..Eh… beh.. la Candelora io l’ho sempre rispettata, però… beh.. quillu giorno è na vita sempre in sé per sé normale, non è che era na festa… sant’Antonio nvece no, sant’Antonio è sempre stato riconosciuto…[1]

Sant'Antonio abate
1 Sant’Antonio abate

 

Il santo che nella nostra regione presenta manifestazioni di culto più diffuse e radicate non appartiene, come ci si potrebbe aspettare, alla folta schiera dei santi locali di maggior fama e prestigio, quali san Francesco, santa Rita o santa Chiara. Secondo stime basate su rilevamenti di carattere etnografico, ancora oggi, se si escludono le feste mariane, la figura sacrale che presenta le più numerose occasioni festive e il culto più radicato in Umbria continua ad essere quella di sant’Antonio abate. In tutta la regione, nell’intervallo di tempo che va dal 17 gennaio, ricorrenza canonica della festa, all’inizio della Quaresima, sono state censite non meno di duecento località in cui tutti gli anni sono allestite feste in onore del santo eremita. Le feste non si svolgono tutte contemporaneamente nella data canonica del dies natalis proprio perché in alcune zone – ad esempio tra Trevi e Spoleto – sarebbero, in un’area ristretta, tanto numerose che ognuna vedrebbe la partecipazione dei soli residenti.
Le chiese dell’Umbria, inoltre, possiedono numerosi cicli pittorici, affrescati dal Quattrocento sino alla metà del Seicento, illustranti gli episodi più importanti della vita del santo come sono stati tramandati sia dalle fonti riconosciute ufficialmente dalla Chiesa sia da quelle ritenute apocrife.
Tale odierna popolarità rappresenta sicuramente un corposo residuo della straordinaria centralità che il santo ha occupato nell’orizzonte culturale delle classi subalterne rurali europee per circa un millennio, ma soprattutto a partire dalla seconda metà del Seicento, quando inizia a manifestarsi il rapido declino della rilevanza del suo culto all’interno dei ceti egemoni, che nei secoli precedenti avevano usufruito delle ricchezze e del prestigio derivanti dalla gestione degli ospedali e delle comanderie titolati al santo.
Con il tracollo del mondo rurale tradizionale, la figura di sant’Antonio abate sembrava quindi destinata a soccombere al medesimo destino che aveva rapidamente subito quel mondo che lo aveva eletto: progressivamente accantonata e marginalizzata, quasi che non valesse la pena di occuparsi di un santo confinato soprattutto nelle stalle dei contadini e dei mezzadri, oggi che non esistono più mezzadri né animali da lavoro e i pochi contadini rimasti usano trattori dotati di aria condizionata.

Allora non s’entrava su na stalla senza dì: “Sant’Antonio te l’aiuti! Sant’Antonio l’accresca!” Poi: “Sant’Antonio lo vedesse cresce!” Sant’Antonio benedetto diceva che curava l’animale che uno c(i)avea n casa, ste cose così[2].

