Infanzia e formazione politico-culturale

Alberto Provantini nasce il 9 giugno 1941 in viale Brin, nel cuore della Terni operaia. La povertà e la guerra sono le compagne di un’infanzia assai poco serena e spensierata, illuminata dai bengala sparati in aria dall’aviazione alleata prima di bombardare la città e nutrita con pane, uova e qualche prodotto dell’orto coltivato dal babbo. Per sfuggire ai 108 bombardamenti che martoriano Terni durante il lungo arco del conflitto, insieme alla famiglia, Alberto ripara a Piedimonte e poi a Borgo Rivo, a casa della zia Giuseppina, sorella del padre. Il ritorno nell’abitazione di viale Brin è segnato dall’impressione che suscitano in lui le foto dei dispersi appese sui tronchi dei tigli e le immagini dei quartieri devastati, della grande fontana di piazza Tacito ridotta in macerie. Una vita nuova sboccia il 13 giugno 1944, quando Terni viene liberata dagli inglesi con il concorso della brigata Gramsci [1]. La dolcezza della libertà per il piccolo Alberto ha il sapore dei cioccolatini donatigli dai soldati agli ordini del generale Oliver Leese. Ma fino agli anni Cinquanta, i menù non prevedono leccornie, né le ore diurne sono allietate da giocattoli, ad eccezione di una palla fatta di stracci. Di quei momenti così racconta Provantini: «Si stava tutto il giorno in cucina, con la stufa che andava a lignite, estratta dalle miniere di Morgano e Bastardo. Una fetta di lardo rosa tra due fette di pane nero era la merenda» [2]. Il ritmo dell’esistenza è scandito dalle sirene dell’acciaieria: «La sera, al cambio di turno in fabbrica, viale Brin si popolava di tute azzurre che scendevano dal tram, di operai in biciclette con le gomme piene; a penzoloni sulle canne le lanterne di acetilene. Era come la distesa di mille lucciole in un campo di grano» [3]. Oltre al padre, impegnato a produrre carburo e calciocianamide a Papigno, anche gli zii e la maggioranza degli altri parenti maschi di Alberto sono operai.

Nel 1952 i Provantini si trasferiscono in un appartamento di via Saffi, migliorando oggettivamente le loro condizioni materiali. Il condominio si affaccia su piazza Tacito, ove sorgono il Palazzo del Governo, la Provincia, la Banca d’Italia e il “Cremlino”, edificio che guadagna tale soprannome in quanto ospita la Camera del lavoro, la Cassa mutua e la federazione del Pci. Alberto dice di aver iniziato a interessarsi di politica nell’autunno 1953, durante la fase delle lotte operaie contro i licenziamenti di massa imposti in seno alla ristrutturazione dell’acciaieria. La riconversione della fabbrica, da industria militare a industria civile, comporta un elevato costo sociale per la città. I circa 2.700 licenziamenti avvenuti tra il 1952 e il 1953 sanciscono a Terni la fine dello spirito unitario che aveva caratterizzato gli anni della ricostruzione e schiudono un’epoca nuova, dentro la quale un Provantini adolescente si tuffa schierandosi naturalmente dalla parte dei lavoratori e, in particolare, delle organizzazioni che intendono rappresentarli [4]. Alla militanza politica si avvicina pure perché affascinato da figure come Carlo Farini, membro della Costituente che aveva partecipato alla guerra di Spagna e condotto la Resistenza in Liguria; Alfredo Filipponi, comandante della brigata Gramsci che aveva liberato Terni; Vero Zagaglioni, partigiano che nella primavera 1944 aveva combattuto l’epica e tragica battaglia di Poggio Bustone, in provincia di Rieti. Il giovane Provantini sale le scale del “Cremlino” attratto anche da alcune personalità che avevano volontariamente abbandonato la fabbrica per dedicarsi al Pci: è il caso di Alvaro Valsenti, Ovidio Laureti, Eclo Piermatti, Goriano Francesconi, Comunardo Tobia e Zeno Leti. Altrettanta stima la prova nei confronti dei “quadri” provenienti dalle campagne, cioè i vari Mario Bartolini e Ottavio Rossi, e verso gli intellettuali nati o cresciuti in ambienti cittadini, quali Raffaele Rossi, Ezio Ottaviani, Dante Sotgiu e Alberto Guidi [5]. Sotto l’aspetto pratico, però, il ragazzo di viale Brin, appena entrato nel Pci, ha due imprescindibili riferimenti: il segretario della federazione Alberto Masetti e il segretario della Fgci Alterio Stella, già maturo funzionario che alla metà del decennio successivo diverrà sindaco di Narni [6].

Nel 1956 Provantini sceglie il suo percorso di vita. Nel giro di un paio di stagioni, fonda due circoli della Fgci: uno nella propria scuola, l’istituto industriale, e uno presso la sezione del Pci “Sette novembre”. Accantonati imbarazzi e timidezze, sperimenta l’arte del comizio, parlando più volte alle assemblee di partito e, attraverso un megafono installato sul tetto di una Topolino, per le strade della città. Lo sforzo di questo figlio della classe operaia è notato da Raffaele Rossi, da quell’anno alla guida della federazione ternana. È infatti Rossi a chiedere a Provantini di assumere il ruolo di segretario provinciale della Fgci [7]. Alberto è quindi davanti a un bivio. Accettare la proposta del segretario significa regalare anima e corpo al partito cessando o riducendo ogni attività parallela, a cominciare dalla lotta libera, sport che necessita di molta applicazione e costanza. Si tratta di una decisione non banale, che val la pena raccontare con le parole del diretto protagonista: «C’era di mezzo la palestra. La lotta libera. Il mio allenatore, Alberto Molfino, aveva convinto babbo a mandarmi ai campionati italiani allievi. Ma Lello (Raffaele Rossi) mi persuase di fare il segretario della Fgci. Tra la lotta su un materassino e la lotta di classe optai per la seconda. Lasciai la palestra per diventare un ‘rivoluzionario di professione’» [8].

All’VIII Congresso del Pci (Roma, dicembre 1956), il figgicciotto Provantini è uno dei delegati più giovani. Nella tesa discussione sulla destalinizzazione e sull’intervento sovietico in Ungheria sostiene appieno la linea togliattiana, del resto, da un quindicenne imbevuto di passioni ideologiche è difficile pretendere una pregnante analisi critica. Di sicuro, da capo della Fgci di Terni, al termine degli anni Cinquanta, Alberto può rivendicare risultati indubbiamente soddisfacenti, come lo sfondamento della soglia dei 2.000 iscritti. Fra essi v’è Oreste Scalzone, con cui Provantini instaura un rapporto abbastanza solido sebbene da subito burrascoso. Lo Scalzone, studente intelligente ma svogliato, viene spesso redarguito dal segretario, che lo sprona a costruire un bagaglio culturale degno di un futuro dirigente del partito. Quando, qualche anno più tardi, Scalzone lancerà una molotov sul muro del Palazzo del Governo, Alberto e il Pci cittadino condanneranno il gesto violento e prenderanno le distanze dall’autore [9].

