mi guardò per un attimo, che a me sembrò lunghissimo, aveva degli occhi grandi e scuri poi scomparve dietro la porta che dava nel corridoio.

Nell’istituto vigeva, fra le altre disposizioni per il suo buon funzionamento, anche quello della rigida separazione tra i maschi e le femmine ( separazione nei corsi e nelle camere, al primo piano quelle femminili al secondo quelle maschili). I responsabili dei corsi si erano un poco dilungati sugli inconvenienti che ne potevano nascere. A volte invece di inconvenienti nascevano bambini, che ritenevano non fosse un buon biglietto da visita per un Istituto di studi comunisti, insomma questioni di morale.

Nei giorni seguenti, la rividi e mi parlò, ne fui felice. Ci parlammo altre volte, non era semplice perché coincidevano solo i momenti dei pasti e quelli, per così dire, delle uscite libere, vincolate però da orari stabiliti ed a turni dettati dai responsabili dell’Istituto.

Si chiamava M., era figlia di un deputato del Pci o di un alto dirigente del Partito comunista, mi sembra del Piemonte, non ricordo bene. Mi sembrò di capire che era lì più per il volere del padre, che probabilmente lo considerava un dovere verso il partito, che per una sua spontanea passione.

Una passione l’aveva ed era Parigi, mi disse che ci andava spesso. Questa passione era visibilmente legata alle correnti dell’esistenzialismo, al pensiero del filosofo/scrittore francese Jean Paul Sartre, allora personaggio di riferimento letterario, culturale e politico.

Mi disse che non gradiva la compagnia delle altre ragazze del corso e si vedeva: le sembravano conformiste nei gusti e nei comportamenti; intimamente pensai che lo stesso pensiero lo aveva per l’universo maschile lì rappresentato di cui io facevo più o meno degnamente parte.

Tutto questo al posto di irritarmi e ferirmi mi intrigava e affascinava anche perché detto da una ragazza; intuivo un modo di pensare che non conoscevo ma certamente mi incuriosiva.

Una sera, mentre stavamo scemando dalla sala della mensa, si avvicinò e mi disse che se avessi voluto avremmo potuto vederci più tardi in camera sua. Così avvenne per alcune sere, poi il corso femminile terminò e partì.

La rividi una sola volta a Torino per le manifestazioni di Italia 61. Si festeggiava il centenario dell’unità d’Italia e il Pci si era molto impegnato per questo. Mi fece piacere rivederla, parlare e passeggiare insieme. Ma con un po’ di tristezza pensai che non c’era niente da festeggiare.

All’istituto i gruppi di studio si riunivano in apposite aule; le sedute comuni avvenivano nell’Aula Magna che era sufficientemente ampia e fornita di una presidenza per oratori e/o relatori.

Alle spalle della presidenza campeggiava un dipinto di Renato Guttuso: la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio. Un grande quadro (olio su tela di cm 500×300) che narrava in pieno stile realista lo scontro tra i garibaldini e l’esercito borbonico, impegnato ad impedire il passaggio alle truppe di Garibaldi ( ciò avrebbe significato la sicura conquista di Palermo). Il quadro era un’esplosione di rosso che dominava la scena: rosse le bandiere, rosse le camicie dei garibaldini.

E’ in questa sala che i dirigenti del Pci, con alle spalle quel quadro, tenevano le loro lezioni/conferenze su alcuni temi oggetto del corso.

I diversi argomenti alla base dello studio (economia politica, storia del movimento operaio, le tesi del Pci e così via) erano gestiti da insegnanti che curavano lo svolgimento di quel corso introducendolo, consigliando libri da leggere e fornendo delle dispense curate da loro stessi.

Successivamente impegnavano alcuni di noi a relazionare un argomento che veniva poi discusso da tutti, in modo tale che il lavoro e lo studio individuale si intrecciassero con quello collettivo. Gli insegnanti, seppi poi, stendevano in sintesi un giudizio, alla fine del corso, su ognuno dei partecipanti. Questi resoconti/valutazioni venivano, in un secondo tempo, consegnati alla commissione quadri della direzione del Pci.

Quest’attività di studio ci teneva impegnati praticamente per tutta la giornata. La routine si interrompeva solo quando qualche membro della direzione/segreteria nazionale del Partito comunista veniva a parlare di aspetti specifici della linea politica del Partito comunista. Ne vennero diversi e, a volte, alcuni si fermavano con noi e così la discussione si protraeva più informale e forse per questo più interessante.

Mi ricordo piacevolmente la conferenza/dibattito con Giorgio Amendola che pose al centro del suo intervento la necessità dell’unità dei lavoratori, delle loro rappresentanze politiche e sindacali,  la vera base per creare una alternativa politica nel paese. Bravissimo, il più politico, il più concreto di tutti quelli che ascoltai alle Frattocchie quell’estate. Amendola sprizzava simpatia con quel vago e lontano accento partenopeo. Le sue frasi molto distanti dalla retorica erano d’immediata comprensione del suo pensiero politico.

La domenica si era liberi dagli impegni dell’istituto. La maggioranza degli allievi preferiva cogliere l’opportunità per andarsene a visitare Roma; da soli o in piccoli gruppi. Non era un mio obiettivo, ero stato a Roma svariate volte. Solo la prima uscita della mia permanenza alle Frattocchie consumai il pomeriggio ad una visita/sopralluogo, dal vago sapore archeologico e sentimentale, di una borgata romana.

Un altro pomeriggio domenicale, con un amico di Reggio Emilia decisi di fare una passeggiata in un lungolago a pochi minuti da Albano.

Preferivamo andare al lago di Albano dalla parte di Marino, anche per la presenza di spiaggette, piccoli moli e balere; là passammo alcune giornate tentando di socializzare goffamente con le ragazze, al suono della musica di N. Fidenco ‘Legata a un granello di sabbia’.

Passeggiavamo accanto a un piccolo molo e ad una striminzita spiaggetta. Il posto era quasi deserto. Dalla strada che portava alla riva del lago veniva sordo il rombo di un motore, una millecento Fiat si fermò a pochi metri dalla sponda del lago.

Gli sportelli dell’auto si aprirono simultaneamente e ne uscirono fuori tre o quattro ragazzi, la cui età raggiungeva a malapena i diciotto/vent’anni, che vociando e spingendosi a vicenda si diressero verso la riva. Nel mentre si liberavano dei pochi indumenti, per gettarsi poi in acqua. Continuarono lì a spingersi a lottare fra loro urlandosi addosso.

Li guardammo e ci guardammo stupiti; intanto dall’auto (che aveva ancora tutti gli sportelli aperti) scese l’uomo, tra i trentacinque e i quaranta anni, che era alla guida