Vol. 12, n. 1 (2020)

L’agricoltura biologica è un argomento che riempie il nostro lessico alimentare. I prodotti dei supermercati sono quasi tutti bio e OGM free, le merendine e le mense delle scuole devono essere bio, la salute è garantita e protetta da una alimentazione sana, è invalso il detto “siamo quello che mangiamo”, si, almeno riguardo ai nostri escrementi. Tutti questi messaggi e molti altri ancora hanno stimolato la grande crescita dell’agricoltura biologica anche perché i produttori ne ricavano un indubbio vantaggio potendo accedere a finanziamenti pubblici preferenziali e beneficiare di prezzi di vendita più alti.

Si è quindi osservato un incremento di terreni a biologico significativo seppure ancora marginale rispetto a quelli in convenzionale. Uno dei paesi dove tale conversione è stata più evidente è l’Italia (Vizioli, 2019), ciò è giustificato da una indubbia esigenza dei produttori di avere un maggiore reddito per ettaro, stante la modesta dimensione dell’azienda italiana media. L’agricoltore non potendo contare su grosse entrate derivate dalla quantità di produzione deve ricorrere ad una produzione di qualità, almeno supposta e comunque remunerata come tale. Questa rapida conversione verso il biologico di tanti agricoltori lascia perplessi perché l’agricoltura biologica, non potendo utilizzare la gran parte dei presidi fitosanitari che avevano semplificato la professione di agricoltore, richiede una capacità e formazione dei produttori che non si improvvisa facilmente e permette di supporre una certa quota di fraudolenza, o comunque qualche eccezione alla regola, che gli improvvisati agricoltori biologici possano commettere per riuscire ad avere una produzione remunerativa. Ciò è semplificato dal sistema di certificazione delle aziende che viene eseguito da società a cui gli stessi agricoltori si rivolgono e retribuiscono. Si viene quindi a creare una situazione per cui il controllato paga ed in qualche modo controlla il controllore.

Da questa prima trattazione del problema potrebbe sembrare che l’estensore dell’articolo sia avverso all’agricoltura biologica (Ag.Bio.), niente di più sbagliato.

L’Ag.Bio. è una modalità altamente auspicabile non tanto e non solo per la, supposta, superiore qualità dei prodotti ma per il minore impatto sull’ambiente di produzione: il campo agrario e la stalla.

In sintesi quali sono i principi base di questa tecnica di produzione: la rinuncia a prodotti non naturali per la soluzione dei problemi di un campo agricolo che sono essenzialmente 3: la povertà del terreno, il controllo delle erbe infestanti, la protezione dagli agenti parassitari. L’agricoltore convenzionale risolve molto banalmente i tre problemi: utilizza concimi di sintesi per adeguare alle necessità il contenuto di elementi del terreno (azoto, fosforo e potassio), tratta ripetutamente la coltura con sostanze erbicide più o meno selettive, spesso ad un diserbante totale irrorato prima della semina, seguono trattamenti con erbicidi specifici per la singola coltura; anticrittogamici ed insetticidi vengono utilizzati per proteggere la coltura da funghi, insetti ed acari.

Disporre di tali sussidi permette all’agricoltore convenzionale di specializzarsi in una singola coltura e quindi ottimizzare e minimizzare il parco macchine, specializzarsi nelle tecniche di diserbo e protezione da parassiti, ottimizzare lo stoccaggio del prodotto. Questi esiti positivi sono controbilanciati da un continuo depauperamento del suolo, dalla formazione di una flora infestante di sostituzione, vale a dire adattata ai trattamenti, una selezione di linee fungine e razze di insetti sempre più resistenti ai presidi fitosanitari utilizzati ingenerando quindi un continuo incremento dei dosaggi e dei trattamenti con esiti disastrosi sulla qualità ambientale: inquinamento di falde acquifere, suolo e dell’aria. Anche dal punto di vista commerciale la monocoltura rende il produttore schiavo del mercato e lo lascia in balia degli andamenti ondivaghi dello stesso determinati da cause che lui non può controllare. Anche l’allevatore incorre in simili problemi, fondamentalmente la necessità di incrementare i trattamenti antibiotici per garantire la sopravvivenza dell’allevamento intensivo, l’inquinamento delle falde con i liquami e il peggioramento della qualità del prodotto derivato da animali infelici, mal e/o troppo nutriti, intossicati da un eccesso di farmaci.