In seguito ai drammatici fatti di Reggio Emilia del luglio 1960, Provantini mobilita con eccezionale energia la Fgci, approntando manifestazioni e comizi. La “nuova Resistenza” è portata avanti dai “ragazzi dalle magliette a strisce”, un movimento di giovani che raccoglie svariate sensibilità della sinistra: Alberto vi aderisce e, insieme a decine di coetanei comunisti e non, lo valorizza e lo rafforza. La capacità di vivacizzare il contesto giovanile ternano gli frutta un surplus di stima da parte dei vertici nazionali dell’organizzazione. Al Congresso di Genova (ottobre 1960) viene perciò nominato nei 22 membri che compongono la Direzione nazionale della Fgci. Con lui sono promossi nell’organismo Achille Occhetto e Luciana Castellina. Alle riunioni della più importante assise figgicciotta entra in contatto con dirigenti del calibro di Pietro Ingrao, Alessandro Natta, Luciano Barca, Giancarlo Pajetta, Mario Alicata e Alfredo Reichlin, chiamati di frequente a supervisionare il dibattito interno alla giovanile. L’ingresso in Direzione nazionale impedisce a Provantini di svolgere il servizio militare: dallo Stato italiano è infatti ritenuto un elemento “potenzialmente sovversivo” [10].

Nel 1961, Alberto è cooptato nel Comitato di redazione di “Nuova generazione”, la rivista settimanale della Fgci. Il ragazzo allevato al “Cremlino” scrive prima sotto la direzione di Sandro Curzi e poi sotto quella di Luciana Castellina [11]. In questi mesi, inoltre, è inviato dal partito alla scuola di Frattocchie [12]. Mentre ancora segue i corsi, riceve da Raffaele Rossi l’invito a ricoprire il ruolo di corrispondente dell’“Unità” a Terni. Provantini, senza troppi indugi, decide dunque di tornare nella città natale.

Dal giornalismo all’impegno politico-istituzionale

Il giornale comunista ha sede in un appartamento della Galleria di corso Tacito, dove frattanto si è trasferito pure il Pci. Nel medesimo stabile si trovano anche la redazione del “Messaggero” e del “Tempo”. La giornata tipo del novello articolista è dettagliata da Provantini stesso nel volume “Cari compagni…fraterni saluti”: «La mattina, uscito di casa, passavo in Questura a ritirare ‘il mattinale’ e andavo in redazione a leggere i quotidiani, la posta e i rari comunicati che arrivavano. Telefonate per cercare notizie, dopodiché di corsa a scrivere con la mia Olivetti 22. Alle 14.30 riferivo per telefono le notizie per la ‘fissa’ agli stenografi di Roma. Le notizie da spedire erano concordate con il capo servizio delle pagine regionali […] La sera rientravo in redazione a stendere il pezzo e, finito, lo portavo alla stazione ferroviaria per mandarlo con il ‘fuori sacco’ che al giornale giungeva la mattina. La sera la stanza della redazione si riempiva di amici e compagni. Quando i giornali avevano chiuso, tra corrispondenti, ci comunicavamo le notizie che sarebbero state pubblicate l’indomani. Era anche una maniera per riflettere su Terni» [13]. All’impegno con l’“Unità” Provantini somma l’incarico di responsabile stampa e propaganda del Pci: la stretta collaborazione con le testate concorrenti appare di conseguenza fondamentale sia sul piano giornalistico sia sul piano politico. Una collaborazione che sviluppa per giunta in materia di sport, dato che nei primi anni Sessanta cura la cronaca delle partite della Ternana calcio, benché il suo cuore batta invero per i giocatori in maglia granata del Torino.

Nella frenetiche ore di lavoro, Provantini incontra sempre parecchi colleghi e colleghe. Una è Noemi, che per il “Tempo” si occupa della “bianca” e della “giudiziaria”. Se ne innamora e la corteggia finché non viene contraccambiato. Il matrimonio, celebrato il 31 luglio 1965, fa un po’ di scalpore nel partito perugino e romano. A tanti comunisti non va a genio che Provantini scelga il rito religioso (si sposa nella basilica di San Valentino) e, soprattutto, non va a genio l’unione tra giornalisti di quotidiani alquanto distanti dal punto di vista ideologico. Buttate le critiche dietro le spalle, Alberto arricchisce la propria esperienza professionale contribuendo alla rivista culturale “Vie nuove” – per la quale avrà addirittura il privilegio di intervistare Pablo Neruda – e alla rivista “Cronache umbre”, dal 1954 spazio di approfondimento e di confronto politico per l’intera sinistra umbra. A partire dalla metà degli anni Sessanta, sulla scorta dei consigli metodologici fornitigli dall’allora direttore dell’“Unità” Mario Alicata, Provantini compie una serie di inchieste: indaga sulla condizione degli operai dell’acciaieria, sul reale stato del diritto allo sciopero, sulle difficoltà dei mezzadri del Sud dell’Umbria, sulla distribuzione delle case popolari e su altre piccole e grandi questioni sociali che riguardano Terni e la regione. Contemporaneamente, la federazione provinciale del Pci affida a lui il compito di allestire le campagne elettorali locali e di preparare la “Festa dell’Unità” negli ampi giardini della “Passeggiata” [14].

Alla elezioni comunali del 1965, Raffaele Rossi promuove un’operazione di rinnovamento della lista comunista coinvolgendo diversi under-trenta, tra cui Alberto Provantini, che viene eletto assieme ai ventenni Franco Giustinelli e Anna Bientinesi. Sindaco rimane il rodato Ezio Ottaviani [15]. Anche il segretario di federazione è candidato ed eletto, ma nel 1968 lascia il Consiglio comunale e il ruolo di assessore alla pubblica istruzione per sedere sugli scranni del Senato della Repubblica. L’inevitabile “rimpasto” di giunta premia Provantini, che diventa assessore allo sviluppo economico. Una simile competenza amministrativa – peraltro non ancora definita in modo puntuale dalle leggi statali – risulta strategica per perseguire gli obiettivi della ricostruzione del tessuto produttivo di una città dove i postumi della guerra continuano a essere evidenti [16]. Alla segreteria del Pci ternano, in sostituzione di Rossi, si insedia Eclo Piermatti; Provantini assume l’incarico di vicesegretario. In questi anni di duro lavoro amministrativo, politico e giornalistico, acquisisce poi un’ulteriore mansione: quella di padre di due figli, Roberto e Aurora.