Del resto la politica culturale della regione e degli enti locali ha per lungo tempo volutamente e sistematicamente trascurato, in nome di una omologante modernizzazione, tutto ciò che poteva anche lontanamente richiamare quei tepori e sentori di stalla che costituiscono l’humus da cui quasi tutti noi, volenti o nolenti, proveniamo. Se questa politica culturale che, salvo poche eccezioni[3], ha per anni fatto della nostra regione una sorta di “terra del rimosso” sembra manifestare segni di cambiamento, non lo si deve certo a progetti di politica culturale lungimirante, ma al semplice fatto che, oggi, proprio tutti, esclusi ovviamente i vari assessorati alla cultura, si sono resi conto che in un mercato sempre più globale possono emergere, rendersi visibili e appetibili, solo aree territoriali dotate di forti e radicate caratteristiche di identità e di specificità e, in mancanza di meglio, anche le residue feste di sant’Antonio abate vanno bene. Sant’Antonio abate è stato sicuramente uno dei santi più popolari nel mondo cristiano, anche se il forte radicamento subalterno del suo culto in Europa occidentale appare in larga parte dovuto alla abissale distanza che separa la sua immagine elaborata e vissuta all’interno delle classi popolari rurali da quella che invece risulta dalla tradizione agiografica .
Le notizie che ci trasmettono le biografie basate sui testi agiografici ufficiali, a partire dal racconto della sua vita fatto da Atanasio vescovo di Alessandria d’Egitto sulla vita del santo eremita, sembrano avere molto poco in comune con le caratteristiche della figura sacrale che corposamente emerge a partire dal XII secolo nell’iconografia e nel culto popolare.
Da una parte sant’Antonio (nato in Egitto nel 251 e morto ultracentenario nel 356) appare una delle personalità di spicco del monachesimo orientale, teso a perseguire una santità ascetica nel disprezzo del mondo, nella rinuncia ai beni terreni e nella mortificazione della carne mediante l’isolamento e il digiuno; dall’altra è considerato invece il protettore degli animali domestici, di stalla e di cortile, il garante dei raccolti: una figura potente alla quale le classi rurali si affidano proprio per sottrarre al rischio degli eventi negativi imponderabili gli essenziali beni terreni costituiti dai frutti del loro lavoro.
I motivi per cui un monaco egiziano dedito ad una vita eremitica ed ascetica e soprattutto votato ad una severa pratica di digiuno, interrotta solo da diete vegetali di pura sussistenza, sia divenuto non solo il protettore degli animali, ma in modo particolare del maiale, (l’animale impuro per eccellenza nelle culture medio-orientali, che ne proscrivono rigidamente l’impiego alimentare) sono in effetti estremamente complessi e dovuti ad un articolato processo di sincretismo, in cui i contenuti agiografici originari hanno dovuto subire, sotto la spinta della religiosità popolare, ampi processi di adattamento e trasformazione, accogliendo all’interno della liturgia ufficiale pratiche cultuali e forme rituali arcaiche presenti e vive nel mondo rurale europeo. Tali processi hanno consentito certamente di condurre e di costringere all’interno di modelli devozionali controllati dalle autorità ecclesiastiche, sotto l’egida del patronato del santo, forme di religiosità di origine precristiana, ma nello stesso tempo hanno sensibilmente modificato le caratteristiche salienti e originarie della figura di sant’Antonio abate, che si è dovuta, per così dire, rimodellare a punto di riferimento sacrale e protettivo di istanze subalterne estremamente più corpose e carnali di quelle che aveva costantemente perseguito nella sua vita di asceta lontano dal mondo.
In effetti non potrebbe essere più netto lo scarto tra l’eremita del deserto in continuo conflitto con le tentazioni demoniache, alle quali riesce a far fronte con la mortificazione della carne, e la figura allegra e bonacciona del santo, quale emerge dalle rappresentazioni popolari. In esse il santo lotta sì con il demonio, ma non per resistere alle tentazioni, bensì per vincere il Maligno in scaltrezza e furberia e poter raggiungere quelle soddisfazioni di ordine materiale che per il contadino e il bracciante costituiscono il sale della vita, e che non sempre si rendono facilmente disponibili in un orizzonte esistenziale dominato dall’incertezza e dalla scarsità.
Così sant’Antonio, rappresentato sempre vittorioso nei confronti di un diavolo un po’ sciocco, diventa nell’universo popolare una sorta di campione dell’arte dell’arrangiarsi, di farsi furbo, di non farsi fregare dal prossimo malevolo e invidioso. Costituisce in definitiva la proiezione mitica della modalità subalterna di affrontare e di risolvere le contraddizioni economiche e sociali e di reagire all’incombenza del negativo mediante scorciatoie ed espedienti, senza mai mettere in discussione la reale dimensione dei rapporti di dominio economico e sociale.
Così riplasmata e levigata, la figura del santo corrisponde in pieno al sentire subalterno e non presenta quegli scarti ideologici che impediscono ad altre figure del sacro di essere così “popolari”. Malgrado l’affinità tra il percorso di sant’Antonio e quello di san Francesco (ambedue nati e cresciuti in famiglie benestanti decidono di devolvere i propri beni ai poveri e consacrarsi a una vita di povertà e di sofferenza) la figura del santo egiziano nell’occidente europeo ha perso le sue caratteristiche ascetiche, mentre quella del santo di Assisi ha continuato a mantenere quei tratti che lo allontanano decisamente dal sentire comune subalterno. Esemplare ci pare il modo con cui il famoso e paradossale episodio narrato nei Fioretti, del cosa sia la perfetta letizia, viene reso a livello subalterno sposando totalmente il punto di vista del senso comune espresso da frate Leone.

