Pina Bausch
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“Dance, dance, otherwise we are lost”

Pina Bausch

 

Da oltre vent’anni guardo con attenzione il mondo della danza dal mio piccolo osservatorio, la  direzione di una scuola di danza.
La danza interessa un numero enorme di persone, è un fenomeno di massa, un mondo coniugato al femminile: quasi tutti coloro che insegnano danza sono donne, quasi tutti coloro che studiano danza sono ragazze, spesso bambine.
La scuola di danza è un luogo fisico aperto praticamente tutto l’anno in cui bambini, giovani, ed adolescenti si incontrano, si confrontano, socializzano e cominciano ad esercitarsi sulle prime conoscenze della danza e della musica. è anche il luogo dove arrivano per una loro scelta, probabilmente la prima della loro giovane vita.
L’acquisizione dei linguaggi della danza e della musica dischiude ai giovani una porta per poter perseguire finalità specificatamente pedagogiche. I linguaggi non verbali contribuiscono al processo formativo delle persone arricchendo la loro capacità comunicativa, contemporaneamente le abilità motorie ottenute sarannoutili nella loro vita di adulti.
Altro aspetto è quello più ampiamente culturale, contribuire alla formazione generalizzata del pubblico e degli artisti del domani, perché coloro che sono cresciuti nell’esercizio e nell’amore della danza come arte, parteciperanno agli spettacoli dal vivo come completamento naturale della loro vita culturale e saranno motivati a non accontentarsi della mediocrità.
Il giovane cresce relazionandosi con la famiglia (che ha un ruolo centrale e preminente), la scuola istituzionale, il lavoro ed il tempo libero. La scuola di danza, appartiene  a quest’ultimo segmento e si propone di aiutare il giovane a crescere con equilibrio facendogli accettare ed apprezzare la bellezza del proprio corpo che “agisce” accrescendone l’autostima, educandolo alle emozioni.
Tutto questo si può ottenere anche con una buona pratica sportiva, ma mentre lo sport è fisicità allo stato puro, la danza non può prescindere dalla espressività e dalla comunicazione, cioè dalla cultura.
Accanto all’aspetto propriamente socio-culturale che una scuola di danza ha e che in modo schematico è stato affrontato, vi è anche l’aspetto formativo, i danzatori ed i coreografi del domani nasceranno dalle scuole di danza, ma  saranno solo una piccola parte di coloro che  vi partecipano.è importante , anzi necessario, per una scuola che voglia definirsi tale, approntare dei percorsi formativi professionalizzanti interni alla struttura,ed al contempo attivare contatti e relazioni nazionali ed internazionali. In una carriera che si gioca nell’arco di pochi anni perdere anche alcuni mesi può creare un danno irreparabile al futuro lavorativo del danzatore.
L’universo delle scuole di danza è nato e si è sviluppato in un caos normativo assoluto, troviamo associazioni culturali, sportive, ditte individuali, etc.; sorprende e stupisce la tenacia, in questo molto femminile, con cui vengono tenute in piedi queste strutture che sono di fatto delle piccole imprese culturali.
Il caos normativo è ingiustificato sia per l’importanza che la danza ha nella crescita di migliaia di ragazzi(e),  sia per le funzioni sociali a cui  queste strutture assolvono. Il valore aggiunto in termini di civismo, coesione  e dunque di benessere sociale è una ricchezza che una collettività che pensa al proprio futuro dovrebbe difendere e sostenere. Tutto questo settore è lasciato nelle volenterose mani di questi operatori culturali proto-imprenditori di se stessi (in forma associativa, s’intende) che si caricano, con entusiasmo, tutti i rischi connessi all’impresa e vivono con compensi ben al di sotto della media.
Il termine  Cultura è polisemico e sotto questo ombrello si può dire e fare praticamente qualsiasi cosa. È quindi opportunoprovare a circoscriverlo,o almeno tentare di far chiarezza su quelle iniziative,definite culturali, che vengono sostenute con risorse pubbliche e pertanto da tutti noi.
Sono anni che sentiamo ripetere che la Cultura è il petrolio del nostro Paese, che ogni euro investito in cultura genera ritorni di tre, sette, alcuni esperti dicono addirittura ventuno (euro). Queste sirene non ammaliano chi opera culturalmente su un territorio perché la Cultura non è un magazzino di opere o un’intelligenza ben fornita di informazioni. Cultura è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, gli accadimenti che viviamo, di stabilire rapporti con altri uomini. La Cultura è coscienza di sé e del tutto e pertanto  un investimento sia emotivo che economico.
Il ritorno economico di cui tanto si glorificano i nostri amministratori è semplicemente il ritorno turistico o meglio promozione, con il pretesto della cultura, del nostro territorio, cosa utile e giusta ma con la cultura non ha proprio niente a che fare.
Anzi se, per es., proponiamo un festival di danza classica il pubblico che verrà e che con l’acquisto del biglietto contribuirà al finanziamento del festival oltre che all’economia del territorio usufruendo di Alberghi, Ristoranti, Prodotti del territorio,etc. viene a vedere il festival solo se già conosce ed ama la danza , cioè se qualcun altro (ma chi?) li ha sensibilizzati e introdotti in questo mondo, lo stesso discorso vale per i festival di Musica o le mostre d’Arte.
Ed ecco individuata un’altra importante funzione  della scuola di danza: la formazione del pubblico.
Tutto ciò sarebbe utile ed estremamente efficace se questo pullulare di associazioni fossero messe a sistema. In realtà come ho già avuto modo di far notare il tutto si muove in un caos totale, pertanto queste ricadute, quando ci sono si presentano a macchia di leopardo  creando grossi squilibri fra i territori ed anche frustrazioni tra gli operatori. Perché è chiaro che, in un sistema che tende a livellarsi verso il basso, i più penalizzati sono coloro che presentano una proposta di qualità, il che oltre che paradossale  è controproducente perché non realizza le potenzialità che la danza,ed in modo particolare la scuola di danza, può esprimere.
Presidiare un territorio significa partecipare ai concorsi, alle iniziative anche di basso livello che il territorio propone, perché se non ci vai c’è già qualcun altro pronto a prendere il tuo posto ed ecco che per stare in piedi sei costretto a correre, sei come un giocoliere, se ti fermi tutto crolla.
Ma come è successo che  da innovatori e sperimentatori siamo diventati equilibristi? E’ difficile individuare un evento o una data precisa, sicuramente ad  un certo punto le politiche culturali di questo Paese hanno perso  visione,  capacità di progetto. Si sono asservite agli eventi, grandi, piccoli, confidando nei mitici ritorni economici. La televisione, la più grande industria culturale del Paese,ha smesso di proporre danza di qualità. Indimenticabile la Maratona d’Estate di Vittoria Ottolenghi. è comparsa una danza che nulla ha a che vedere con la grande tradizione del balletto europeo o le vertiginose sperimentazioni della danza contemporanea, il tutto si riduce a movimenti , comportamenti, abbigliamenti sguaiati, stonati: il “Grande Fratello” ha fatto scuola.
I grandi balletti sono finiti in programmazioni orarie dedicate agli insonni, si è salvato qualcosa nello spettacolo dal vivo, ma da sempre in questo Paese, il Teatro è riservato ad una ristretta elite.
In questo marasma i più attrezzati culturalmente hanno provato a fare diga ma oramai l’assedio è prepotente e poco il tempo rimasto. Noi operatori possiamo scegliere tra  un percorso da tarantolati, correre da un concorso all’altro, da uno stage ad un altro, inserire mille attività all’interno della scuola per dimostrare che sei moderno aggiornato al passo con i tempi, oppure possiamo tentare di mantenerci saldi sulle nostre competenze e convinzioni provando a far ragionare coloro che bussano alla nostra porta e spiegando che crescere umanamente, culturalmente e professionalmente comporta pazienza, umiltà e spirito di sacrificio. Lo stage, l’incontro con i Maestri di chiara fama sono ovviamente importanti ma proposti al momento giusto ed in giuste dosi.  In quest’ultima trincea ci  siamo posizionatie resistiamo facendo ciò che crediamo  giusto ed utile.