Con il fardello delle responsabilità summenzionate, Alberto affronta l’accesa discussione sull’invasione dei carri armati sovietici a Praga, allineandosi alle severe critiche che i comunisti italiani sollevano verso il Pcus. Mentre nel paese scoppiano le prime manifestazioni del movimento studentesco e le tensioni si addensano nella società e nelle istituzioni, Provantini scopre che il SIFAR (Servizio informazioni forze armate) lo spia. Per la verità, gode di una folta compagnia, nella quale risaltano personaggi di una certa levatura politica e intellettuale, come ad esempio Giuliano Procacci, Renato Zangheri e Giuseppe Chiarante [17]. Negli anni Settanta, Alberto attraversa il tunnel buio della Repubblica preoccupandosi per le sorti della democrazia e per le sue. Informato in diverse circostanze dal Pci romano del pericolo di putsch, si premura di avvertire i vertici del Pci umbro, nonché i principali avversari politici, specialmente quei dirigenti della Dc ternana con cui collabora quasi giorno per giorno [18]. Non appena apprende dell’allarme golpe, Provantini è solito rifugiarsi nei boschi intorno Piediluco, portando con sé lo stretto indispensabile, ossia la macchina da scrivere, la Olivetti 22. Trascorre notti di angoscia e inquietudine confortato solo dai sussurri del lago in lontananza. Un lago che ama sin da ragazzo, e che amerà anche più da anziano. A Piediluco stabilirà una seconda residenza, e ammirando il paesaggio vergherà parole di vibrante emozione: «Spalanco la finestra e un bagliore di luce irrompe nella mia stanza. Il sole di una chiara e fresca mattina di primavera rende le acque di un verde brillante. Un fondale di verde scuro mi si distende davanti uguale, dalle acque risale alle colline e alle montagne. Tigli e platani ombreggiano la piazza di pietre antiche» [19].

Provantini esaurisce l’esperienza in Comune nel 1970, quando viene eletto in Consiglio regionale. Il 29 luglio, Pietro Conti lo nomina assessore allo sviluppo economico al fine di avvalersi delle cognizioni da lui maturate nell’amministrazione cittadina. Provantini sarà di nuovo eletto in Regione nel 1975 e nel 1980, e sempre gli verrà assegnata la medesima posizione di governo. In sostanza, sia Pietro Conti che il successore Germano Marri individuano in Alberto una personalità in grado di aggredire nel merito le tematiche dello sviluppo e, in parallelo, di rappresentare politicamente Terni [20].

Dopo la seduta convocata per l’ufficiale attribuzione delle deleghe, il Consiglio non si riunisce a Perugia, bensì, su proposta di Provantini, a Terni, precisamente dentro i capannoni di uno jutificio occupato da operai che chiedono a gran voce risposte concrete alla crisi aziendale. La proposta ha un duplice intento: da un lato, consolidare il processo unitario della regione, dall’altro, dimostrare con un atto pratico la massima vicinanza ai lavoratori in protesta [21]. Dal 1970 al 1983, Provantini cerca di risolvere o alleviare le difficoltà di molte imprese e, al contempo, di incentivare e supportare la crescita del “capitalismo molecolare”, su cui poggia una quota estesa del panorama produttivo dell’Umbria. I settori della siderurgia, della chimica, dell’alimentare, dell’abbigliamento e delle calzature sono forse quelli che mettono maggiormente alla prova le sue qualità dirigenziali [22]. Seppur tra molti compromessi non in ogni caso positivi, l’azione di governo della Regione bada in via prioritaria alla salvaguardia dell’occupazione: l’assessorato allo sviluppo economico riesce in tal senso a dirimere problemi anche complicati [23].

La delega affidata al consigliere ternano concerne chiaramente pure il comparto delle politiche energetiche. Sulle aspirazioni di fondo tracciate nel “Piano energetico” del 1975, i consensi non mancano. La buona parte degli attori economici e sociali umbri condivide in effetti l’idea di diminuire la dipendenza dal petrolio per mezzo della diversificazione delle fonti, aumentare il risparmio energetico e implementare le energie alternative. Una considerevole fascia dell’opinione pubblica è però in netto disaccordo con Provantini sull’ipotesi di abbassare il consumo di petrolio e di combustibile fossile installando nel territorio nazionale una serie di centrali nucleari [24].

Rispetto alla formulazione delle politiche, il dirigente educato al “Cremlino” fa perno sull’elaborazione tessuta nelle assemblee tematiche organizzate a Botteghe Oscure dalla Direzione del Pci. Il partito locale gli sembra invece decisivo per veicolare nei molteplici gangli della società regionale le scelte di governo. Il metodo utilizzato dall’assessore allo sviluppo economico, e più in generale dalle giunte degli anni Settanta e Ottanta, insiste in particolar modo sulla concertazione. Se questa, in talune stagioni, assicura una vantaggiosa coesione sociale, parallelamente, specie quando interpretata a esclusivo appannaggio di dinamiche di potere, finisce per ossificare determinate relazioni, elevando l’incidenza di clientelismi e di insane commistioni tra opachi interessi e filiere gerarchiche autoreferenziali [25]. Tuttavia, Provantini aggiunge ai meccanismi concertativi classici (formali e informali) un intenso e proficuo dialogo con le plurali espressioni socio-culturali dell’Umbria. L’assidua relazione con il mondo cattolico, che i governanti comunisti coltivano dal dopoguerra con regolarità, genera anche in materia di sviluppo economico percorsi costruttivi ed effetti tangibili. Sugli argomenti del lavoro e della difesa della persona umana, Provantini si incontra pressoché integralmente con le impostazioni della Chiesa umbra. La visita di papa Wojtyla alle acciaierie di Terni del 1981 suggella e simboleggia in maniera plastica tale fruttuosa concordanza [26].

Negli anni Settanta, la Regione produce su svariati fronti un’innovazione di notevole portata. Alberto la corrobora con alcune intuizioni di spiccata rilevanza. Una di esse è Umbria Jazz, che nasce invero da un amicale colloquio in corso Vannucci con Germano Marri. L’assessore ternano crede da subito nella bontà del progetto perché intravede la possibilità di codificare e reclamizzare in Italia e in Europa l’immagine dell’Umbria.

La manifestazione del jazz è diventata oggi quasi un appuntamento tradizionale, eppure non fu semplice strutturarla e non fu facile riuscire a darle la necessaria continuità. Nel 1976, l’ufficio di Provantini si trova in un palazzo di corso Vannucci. In un caldo pomeriggio di luglio, mentre melodie sincopate risuonano per i vicoli del centro, l’assessore riceve una telefonata allarmata e indispettita da un’impiegata del bar “Sandri”, che denuncia concitata le “spese proletarie” eseguite da un nucleo di “autonomi” al banco dei dolci e dei salati. Sceso per strada a verificare la situazione, non può che rilevare i danni arrecati dai giovani contestatori all’esercizio commerciale. Ma – ahimè – l’episodio non è isolato. In quell’edizione del Festival, consistenti e diffusi drappelli protestatari compiono scorribande di qualunque sorta, scatenando fibrillazioni politiche e sociali di complessa gestione. Provantini, esasperato e turbato, di concerto con il presidente della giunta, decide di sospendere Umbria jazz a partire dal 1977. Dopo un anno di pausa, la Regione ripristina la rassegna, però, a causa del massiccio afflusso di gente fin troppo incline a creare disordini e disagi, è costretta a interromperla di nuovo. L’evento musicale riprenderà, con fogge organizzative radicalmente mutate, solo nel 1982 [27].