La Ag.Bio. rifiuta queste metodiche e ricorre in primo luogo ad una pratica vecchia come l’agricoltura: la rotazione. La rotazione consiste nell’alternare colture diverse nello stesso appezzamento, si alternano colture foraggere che controllano il proliferarsi delle erbe infestanti perché il loro investimento (piante per m2) è molto alto e quindi anche la competizione con le infestanti, inoltre per il fatto che il prodotto è l’intera pianta, alle malerbe non viene data la possibilità di disseminare perché vengono tagliate prima della produzione di seme, spesso le colture foraggere sono polienni e questo è un ulteriore aiuto al controllo delle erbacce; per riportare sostanza nutritiva nel terreno è fondamentale coltivare una leguminosa che grazie alla capacità di fissare l’azoto atmosferico arricchisce il terreno di questo elemento. Molte leguminose sono foraggere in particolare erba medica, i vari trifogli, il ginestrino e quindi le due cose, arricchimento del terreno e controllo infestanti, possono esser fatti contemporaneamente, sta di fatto che la gran parte del terreno coltivato a biologico comprende le foraggere e ciò rientra in questa logica. Nonostante queste buone pratiche però il controllo delle infestanti non è totale e la fame di azoto delle piante, particolarmente grano e mais, non è saziata. Sta di fatto che con una agricoltura pressoché biologica, anche se non ancora catalogata come tale della prima metà del secolo scorso la produzione per ettaro era immensamente più bassa rispetto a quella ottenibile dopo la rivoluzione verde ed il mondo non riusciva ad alimentare una popolazione di circa 3 miliardi di uomini mentre con le produzioni attuali si riesce ad alimentare dignitosamente quasi la totalità dei 7 miliardi di umani.

Un capitolo occorre ora per chiarire meglio cosa sia stata la “rivoluzione verde” tanto contestata dagli agricoltori “ambientalisti”. La rivoluzione verde nasce nella seconda metà del 1900 presso i laboratori del CYMMYT, un laboratorio internazionale di ricerca situato in Messico, ed è un approccio innovativo  della produzione agricola che combinando miglioramento genetico e chimica ha permesso di moltiplicare a dismisura le produzioni. Occorreva infatti produrre piante che potessero sfruttare al massimo le sostanze nutritive offerte dalla chimica per cui è stato svolto un grosso lavoro di miglioramento genetico per ottenere varietà di riso, grano, mais che riuscissero a massimizzare l’apporto dei nutrienti e trasformarlo in prodotto consumabile;  si sono quindi costituite varietà a bassa taglia ma con spighe grandi, ricche di clorofilla e con portamento eretto che permettesse di intercettare il massimo dell’energia luminosa per metro quadrato. Il risultato è stato eccezionale, le produzioni sono quintuplicate: un ettaro di grano che prima della rivoluzione verde produceva 10-12 quintali dopo poteva raggiungere gli ottanta.

La lotta ai parassiti è forse l’aspetto più impegnativo per l’agricoltore biologico ed infatti sono state fatte e vengono ancora fatte eccezioni alla regola permettendo l’uso di sostanze che non sono naturali e non sono amichevoli per l’ambiente, vedi il caso del solfato di rame, il ramato direbbe Ceccherini nel film il ciclone, che non è naturale ed inquina terreni e falde, tuttavia essendo un prodotto utilizzato nell’agricoltura “d’antan” sembra che sia accettabile; e questa è una prova che l’Ag.Bio. più che una nuova metodica sia un chiamare in modo diverso l’agricoltura di 2 secoli fa quando, in Italia, la fame e la sottonutrizione o mal nutrizione erano molto diffuse.