Quanno san Francesco co frate Leone era ndato a Perugia …perch’andavono a piedi …alora quando ritornavono al convento pe strada je prese n gran temporale e frate Leone s’era ndispettito e chiedeva de fermasse da qualche parte e san Francesco je disse: “Lo sai quale sarebbe la perfetta letizia?” “Che trovassimo na casa per riparo” je rispose frate Leone e san Francesco je disse: “No no, se trovassimo riparo non sarebbe perfetta letizia” e frate Leone: ”Allora avrebbe da smette l temporale” “No no se smettesse non sarebbe letizia”…Nsomma frate Leone je ne disse tre e nessuna stava bene a san Francesco, allora san Francesco je disse: “Adesso quale è la perfetta letizia te lo dico io. Se quanno, tutti bagnati fradici e stanchi, arrivamo a bussà al convento e l padre guardiano viene ad apricce e con un bastone ce dà quattro bastonate, quella è perfetta letizia! Eh eh, hai capito!?[4]

La figura di sant’Antonio abate, che si è venuta costituendo nel corso dei processi di trasformazione e di adattamento alle reali e concrete istanze popolari, appare molto più complessa e stratificata di quanto possa far intravedere un’analisi limitata al solo patronato sugli animali domestici.
L’iconografia tradizionale mostra una ricchezza e una articolazione di attributi che in qualche modo ricapitolano le diverse tipologie protettive e devozionali che hanno fatto riferimento alla sua figura: innanzitutto la costante presenza del maiale, poi il bastone con la campanella, il simbolo del tau e infine il fuoco caratterizzano in modo inconfondibile tutte le raffigurazioni del santo, con accentuazioni diverse a seconda delle aree geografiche, delle epoche, e delle specifiche esigenze di culto.

Sant'Antonio abate
2 Sant’Antonio abate

 