Sempre nell’ottica di plasmare un’immagine unitaria della regione e allo scopo di favorire il turismo, Provantini, senza ricorrere a onerose agenzie specializzate, compone un fortunato slogan promozionale che ancora ai nostri giorni è conosciuto e, in parte, utilizzato: “L’Italia ha un cuore verde: l’Umbria” [28]. Nel decennio 1972-1982, le presenze turistiche lievitano del 55,6%. Si tratta di un traguardo che fortifica l’assessore nella battaglia per ottenere l’inserimento delle Regioni negli organi dell’Enit (Ente nazionale italiano per il turismo). Vinta questa battaglia – ovviamente insieme a tutti gli assessori regionali interessati -, Provantini viene nominato nella giunta esecutiva dell’agenzia pubblica. A presiederla c’è un altro umbro, Gabriele Moretti, designato dal ministro competente su suggerimento del Psi [29].

Provantini in Parlamento

Nella primavera 1983, Alberto cambia mestiere. Candidato nella circoscrizione Perugia-Terni-Rieti, viene eletto alla Camera dei deputati con 15.731 preferenze [30]. Il gruppo del Pci, che ben conosce le sue attitudini, lo impiega nella Commissione industria e artigianato, di cui nella successiva legislatura diverrà vicepresidente. In nove anni di Parlamento, Provantini avanza 108 progetti di legge e 321 atti di indirizzo; prende la parola in Aula 76 volte [31]. Il dirigente ternano vive da protagonista una fase abbastanza delicata della storia italiana: la fase di gestazione della cosiddetta Seconda Repubblica. Tra la X e l’XI legislatura, i partiti rinnovano l’Assemblea eleggendo tanti uomini e tante donne che avevano avuto ruoli di governo nei Comuni e nelle Regioni. A coloro che siedono in Parlamento dalla Costituente si affiancano dunque profili nuovi, destinati a conquistare la ribalta in seguito agli sconvolgimenti innescati da “Tangentopoli” e dalla conseguente riconfigurazione del sistema politico-partitico [32]. Su Provantini i riflettori raramente si accendono per i provvedimenti elaborati in Commissione e presentati in Aula, ma – come d’altro canto spesso accade – l’ex assessore regionale attira l’attenzione dei media per frasi e battute che stigmatizzano personaggi della politica, della grande industria, dello spettacolo e dello sport. Alberto compare perciò nelle prime pagine dei giornali quando presenta un’interrogazione sull’ingaggio che l’Inter paga al calciatore tedesco Karl-Heinz Rummenigge, oppure quando critica aspramente Cesare Romiti, o quando a più riprese sostiene con vigore le tesi nucleariste. Una grande eco la ottiene poi per una boutade consegnata con forse eccessiva leggerezza al giornalista dell’“Espresso” Guido Quaranta. In “Transatlantico”, incalzato sulle ruvide contrapposizioni che intercorrono tra il Psi craxiano e il Pci berlingueriano, dichiara: «Macché Almirante: oggi il fascismo è Craxi» [33].

Provantini non si dimentica di essere in Parlamento a rappresentare l’Umbria, né si dimentica di dover agire in favore della propria città. In Commissione riesce a inserire Terni nelle aree da reindustrializzare – anziché in quelle di “crisi complessa” -, a stanziare cospicui finanziamenti per le zone della Valnerina colpite dal terremoto, a reperire congrue risorse per i progetti di risanamento della Rupe di Orvieto e il Colle di Todi. Nondimeno, il suo impegno verte in specie sull’artigianato e sulla piccola e piccolissima impresa. La maggioranza dei disegni di legge, delle interrogazioni e degli atti di indirizzo da lui compilati concernono in effetti questo settore, per il quale assume anche una responsabilità di partito nell’ambito del Dipartimento economico diretto da Alfredo Reichlin.[34] Il compito assegnatogli dal Pci porta Provantini a incontrare in tutta Italia moltissimi imprenditori e artigiani, tradizionalmente piuttosto freddi nei confronti delle proposte targate falce e martello. Sebbene un parlamentare di opposizione disponga di un’efficacia limitata, occorre altresì evidenziare le diverse normative di provenienza comunista via via accolte dal governo in virtù dell’approccio consociativo che, nel tornante storico considerato, orienta in larga misura le relazioni politico-istituzionali [35]. Secondo Provantini, si tratta di un meccanismo da non denigrare. In proposito, asserisce: «È ‘inciucio’ l’accordo su obiettivi di interesse generale tra gruppi di minoranza e di maggioranza? Si chiami come si vuole, ma fu una stagione da ricordare […] Mi si dice che la dinamica consociativa ha man mano allargato il debito pubblico. Vero. La colpa è però di chi fa della spesa pubblica lo strumento del consenso, pensando che più i soldi pubblici circolano, più risulta praticabile il sistema delle tangenti» [36].

Il consociativismo, in realtà, si arresta di frequente davanti a questioni spinose, che conducono il deputato ternano a sbattere contro un muro di gomma, nonostante l’indefessa determinazione. Una vicenda assai esemplificativa riguarda quella che venne definita dalla stampa la “Westland story”. A fronte delle difficoltà finanziarie della compagnia inglese “Westland”, produttrice di aerei ed elicotteri militari, nel 1985, con la congiunta spinta del governo britannico e del ministero della Difesa italiano, l’“Agusta”, azienda pubblica dell’aeronautica nostrana, sviluppa un coraggioso piano di acquisizione dell’impresa d’oltre Manica. La finalità dell’operazione è costituire un polo aeronautico ancorato al quadro europeo. Per raggiungere lo scopo, serve bloccare l’offensiva della cordata americana capitanata dalla multinazionale “Sikorsky”. Con lo scorrere delle settimane, Londra perde però le iniziali certezze. Dal dilemma se optare per la soluzione europea ovvero cedere alle lusinghe a stelle e strisce scaturisce una crisi nel governo presieduto da Margaret Thatcher che induce il segretario della Difesa Michael Heseltine a rassegnare le dimissioni fra una tempesta di polemiche. In Italia, nel frattempo, si scopre con non poca sorpresa che la “Fiat” caldeggia la manovra degli statunitensi, in barba alle linee strategiche dei ministri Lelio Lagorio (dicastero della Difesa), Renato Altissimo (dicastero Industria e artigianato) e Clelio Darida (dicastero delle Partecipazioni statali). L’atteggiamento della “Fiat” e le divisioni interne all’esecutivo inglese smorzano anche le sicurezze del governo italiano, che comincia a ripiegare in evasivi silenzi, adattandosi rapidamente alla trionfante scalata degli americani. Nel 1986, la “Westland” è già inglobata dalla “Sikorsky” [37]. Provantini, durante il dipanarsi delle vicissitudini, interviene con varie interrogazioni parlamentari e con un ampio ventaglio di colloqui informali. La sua inquietudine non è in particolare relativa ai comportamenti ambigui ed elusivi del governo, quanto alla debolezza delle istituzioni democratiche su un versante fondamentale come la Difesa. Si domanda Provantini: «Bisogna capire chi decide: il Parlamento? Il governo? Le multinazionali? Ho la convinzione che siano le multinazionali […] È possibile che i ministri non siano mai venuti a conoscenza, se non dai giornali, delle scelte di Agnelli? […] Tutta questa storia ci pone il problema della democrazia industriale e il problema della funzionalità delle Partecipazioni statali» [38]. Il tenace deputato umbro, nel marzo 1986, al fine di far luce sull’intera vicenda, predispone e presiede un’apposita Commissione di inchiesta, pubblicizzandone gli esiti in un volume dal titolo sommessamente sarcastico: Agusta, Westland, Fiat voluntas tua. Chi decide in Italia?