Da quanto detto si deduce che l’Ag.Bio. non può essere la risposta definitiva per risolvere il problema dell’alimentazione nel mondo, e soprattutto possa risolvere i problemi che si presentano ai giorni nostri: 1) incremento esponenziale della popolazione; 2) riduzione della superficie agricola coltivabile; 3) necessità di salvaguardare spazi naturali.

Ovviamente prima di tutto sarebbe utile che tali problematiche venissero affrontate direttamente. Estremamente fattibile sarebbe evitare lo spreco di terreno agrario di alto valore, le nostre pianure sono sommerse da capannoni, ad un solo piano, di parcheggi, di chilometri di strade, superstrade, spesso sottoutilizzate, nel solo comune di Perugia ne potrei indicare molti chilometri (fig. 1) , ecc.

Fig. 1 Sperpero di suolo agrario per strade poco utilizzate e per niente manutenute

Basta guardare come è stata ridotta la pianura tra Assisi e Perugia, per non parlare della pianura veneta per capire quanto territorio abbiamo, il più delle volte inutilmente sottratto all’agricoltura. In Italia in cui ci si vanta di una agricoltura di alta qualità non si prende nemmeno in considerazione il valore di un ettaro di SAU (superficie agraria utilizzabile)  nel calcolo costi/benefici di una nuova infrastruttura. Sta di fatto che la distruzione di terreno agricolo progredisce inesorabilmente.

Infine una parola su ambiente naturale e ambiente agrario, spesso si imputa all’agricoltura industrializzata o meglio all’agricoltura biotecnologica la riduzione della biodiversità, confondendo la difesa dell’ambiente naturale  con la biodiversità di un vecchio campo agrario. Va da subito sottolineato che agricoltura non è natura, nemmeno l’agricoltura più sostenibile e più arcaica, l’agricoltura è una forma di sfruttamento della natura, necessaria, virtuosa ma sarebbe certo deviante pensare di conservare l’ambiente naturale, la diversità delle specie, la catena trofica e l’equilibrio tra immissione e degradazione dell’energia che avviene negli ambienti naturali, tramite una agricoltura ecocompatibile; la biodiversità di un campo agrario (fig. 2 e 3) non sarà mai comparabile alla biodiversità di una zona selvatica (fig. 4) in cui le pressioni selettive e quindi l’evoluzione e la co-evoluzione delle specie possono agire indisturbati.

Fig. 2 Campo agrario di girasole e grano
Fig. 3 Campo agrario di erba medica 
Fig. 4 Biodiversità

Pensare di conservare la biodiversità coltivando specie e varietà diverse da quelle più comuni può avere un significato storico culturale ed essere gradito ad un ristretto gruppo di gourmet ma non avere un impatto sulla conservazione della biodiversità, a questo scopo occorre invece rinunciare all’occupazione e sfruttamento di ampi territori, la regione amazzonica è forse l’esempio più eclatante, ma anche aree del nostro territorio sarebbe utile destinare a tal fine, qualcosa come l’isola di Montecristo, forse l’unico esempio italiano che mi viene da fare.

Quindi riassumendo occorre ridurre la SAU a vantaggio delle aree protette e recuperare suoli degradati per l’agricoltura. Perché non recuperare i suoli degradati per destinarli ad aree protette, perché in genere i suoli degradati sono quelli che sarebbero più adatti per un’agricoltura produttiva, in genere sono pianeggianti, vicini a zone abitate (fig. 5) e ciò permette una produzione di prossimità che abbatte i costi del trasporto e permette la vendita diretta (dal produttore al consumatore) che contiene i costi e permette il giusto guadagno all’imprenditore agricolo.

Fig. 5 Terreno di qualità sottratto all’agricoltura

Comunque vada, viste tutte le difficoltà nel risolvere le tre emergenze sopra indicate, occorre che un ettaro di terra produca molto. Aumentare le produzioni agricole industriali permette la pratica dell’Ag.Bio. perché questa ultima è possibile solo se la grande domanda di alimenti viene ad essere soddisfatta, altrimenti la rivolta sociale dei poveri sarebbe inevitabile.