 

Postilla

Dalla Lectio magistralis di Pina Bausch, pronunciata a Bologna il 25 novembre 1999 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Discipline dello Spettacolo.

«Dance, dance, otherwise we are lost»
Signore e signori, vorrei cominciare con una storia. Una volta, in Grecia, sono andata a visitare alcune famiglie di zingari. Ci siamo seduti insieme e abbiamo parlato; a un certo punto tutti hanno cominciato a ballare e io dovevo partecipare. Avevo una gran paura e la sensazione di non essere in grado. Allora è venuta da me una ragazzina, forse sui dodici anni, e mi ha pregato ripetutamente di danzare assieme a loro.
Diceva: «Dance, dance, otherwise we are lost». Balla, balla, altrimenti siamo perduti.

 

Nato a Morcone (BN) il 10/12/1958, risiede a Perugia, sposato con due figli. Laureato in Medicina Veterinaria presso l’Università degli Studi di Perugia. Dal 1982 al 1987 lavora come attore/tecnico presso il “Teatro Studio 3” di Perugia. Ha sempre affiancato allo studio ed al  lavoro attività di volontariato sociale/culturale. Attualmente è presidente dell’Associazione Centrodanza. Pensa la cultura come acquisizione di strumenti atti a comprendere ed agire nel reale.