Nel maggio 1990, Provantini affronta con un’interrogazione parlamentare un altro tema scottante. Tre mesi prima dell’invasione del Kwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, i Carabinieri denunciano che le industrie pubbliche italiane, con l’avallo delle banche, avevano partecipato alla costruzione di un “supercannone” ordinato da Bagdad [39]. Essendo emerso dalle indagini preliminari che la culatta del cannone era stata fabbricata nelle acciaierie di Terni, Provantini sente l’obbligo di non sottomettersi alle vaghezze e alle omissioni del governo guidato da Giulio Andreotti e chiede lumi. Dinanzi a uno Stato che per mesi, ostinatamente, relega doverosi quesiti in un limbo tenebroso e subdolo, nel febbraio 1991, torna alla carica risollevando la questione in Aula. Non ottenendo ancora risposte valide ed esaustive, in maggio scrive all’allora presidente della Camera Nilde Iotti, ma gli sforzi anche stavolta sono vani: il governo, de facto, mai concederà spiegazioni in grado di accontentare il politico umbro.

Provantini nella “seconda Repubblica”

Tra il 1989 e il 1991, Alberto è soprattutto angustiato dalla situazione in cui versa il suo partito. Le parole di Occhetto alla “Bolognina” suscitano in lui un enorme senso di smarrimento. Il dolore per il superamento del Pci appare in sostanza equiparabile a una sofferenza di tipo affettivo [40]. Ciò si percepisce limpidamente nella descrizione del viaggio che intraprende da Terni a Roma il giorno dopo la “svolta della Bolognina”: «Le ciminiere degli opifici tra Terni e Narni mi venivano incontro come se mi stessero crollando addosso. Il Tevere era torbido, le acque inquiete e tristi. Le gallerie mi apparivano più lunghe e più buie. Le antenne sui tetti della capitale mi rammentavano i telegiornali della sera precedente […] Per me quel partito, il partito comunista, era la vita: la scelta di vita che avevo fatto quando portavo i calzoni corti. Non era il momento di porsi dei perché. Tantomeno era il momento di immaginare scenari futuri per la sinistra. […] E poi, un conto sono i giudizi e le valutazioni politiche, un conto sono i sentimenti. Io ho reagito in base ai sentimenti che provavo, e non ero il solo» [41].

È quindi naturale che Provantini decida di abbracciare le tesi di Ingrao, collocandosi nella fila di coloro che intendono conservare la sigla e il simbolo del Pci. L’opposizione al cambiamento, al di là delle ragioni sentimentali e di contenuto politico-culturale, riguarda pure elementi di metodo. Alberto mostra un palese imbarazzo per regole congressuali che, per la prima volta nella storia dei comunisti italiani, si imperniano su mozioni contrapposte, legittimando la configurazione di correnti intestine [42]. A livello regionale, l’onorevole ternano è comunque tra i più attivi promotori del Comitato del “No”. In Umbria, quattro iscritti di base su dieci votano contro lo scioglimento del Pci; tra i dirigenti la percentuale si dimezza: il risultato sancisce la fine dell’“Umbria ingraiana” [43]. Tra Provantini e Pietro Ingrao, in verità, i rapporti politici e interpersonali si logorano in maniera irreversibile a cinque mesi di distanza dal Congresso di Bologna. Nell’agosto 1990, il Pci è chiamato a esprimere in Parlamento la propria posizione sull’intervento militare italiano in Iraq. Provantini, al pari di Ingrao, è in disaccordo con la proposta di astensione promossa dalla maggioranza del gruppo. Il deputato ternano, però, a differenza dell’intellettuale laziale, è convinto dell’esigenza di mantenere il partito compatto e si muove con ogni mezzo per persuadere l’amico e compagno Pietro a uniformarsi alle sollecitazioni del gruppo. Provantini, nella sua esperienza da parlamentare, mai aveva votato in difformità alle indicazioni del partito, tranne che nel 1985, in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. In quel frangente, al posto di Francesco Cossiga, aveva preferito Sandro Pertini, ma la scelta non determinava ripercussioni politiche che potessero in qualche maniera nuocere al Pci. Sul voto in merito all’intervento dell’Italia in Iraq, le pressioni e le preghiere del dirigente umbro non sortiscono tuttavia gli effetti sperati: Ingrao si rifiuta di convergere, slittando sul terreno di un frazionismo indigesto a Provantini [44]. Nel percorso verso il Congresso di Rimini (1991), Alberto non aderisce alla mozione sottoscritta da Armando Cossutta e Pietro Ingrao; appoggia invece il documento di Antonio Bassolino, il quale propugna una soluzione di compromesso tra gli strenui difensori del Pci e i fautori del radicale cambiamento. La piattaforma del comunista campano uscirà sonoramente sconfitta dal confronto congressuale [45]. Preso atto della volontà dei militanti e animato da un profondo spirito unitario, Alberto contribuirà con rinnovata passione al successo del Pds. Lo farà fin dalla campagna elettorale per le politiche del 1992, benché non sia tra i candidati. Pochi mesi prima della chiusura della X legislatura, Provantini si era infatti dimesso dal Parlamento accettando l’invito del partito regionale ad assumere l’incarico di presidente della Provincia di Terni [46].