Ciò nondimeno la difesa dell’ambiente è un’emergenza ineludibile per cui se vogliamo alimentare decentemente tutti, se non vogliamo ridurre la popolazione, occorre adottare strategie evolute, l’utilizzo dei droni per applicare una lotta integrata precisa e tempestiva che permetta di effettuare i trattamenti antiparassitari solo dove e nel momento che sono necessari permetterebbe di ridurre drasticamente il numero di trattamenti e di conseguenza l’inquinamento,  applicare metodi di controllo dei parassiti favorendo un equilibrio tra parassiti e tutta la catena trofica. Un sistema molto diffuso in agricoltura biologica è il trattamento delle colture infestate da  insetti con Bacillus thuringensis, un batterio che produce sostanze tossiche per alcune classi di insetti. Spargendo tale batterio sulle colture si previene lo sviluppo dell’infestazione,  mentre il rilascio di insetti entomofagi permette di contenere al diffusione di altri insetti parassiti, ad esempio le coccinelle che predano gli afidi. Non sempre tuttavia si hanno a disposizione questo tipo di strumenti e mai il risultato è la soppressione del parassita piuttosto la creazione di un equilibrio fitofago-entomofago, ovviamente il predatore gradisce che la preda non si estingua, e questo comunque riduce le produzioni e la sanità della coltura.  Diverso sarebbe se ad emettere sostanze tossiche e/o repellenti fosse la coltura stessa. Molte piante producono sostanze che prevengono e/o riducono l’attacco del parassita, a volte tali sostanze non sono gradite al palato né del predatore né del consumatore, per cui sarebbe opportuno che venissero prodotte solo quando è in atto un attacco e solo nei tessuti attaccati, a volte ciò avviene naturalmente a volte le piante producono sostanze protettive indipendentemente dall’attacco del parassita. Entrare in questi meccanismi potrebbe essere vitale per avere colture protette e ambiente non contaminato, una mano a questa tecnica la dà, o la potrebbero dare, se ci fossero le condizioni legislative, culturali ed economiche, la genetica, la fisiologia vegetale e l’ingegneria genetica. In una mia relazione di ormai molti anni fa in un incontro tra agricoltori biologici ebbi l’audacia di proporre questa ipotesi, che era quella in cui stavo lavorando da ormai svariati anni, ingegnerizzare piante che permettessero un’agricoltura sostenibile, ma rischiai la mia incolumità fisica. In realtà l’ingegneria genetica già oggi ha prodotto piante che possono soddisfare tale condizione un esempio molto calzante sono quelle piante che producono autonomamente la tossina del Bacilllus thuringensis (Bt), queste proteggono dall’attacco di molti parassiti entomofili che provocano danni notevoli alle colture sia quantitativi che qualitativi. Eppure proprio gli agricoltori bio, quelli che usano il Bt, si sono scagliati contro il loro uso con motivazioni incomprensibili (la insorgenza di resistenze negli insetti, la moria di insetti utili o comunque belli (le api e soprattutto la farfalla monarca), sembra strano pensare che chi lo usa indiscriminatamente spargendo il batterio nei campi trovi più pericoloso che la tossina sia confinata dentro la pianta e quindi affligga solamente gli insetti che quella pianta predano. Si sostiene che le api prendendo il polline vengano uccise, strano però che le colture in cui tale gene è stato inserito non producano fiori visitati dalle api e  strano pensare che spargere un batterio nell’ambiente non induca resistenze mentre se entro la pianta si. C’è da dire che utilizzando piante transgeniche si può modificare la tossina rendendola efficace anche in presenza dell’insorgenza di resistenze così come mantenere piante non Bt all’interno del campo agrario permette ai non resistenti di sopravvivere e mantenere la popolazione degli insetti sensibile. Sembra assurdo in sintesi pensare che confinare il veleno sia più pericoloso che rilasciarlo liberamente nell’ambiente.

Comunque la situazione è ormai tale che, nel sentire comune, l’agricoltura più pericolosa  sia quella che si avvale delle biotecnologie genetiche. Purtroppo le fake news sono ormai il nostro pane quotidiano. Chi attualmente ci rimette sono gli agricoltori convenzionali che a causa delle limitazioni nell’uso di sementi transgeniche non possono coltivare le varietà più produttive, ciò è particolarmente sentito nel nostro paese per il mais, perché in quelle di ultima generazione  le grosse industrie sementiere inseriscono sempre uno o più geni esogeni, quello per il Bt e quello per la resistenza al glifosate (un erbicida), per cui non sono coltivabili in Italia ed i produttori di mais vanno fuori mercato.  Riuscire a combinare Ag.Bio. con le bioingegnerie è la sfida che si deve vincere. Certo la distanza tra i due mondi è tanta e non poche sono le colpe del mondo delle biotecnologie.

Non della tecnica ma di coloro che se ne sono appropriati. L’ingegneria genetica è nata nei laboratori pubblici, le università degli stati del ovest degli USA, il Max Planck di Colonia, l’università di Gent e di Nottingham, l’università ed il CNR di Roma, un contributo  fu dato anche dal CNR di Perugia. Sfruttando le ricerche pubbliche e pubblicate da questi ricercatori pubblici, le grosse compagnie chimiche e sementiere si sono inserite con forza assumendo scienziati e soprattutto brevettando metodi e prodotti, ora per rilasciare una varietà occorre pagare royalties a numerosi inventori, inoltre, per ottemperare  al principio di precauzione, affinché le varietà ingegnerizzate possano essere rilasciate occorrono anni di costose e complesse sperimentazioni tali che i piccoli privati o anche enti pubblici non possono permettersi di giungere alla fine del percorso e devono rivolgersi alle grosse ditte sementiere (Monsanto, Ciba, ecc.), i nomi nel tempo cambiano ma le company sono le stesse.  Ora queste ditte per far fruttare il loro investimento debbono avere un prodotto che sia molto venduto e quindi avere diffusione mondiale ed interessare specie molto coltivate, ciò fa si che applicare queste tecniche per problemi locali e su specie diffuse limitatamente non è conveniente e quindi non viene praticato, ed infatti le varietà ingegnerizzate che si trovano in commercio appartengono a pochissime specie agrarie (4-5).

Ora quindi per poter utilizzare tali metodiche più diffusamente e per risolvere problemi specifici di colture e di località, necessita risolvere 2 problemi: 1) non riconoscere la brevettabilità delle metodiche per produrre piante transgeniche e quindi permettere che anche piccoli laboratori (pubblici e privati),   consci delle problematiche locali, possano produrre novità vegetali; 2) ridurre le pratiche ed i tempi per la certificazione della sanità dei prodotti biotecnologici permettendo di nuovo la produzione e commercializzazione delle sementi da parte di piccoli produttori.

In realtà negli ultimi tempi si è andati nella direzione opposta sono cambiati i sistemi di protezione delle varietà vegetali dalla convenzione UPOV alla privativa industriale (Fleck e Baldock, 2003), la prima permetteva la moltiplicazione in azienda della varietà e consentiva il suo ulteriore miglioramento da parte di terzi, ciò con la privativa brevettuale non è più possibile. Per quanto riguarda le varietà biotecnologiche la  normativa non si accontenta più delle caratteristiche di novità, stabilità, distinguibilità, valore agronomico previste dalla convenzione UPOV ma richiede la sostanziale equivalenza (Kuiper et al., 2002), cioè la non differenza rispetto ai parentali per i caratteri non alterati dal transgene, in parole povere se un individuo produce tossine Bt, per essere sostanzialmente equivalente non deve avere altre variazioni nel contenuto di sostanze le più varie rispetto ai genitori non transgenici. Ciò impone una ricerca assai approfondita di tutte le possibili variazioni per il contenuto di sostanze proteiche, metaboliti secondari e potenziali allergeni, dovute ad una ipotesi abbastanza remota che un gene possa inavvertitamente influenzare anche altre caratteristiche della pianta, è un po’ come cercare un ago in un pagliaio.  Ciò nasceva anche dall’idea che non sapendo dove il gene si andasse a collocare nel genoma della pianta ospite non si potesse prevedere quali vie metaboliche potesse alterare, ora con le nuove tecniche di trasformazione basate su metodi  CRISPR-Cas9 (Doudna e Charpentier, 2014) si può collocare un gene in un punto noto del genoma e quindi molte di queste preoccupazioni sono eliminate.