Dalla Liberazione in poi, la presidenza dell’Ente era stata tenuta dai socialisti, che di prassi lasciavano al Pci gli oneri e gli onori delle sindacature di Terni e Orvieto. Quando, alle amministrative del 1990, il garofano supera il 20% dei consensi chiede e ottiene la guida della seconda città dell’Umbria: giocoforza, i comunisti si riservano di esprimere il presidente della Provincia. Nel gennaio 1992, Provantini sostituisce quindi il compagno di partito Luciano Costantini. Ma per l’ex deputato umbro il momento più difficile giunge a due anni dal suo insediamento [47]. Nella primavera 1994, i principali partiti che avevano dato avvio al mandato di Costantini e di Provantini sono scomparsi: il Pci si è trasformato in Pds, il Psi gode ormai di poca simpatia nell’opinione pubblica e da una Dc in disfacimento sono nate due formazioni: il partito popolare, capeggiato da Mino Martinazzoli, e il Centro cristiano democratico, capitanato da Pierferdinando Casini. Mentre il primo soggetto guarda a sinistra, il secondo è vicino al centro-destra. Come noto, a partire dal 1993, con l’introduzione del mattarellum (legge elettorale maggioritaria) e di alcune importanti riforme inerenti al funzionamento delle istituzioni locali, matura in Italia un assetto politico bipolare che taglia definitivamente i ponti con il sistema e la cultura proporzionale su cui era stata fondata la Repubblica [48].

A Terni, “Tangentopoli” provoca uno sconquasso più forte che nel resto della regione. Le indagini della magistratura mettono sotto accusa rinomati dirigenti e amministratori comunisti, socialisti e democristiani: il Consiglio comunale viene pertanto sciolto e sono convocate elezioni anticipate. Dopo aver detenuto le leve del governo sin dalla Liberazione, la sinistra perde la competizione. A vincere è Gianfranco Ciaurro, candidato sindaco di un’alleanza civica (“Alleanza per Terni”) composta dalle forze di centro-destra [49]. È chiaro che in questo contesto Provantini abbia l’esigenza di marcare una “discontinuità”, in sintesi, di rilanciare su basi nuove e differenti la propria presidenza. Nondimeno, se il centro-destra ha contorni delineati, il centro-sinistra non ha ancora un’identità e una sagomatura precisa. Nell’estate 1994, Provantini si adopera allora perché gli eredi del Pci, del Psi e di una parte della Dc stringano un accordo volto a costruire un’alternativa al polo di centro-destra. Ricevuto il via libera dal suo partito, l’ex parlamentare comunista consulta Filippo Micheli, leader indiscusso della vecchia Dc ternana, il quale, sondati accuratamente i vertici dirigenti del Ppi, acconsente all’idea di formare in Provincia una maggioranza di centro-sinistra. Si tratta di un esperimento politico di valore nazionale, che suscita un significativo interesse nei palazzi romani. Il 10 settembre Provantini presenta in Consiglio le dimissioni e apre la crisi; passano nove giorni e l’Assemblea concede la fiducia alla nuova giunta. Ai popolari sono assegnati l’assessorato alla Cultura e alla Pubblica istruzione, che viene affidato a Clara Cocci, e l’assessorato alla Formazione, che viene attribuito al presidente della Confartigianato Orlando Leonardi. Ovviamente, nel patto di governo sono integrati pure i socialisti. Provantini rivendicherà sempre con molto orgoglio la paternità della prima sperimentazione di quell’alleanza che dal 1995 prenderà il nome di “Ulivo”[50].

Nonostante il positivo risultato politico conseguito, il dirigente ternano non si rivela uomo buono per tutte le stagioni, e alle elezioni provinciali la coalizione di centro-sinistra preferisce candidare il cattolico Nicola Molè. Concluso il mandato in Provincia, Provantini abbandona l’impegno nelle istituzioni; un impegno iniziato esattamente trenta anni addietro. Non si ritira però a vita privata. Già nella primavera 1995, è chiamato a Roma dal presidente della Fondazione Istituto Gramsci Giuseppe Vacca, con cui Alberto aveva condiviso due lustri di attività parlamentare. Appena arrivato a destinazione, Provantini è invitato da Vacca ad accomodarsi in un ufficio dell’Istituto. Per spiegare la situazione, sono indubbiamente più consone le parole del protagonista: «Beppe mi infila in una stanza, mi fa sedere dietro un tavolo antico, con le zampe di leone intarsiate e un vetro opaco in superficie. Mi aggiusta su una seggiola di legno con un sedile di pelle afflosciata e uno schienale rigido. ‘Stai sulla sedia e sul tavolo di Palmiro Togliatti’, mi disse. Pensavo scherzasse. Era vero. Mi alzai, rimasi sugli attenti, quasi in omaggio al ‘migliore’. Osservando quel tavolo, quella sedia, mi venne da esclamare: ‘Che fine ha fatto il segretario?’ Era un modo per schermare l’emozione dell’impatto» [51]. Terminati i convenevoli e magari ripiegate nel cassetto della coscienza le emozioni, Vacca propone all’amico il ruolo di vicepresidente dell’Istituto Gramsci. Alberto accetta con gioia. Tante e varie le iniziative intraprese dall’Istituto su impulso di Provantini, che in qualità dell’incarico acquisito entra anche nel Consiglio di amministrazione del BAICR, il consorzio dei principali Istituti culturali romani possessori di archivi e biblioteche [52].

Al II Congresso dei Ds, svoltosi a Pesaro nel novembre 2001, Alberto sostiene la mozione di Piero Fassino, che sarà eletto segretario con il 61,8% dei voti [53]. Il capo dei diessini umbri Fabrizio Bracco, concentrato all’indomani dell’assise pesarese a disegnare il gruppo dirigente regionale, consegna a Provantini la responsabilità della formazione politica. Al fine di elaborare un progetto valido e utile al partito e all’intero centro-sinistra, l’ex deputato ternano intende allestire uno spazio di analisi, di confronto e di ricerca. Attraverso la costituzione di una “Associazione della sinistra umbra”, rispolvera la rivista di cultura politica “Cronache Umbre”, la quale, a fasi alterne, aveva offerto nella seconda metà del Novecento spunti stimolanti e proficui. Provantini non solo aveva collaborato al periodico negli anni Sessanta e Settanta, ma in alcuni momenti ne era persino stato il direttore. Con la piena fiducia della cabina di regia diessina, Alberto viene nominato presidente della “Associazione della sinistra umbra”, nonché di “Cronache Umbre 2000”. Così descrive questo passaggio di vita politica e intellettuale: «Ero tornato al mio vecchio amore: dirigere una rivista, scriverla, farla scrivere, stamparla e diffonderla. Per fortuna non avevo dismesso la mia Olivetti 22. Il mondo, però, era cambiato» [54].