Certo il solco che si è formato tra l’Ag.Bio. e le biotecnologie in agricoltura è ormai così profondo che sarà difficile colmarlo eppure è l’unica soluzione attualmente proponibile, ricerche sempre più attente alle istanze dell’ambiente e abbandono di questo atteggiamento anti-complottista  e antiscientifico che  permea il sentire degli agricoltori biologici nonché di molti consumatori, che peraltro abbandonano quando ci si trova di fronte a crisi sanitarie inattese (vedi Coronavirus), potrebbero avvicinare due mondi che sono partiti abbracciando le stesse istanze per poi scegliere vie diverse nel cercarne la soluzione.

Un’ultima riflessione mi si consenta riallacciandomi all’inizio di questo scritto, il bio è buono e fa bene il non bio è dannoso alla salute. Questo è il machiavello che è stato utilizzato per lanciare l’Ag.Bio. Ma è vero, è supportato da dati?

Per quanto riguarda il contenuto di residui di pesticidi, da analisi nazionali ed internazionali risulta che la quasi totalità dei prodotti ne sia priva o comunque ne contenga al di sotto della soglia di  rischio (Bressanini,    2010), ovviamente sia tra gli agricoltori convenzionali e tra quelli biologici possono esserci “mele marce” che non rispettano i dettami di coltivazione ed infatti qualche piccola percentuale di prodotti non conformi viene rilevata.

Certe caratteristiche di pregio dei prodotti biologici sembrano comunque incontrovertibili tipo il minor contenuto di acqua, imputabile al più basso contenuto di azoto nel terreno, ci sono dati che indicano una maggiore presenza di metaboliti secondari che spesso svolgono funzioni utili all’organismo come antiossidanti c’è però da osservare che questo può essere correlato con il minore quantitativo di acqua a volte però tali metaboliti possono essere sgradevoli (tannini) o tossici (lectine), più evidenti e comprensibili sono i vantaggi di un allevamento bio dove si suppone ci sia più permanenza all’aperto ed in movimento dell’animale e di conseguenza la carne ed il latte abbiano una maggior percentuale di grassi insaturi.

In un primo momento si era riferito di un maggior contenuto di micotossine nei prodotti biologici. Le micotossine sono, appunto, tossine, in alcuni casi cancerogene, prodotte dai funghi che si sviluppano nelle derrate alimentari, si era creato quindi l’allarme che prodotti biologici, poiché non trattati, potessero esserne maggiormente affetti, tuttavia tale allarme sembra rientrato e dalla letteratura scientifica non si osserva differenza tra prodotti originati da diverse modalità di coltivazione.

Comunque molta letteratura si sta producendo sulla maggior qualità dei prodotti biologici ma su questo argomento è molto difficile fare sintesi, certo è che è molto difficile fare confronti perché non è solo il modo di produzione che fa la differenza qualitativa ma il tempo trascorso tra raccolta e consumo, lo stadio di maturazione alla raccolta, il metodo di conservazione.

Questi aspetti giocano certo a tutto vantaggio dei piccoli produttori (biologici e non) che fanno vendita diretta (la cosiddetta agricoltura a chilometro zero) ma non vale più quando ci si rivolge a catene di vendita, ed infatti posso assicurarvi per esperienza diretta che fragole non biologiche mangiate appena raccolte alla giusta maturazione non hanno niente da invidiare come gusto e profumo alle più buone fragole biologiche.

In sintesi, occorre produrre rispettando l’ambiente ed utilizzando la scienza per produrre più e meglio ma un ultimo e forse determinante aspetto è consumare meglio. Il consumatore, e chi ne manipola i comportamenti, è il più grande responsabile dell’emergenze che si vengono a creare. Tra i vari comportamenti non virtuosi oltre al consumo di prodotti con una grande impronta di carbonio quali quelli importati da paesi lontani, il consumo di prodotti fuori stagione, vorrei soffermarmi sul consumo eccessivo di prodotti di origine animale. La loro produzione  ha un impatto ambientale notevole, gran parte del terreno agricolo viene utilizzato per l’alimentazione del bestiame, non per niente tra le poche colture modificate geneticamente in commercio le principali sono soja e mais il cui utilizzo predominante è per l’alimentazione del bestiame. I ruminanti ed in particolare i bovini emettono notevoli quantità di gas serra,  sono risaputi gli abnormi consumi energetici e di acqua per produrre un chilo di carne. Passare ad un’alimentazione meno ricca di proteine animali prediligendo animali allevati in libertà e/o semilibertà, qui in Umbria abbiamo tutta la montagna appenninica che potrebbe essere  utilizzata per il pascolo, con vantaggi per la produzione di carne e latte e la prevenzione degli incendi, è una opzione altamente auspicabile e facilmente realizzabile. Certamente una carne prodotta in questo modo ha dei costi maggiori e quindi, considerato che è un alimento importante,  forse essenziale per la crescita, si potrebbe creare una frattura tra classi sociali che se la possono permettere e meno abbienti a cui sarebbe preclusa, un po’ quello che succede oggi con i “ricchi” che possono permettersi carne biologica da animali allevati all’aperto ed i meno abbienti che comprano carne di bassa qualità derivata da animali allevati in sovraffollati allevamenti intensivi. Forse sarà opportuno prevedere un modo diverso dal libero mercato per trattare i prodotti alimentari, necessari come, anzi più, dei farmaci.

Nota: ci sono due modi di intendere il termine “sicurezza alimentare”, nella sua accezione più ampia come la possibilità di garantire alimenti sufficienti alla sopravvivenza di tutti gli uomini (food security), dal punto di vista prettamente sanitario è intesa anche come sicurezza igienico-sanitaria (food safety)

Citazioni:

Bressanini D. (2010)  http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/10/12/    pesticidi-sul-cibo

Doudna J.A. e Charpentier E. (2014) The new frontier of genome engineering with CRISPR-    Cas9. Science  28 Vol. 346: issue 6213, 1258096

Fleck B. e Baldock C.  (2003) Intellectual property protection for plant-related inventions in Europe  Nature Reviews Genetics 4, 834-838

Kuiper H.A. (2002) Substantial equivalence—an appropriate paradigm for the safety assessment of genetically modified foods?Toxicology .Vol. 181–182,  427-431

Lernoud J. e Willer H. (2019) Current Statistics on Organic Agriculture Worldwide: Area,         Operators, and Market. In (Lernoud and Willer eds.): The World of Organic Agriculture

Statistics and Emerging Trends 2019. Research Institute of Organic Agriculture (FiBL) and      IFOAM – Organics International. Research Institute of Organic Agriculture (FiBL),            Ackerstrasse113, 5070 Frick, Switzerland, pp. 36-38

Vizioli V. (2019) L’Umbria dell’agricoltura biologica. Studi Umbri Vol. 11 n. 2

 

Francesco Damiani: laureato in agraria nell’anno accademico 1975-76, è stato ricercatore universitario e quindi ricercatore e dirigente di ricerca del CNR pressoil laboratorio di Bioscienze e Biorisorse di Perugia di cui è stato il responsabile. Nella sua attività di ricerca si è dedicato in particolare allo sviluppo di biotecnologie genetiche nelle piante (fusione somatica e trasformazione genetica) ed al loro utilizzo per la produzione di piante migliorate. Ha partecipato attivamente al dibattito sugli OGM ed in questo contesto è stato estensore assieme ai colleghi Tito Schiva e Marcello Buiatti di un appello per una diversa regolamentazione della protezione dei diritti proprietari delle novità vegetali1 che ha ricevuto l’adesione di circa un centinaio di genetisti agrari italiani. Attualmente è pensionato ma continua a collaborare con la struttura CNR come ricercatore associato senior, con progetti in collaborazione con il dipartimento di farmacia, con l’Accademia delle Scienze dell’Azerbaijan, con il Conicet argentino.