In tre anni “Cronache Umbre 2000” pubblica quindici numeri, poi, per penuria di mezzi finanziari, l’avventura editoriale si interrompe. Una nuova serie, con un formato più fruibile, viene lanciata nell’ottobre 2006. Entrambe le edizioni affrontano argomenti di politica europea, italiana e umbra, ospitando le plurali voci della sinistra e accogliendo interventi di personalità di respiro nazionale. Contribuiscono alla rivista i presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano; i presidenti o vicepresidenti di Camera e Senato Luciano Violante, Giglia Tedesco, Gavino Angius; i segretari nazionali Walter Veltroni e Piero Fassino; i ministri Anna Finocchiaro, Barbara Pollastrini, Livia Turco, Katia Bellillo, Cesare Damiano, Vincenzo Visco ed Enrico Micheli; dirigenti di partito e di sindacato come Alfredo Reichlin e Pierre Carniti; intellettuali quali Giuseppe Vacca, Anna Bravo, Francesco Barbagallo, Mario Tronti, Giuliano Procacci e Silvio Pons; i vescovi e gli arcivescovi Vincenzo Paglia, Giuseppe Chiaretti, Riccardo Fontana e Santo Quadri; gli affermati giornalisti Jader Jacobelli, Lilli Gruber, Guido Quaranta e Giuliano Giubilei. Insomma, grazie alle relazioni intessute nel tempo, Provantini riesce a fornire alla rivista firme di tutto rispetto. Ciononostante, in concomitanza all’avvento del Pd, una quota di risorse fondamentali viene meno e le pubblicazioni, di conseguenza, si fermano [55]. Alberto si arruola nel soggetto fondato con le primarie del 14 ottobre 2007 con una buona dose di entusiasmo, ma comprende che l’imperativo ricambio della classe dirigente tende ad allontanare da ruoli di rilievo il personale di più consolidata esperienza.

Dal 2008 al 2012, Provantini, ormai privo di incarichi di partito, è editorialista del “Giornale dell’Umbria”: la penna, anzi, la Olivetti 22, non cessa comunque di essere per lui un essenziale strumento di azione politica. Sulle colonne del quotidiano, riflette allora sul cammino compiuto dalla “regione rossa” in centocinquanta anni di storia, sul decisivo contributo dei partiti allo sviluppo economico-sociale del territorio, sul ruolo degli Enti locali nel mondo globalizzato, sul modello di politica industriale di cui abbisogna l’Umbria del XXI secolo [56].

Nel novembre 2010, diventa infine presidente della Fondazione Pietro Conti, il ramo umbro della Fondazione Ds, nata per mantenere e valorizzare il vasto patrimonio materiale e immateriale della sinistra comunista e post-comunista. Le riunioni della Fondazione si tengono solitamente a Perugia, tuttavia, il 14 gennaio 2014, Alberto prega i partecipanti di convenire a Terni presso la sede del Pd. La malattia, con la quale combatte da mesi, gli rende infatti ogni spostamento assai faticoso. Con sacrificio, riuscirà a condurre la discussione e a tracciare in ultimo il programma delle attività. Dieci giorni dopo, il 24 gennaio, Alberto Provantini si dimette dalla vita.

Alle esequie, che si celebrano al mattino in forma civile e nel pomeriggio con rito religioso, presenziano decine di politici e amministratori nazionali e locali, anziani e giovani. Anche Walter Veltroni invia una nota di cordoglio: «Il vuoto che lascia la scomparsa di Alberto è di quelli veri. Innanzitutto per la sua famiglia, per le persone che gli volevano bene e lo stimavano. Poi per la sua città e la sua regione che tanto amava. E per la politica, che è stata la ragione della sua vita pubblica. Per Alberto la politica era una cosa seria. Fatta di passione e di ragione. Di ideali e insieme di concretezza. L’ultima volta che ci siamo salutati alla Camera, poco tempo fa, si capiva che il suo fisico era provato, ma il suo sguardo, il suo ragionare, la sua voglia di futuro erano quelli di sempre. Provantini ha rappresentato bene una generazione che intendeva davvero la politica come impegno per il bene comune. Dove l’io c’era, ma si stemperava nel noi. E c’era – costante – la difesa della memoria (anche critica) come garanzia di non smarrirsi nell’impegno per la costruzione di una società più giusta. Per questo sono sicuro che Alberto Provantini non sarà dimenticato» [57].

 

[1] Cfr. V. Pirro, La lotta armata in provincia di Terni, in L. Brunelli e G. Canali, L’Umbria dalla Guerra alla Resistenza, Atti del Convegno “Dal conflitto alla libertà” (Perugia, 30 novembre – 1 dicembre 1995), vol. II, Editoriale umbra, Foligno; Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, Perugia 1998, pp. 206-221.

[2] A. Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, p. 28.

[3] ivi, p. 30.

[4] Cfr. A. Portelli (1985), Biografia di una città. storia e racconto. Terni 1830-1985, Torino, Einaudi 1985; A. Provantini, Quei 9 mila giorni, a cura di S. Mazzilli, Edizioni Thyrus, Arrone 1984, pp. 20-28.

[5] Cfr. R. Covino, Partito comunista e società in Umbria, Editoriale umbra, Foligno 1995.

[6] Cfr. A. Stramaccioni, Storia delle classi dirigenti in Italia. L’Umbria dal 1861 al 1992, Edimond, Città di Castello 2012.

[7] Raffaele Rossi indirizza sia la crescita politica che culturale di Alberto Provantini. L’intellettuale perugino consiglia al giovane comunista la bibliografia utile all’attività di funzionario di partito. Provantini si mette dunque a studiare i principali testi di Antonio Gramsci, Karl Marx, Lenin, Friedrich Engels, integrandoli con la lettura di poesie. Sin da ragazzo è in effetti un avido lettore dei versi di Pablo Neruda, Bertold Brecht, Pier Paolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Vladimir Majakovskij, Nikola Vapcarov, Evgenij Evtušenko, Jaques Prèvert e Thomas Stearns Eliot. Cfr. Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 46.

[8] ivi, p. 46.

[9] Cfr. A. Stramaccioni, Il ‘68 in una regione rossa. L’Umbria dal sottosviluppo alla modernizzazione, Era Nuova, Perugia 2008.

[10] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 11.

[11] ivi, p. 54.

[12] “Le Frattocchie” è la denominazione usata per indicare la scuola per “quadri” del Pci. Fino al 1956 è intitolata ad Andrej Zdanov, il teorico sovietico dell’apartiticità della cultura; con la destalinizzazione assume il nome della località laziale dove è insediata. Nel marzo 1973, Berlinguer la intitolerà a Palmiro Togliatti. Cfr. A. Tonelli, A scuola di politica, Laterza, Bari-Roma, 2017.

[13] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 60.

[14] ivi, pp. 72-85.

[15]  Stramaccioni, Storia delle classi dirigenti in Italia, cit., p. 378.

[16]  Cfr. R. Covino, Dal decentramento all’autonomia. La provincia di Terni dal 1927 al 1997, Provincia di Terni, Terni 1997, pp. 95-112.

[17] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., pp. 113-117.

[18] Cfr. V. Satta, I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano 2016.

[19] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 17.

[20] Nel 1970, le Regioni sono all’esordio, perciò, soprattutto per i partiti di maggioranza, lo sforzo è indirizzato ad aprire i margini di manovra amministrativi, a costruire le funzioni istituzionali dell’Ente, a realizzare il modello di regione delineato nel “Piano di sviluppo” ultimato e presentato in veste pubblica nel 1963. A. Stramaccioni, Pietro Conti. L’operaio e il Presidente, Editoriale umbra, Foligno; Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, Perugia 2004. pp. 28-32.

[21] A. Provantini, Quel luglio ’70, Elio Sellino Editore, Milano 1993, pp. 29-30.

[22] Cfr. A. Provantini, Rapporto sulla piccola e media industria – Regione Umbria – [S. I., S. N.], 1982. Cfr. anche A. Provantini, Conferenza regionale sull’artigianato – Relazione dell’assessore – [S. I., S. N.], 1979.

[23]  Sono da ricordare come importanti successi di Provantini il salvataggio di mille posti di lavoro nei calzaturifici della “Igi” di Elvio Giannoni e il buon esito dell’estenuante trattativa con l’imprenditore Lino Spagnoli per tutelare 546 maestranze. Cfr. Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., pp. 107-130.

[24] V. Marinelli, La programmazione regionale degli anni settanta e ottanta, in La Regione e l’Umbria. L’istituzione e la società dal 1970 a oggi, volume Politica e Istituzioni, a cura di Marco Lucio Campiani, Marsilio, Venezia 2019, pp. 231-267.

[25] E. Mantovani, L’Umbria e la programmazione regionale (un’ipotesi interpretativa per gli storici), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. L’Umbria, Einaudi, Torino 1989, p. 796.

[26] Provantini, Quei 9 mila giorni, cit., pp. 63-66.

[27]  Provantini, Quel luglio ’70, cit., p. 159. Cfr. anche M. Tosti (a cura di), Storia dell’Umbria dall’Unità a oggi, Marsilio, Venezia 2014, pp. 216-228.

[28] In realtà, Provantini conia tale slogan mutuandolo da espressioni già usate in passato. Il primo a parlare di “Umbria verde” fu il poeta Giosuè Carducci; nel 1925 la locuzione si legge anche nel titolo di un libro di Carlo Faina. Nel corso del ventennio fascista l’“Umbria verde” è corroborata ed esaltata dalla retorica del ruralismo. Nello stesso periodo viene concepita l’oleografica definizione di “Umbria cuore d’Italia”. Cfr. R. Rossi, L’unità umbra, in “Umbria contemporanea”, 1, 2003, p. 11.

[29] Provantini, Quel luglio ’70, cit., pp. 61-63.

[30] Nel 1987, Provantini sarà rieletto in Parlamento con 15.475 preferenze.

[31] http://storia.camera.it/deputato/alberto-provantini-19410609. Ultima consultazione: 5 giugno 2017.

[32] Cfr. G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma 2003.

[33] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 183.

[34]  http://storia.camera.it/deputato/alberto-provantini-19410609. Ultima consultazione: 5 giugno 2017.

[35]  Cfr. A. De Angelis, I comunisti e il partito. Dal “partito nuovo” alla svolta dell’‘89, Carocci, Roma 2002.

[36] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 190.

[37]  Cfr. J. Derek, Westland: A History, Tempus Publishing Company, Gloucestershire, 2002.

[38] A. Provantini, Agusta, Westland, Fiat voluntas tua. Chi decide in Italia?, Franco Angeli, Milano 1987, p. 10 e p. 17.

[39] Il “supercannone” non sarà consegnato al dittatore iracheno perché sequestrato nel porto di Napoli mentre era in procinto di salpare per il Medio-Oriente. Cfr. S. Beltrame, Storia del Kwait, gli Arabi, il petrolio e l’Occidente, CEDAM Università di Padova, Padova 1999.

[40] Cfr. M. De Angelis, Post. Confessioni di un ex comunista, Guerini, Milano 2003; M. Di Giacomo, N. Di Nunzio, Trent’anni dopo. Il Pci degli anni ‘80, Oltre edizioni, Boca (NO), 2016.

[41]  Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., pp. 227-229.

[42] Cfr. I. Ariemma, Il tramonto di una generazione, Castelvecchi, Roma 2014; M. L. Boccia, A. Olivetti (a cura di), Pietro Ingrao. Coniugare al presente. L’Ottantanove e la fine del Pci. Scritti 1989-1993, Ediesse, Roma 2015.

[43]  Cfr. P. Bellucci, M. Maraffi e P. Segatti, Pci, Pds, Ds, Donzelli, Roma 2000.

[44]  A. Agosti, Storia del Partito comunista italiano: 1921-1991, Laterza, Bari 1999, p. 316.

[45]  Cfr. G. Galli, Storia del Pci, Kaos edizioni, Milano 1993. A livello nazionale, la mozione Bassolino raggiunge in 5% dei consensi; in Umbria riceve il 4% delle preferenze a Perugia e il 7% a Terni.

[46] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., pp. 210-220.

[47] Cfr. Stramaccioni, Storia delle classi dirigenti in Italia, cit., pp. 525-539

[48] Cfr. S. D’Alimonte (a cura di), Maggioritario ma non troppo. Le elezioni politiche del 1994, Il Mulino, Bologna 1995.

[49]  Cfr. W. Patalocco, I rossi e il professore. Ciaurro sindaco di Terni, Tipografia Stella, Terni 2002.

[50] Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., pp. 237-257.

[51] ivi, p. 266.

[52] Il consorzio nasce a Roma nel 1991. Del BAICR (Biblioteche e archivi Istituti culturali romani) fanno parte l’Enciclopedia Treccani, la Società geografica e gli istituti legati ai tre grandi partiti di massa del Novecento: Gramsci, Basso e Sturzo. Cfr., http://www.sie-l.it/index.php/…/43-baicr-sistema-cultura-roma.html. Ultima consultazione: 5 giugno 2017.

[53]  Cfr. R. De Rosa, Partito democratico della sinistra-Democratici di sinistra, in L. Bardi, P. Ignazi, O. Massari (a cura di), I partiti italiani. Iscritti, dirigenti, eletti, Egea, Milano 2007.

[54]  Provantini, “Cari compagni…fraterni saluti”, cit., p. 276.

[55]  ivi, pp. 275-281.

[56] Cfr. A. Provantini, L’Umbria in cammino. I cambiamenti e i protagonisti della storia della Regione, Edizioni Thyrus, Terni 2012.

[57]  http://www.umbria24.it/politica/terni-muore-a-72-anni-alberto-provantini-una-vita-tra-istituzioni-e-giornalismo. Ultima consultazione: 6 giugno 2017.

 

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Riferimenti sitografici

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http://storia.camera.it/deputato/alberto-provantini-19410609. Ultima consultazione: 6 novembre 2017.

http://www.umbria24.it/politica/terni-muore-a-72-anni-alberto-provantini-una-vita-tra-istituzioni-e-giornalismo. Ultima consultazione: 6 novembre 2017.

 

Valerio Marinelli è ricercatore Isuc (Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea) e cultore di storia contemporanea presso il Dipartimento di Lettere-Lingue, letterature e civiltà antiche e moderne dell’Università di Perugia.