Come abbiamo già notato, l’accostamento del maiale alla figura del santo eremita costituisce un elemento forte di scarto che diversi studiosi hanno cercato di risolvere sia dal punto di vista iconologico che da quello storico-culturale.
Un’ipotesi che tiene conto esclusivamente delle possibili trasformazioni materiali subite dall’iconografia nel corso dei tempi, sotto la spinta delle istanze cultuali, tende ad avvalorare la tesi che il maiale potesse in origine raffigurare il demonio tentatore sotto forma di verro selvatico nero ed irsuto e poi, solo in seguito, sotto la spinta della saldatura stabilitasi a livello popolare tra la figura del santo ed il patronato sugli animali domestici, abbia assunto le sembianze più familiari e tranquillizzanti dell’animale domestico.
In effetti nella tradizione cristiana il maiale, animale immondo dal piede forcuto, immagine dei piaceri e degli appetiti carnali, è stato spesso usato per simboleggiare il demonio tentatore, e quindi l’associazione tra il santo e il maiale avrebbe inizialmente il significato di una netta contrapposizione, in cui il santo dalla vita esemplare vince le tentazioni demoniache dominando sotto il suo piede il diavolo tentatore sotto forma di porco. L’importanza del maiale all’interno dell’economia rurale dell’Europa cristiana, la coincidenza della festa del santo (17 gennaio) con uno dei periodi più freddi dell’anno, favorevole, quindi, alla macellazione del maiale, avrebbero progressivamente portato a trasformare l’originaria opposizione negativa in un’associazione di tipo positivo.
Altra spiegazione, che tiene invece conto delle vicende che hanno influenzato materialmente e culturalmente la diffusione della figura e del culto del santo in Europa, tenta di definire una interpretazione complessiva e coerente dei diversi elementi iconografici caratterizzanti la figura del santo.
L’associazione tra il santo, il maiale, il fuoco, la campanella e il simbolo del tau sarebbe avvenuta in seguito al trasferimento, alla fine dell’undicesimo secolo, delle presunte reliquie del santo da Costantinopoli in Francia ed alla successiva creazione dell’ordine degli antoniani, il cui compito principale fu quello di costituire delle comunità ospedaliere finalizzate alla cura dell’ergotismo gangrenoso, allora epidemico. Tale affezione derivava dal consumo alimentare della segale cornuta, cioè del cereale contaminato dal fungo ascomicete Claviceps purpurea, che con i suoi alcaloidi tossici provocava processi di diffusa gangrena agli arti, accompagnati da fortissimi bruciori e da sensazioni di ardente arsura associata a forme allucinatorie, per cui fu chiamata ignis sacer: fuoco sacro e, in seguito, in rapporto al monopolio esercitato dall’ordine degli antoniani nella cura dell’ergotismo, anche fuoco di sant’Antonio. Quando le epidemie di ergotismo scomparvero del tutto, in seguito alla scoperta del rapporto causale della panificazione con segale cornuta e l’insorgere dell’ergotismo, la denominazione continuò ad essere ancora utilizzata e permane tuttora, ma associata ad un’altra affezione che sembra presentare sintomatologie vicine a quelle dell’ergotismo, anche se in modo fortemente attenuato, l’erpes zooster.
Gli antoniani, che vestivano un abito con un distintivo a forma di tau (segno dell’origine egiziana del santo), curavano l’ergotismo con frequenti applicazioni di lardo di maiale, per cui nei luoghi ove erano residenze dell’ordine ottennero il privilegio di allevare maiali che potessero non solo circolare liberamente, ma anche essere nutriti a spese delle comunità, onde i frati fossero sempre provvisti dell’elemento ritenuto indispensabile alla cura. Per essere riconoscibili facilmente dagli altri animali, che invece non potevano circolare liberamente in ambiente urbano, i maiali appartenenti agli antoniani, chiamati popolarmente maiali di sant’Antonio, dovevano portare un campanello o essere marcati con il simbolo dell’ordine: alla fine del Trecento a Città di Castello ne potevano circolare dieci e a Narni sei. In seguito il campanello di sant’Antonio divenne il simbolo di riconoscimento dei questuanti in nome del santo: nella collezione di amuleti, raccolta da Giuseppe Bellucci ed esposta al Museo Nazionale Archeologico dell’Umbria di Perugia, è presente un campanello in bronzo con il segno del tau proveniente da Panicarola, Comune di Castiglione del Lago, utilizzato nel corso delle questue stagionali che costituivano il fondo cerimoniale indispensabile per allestire la festa del santo.
Questo excursus sulle vicende storico-culturali della figura del santo e sugli attributi iconografici che lo caratterizzano potrebbe far pensare che le modalità del suo culto siano ovunque molto simili e che non valga la pena di indagarle e documentarle localmente. Ma tale prospettiva, che risente di obsolete impostazioni ottocentesche, non tiene conto del fatto che le tradizioni popolari legate al santo, anche in un territorio relativamente piccolo come l’Umbria, pur insistendo evidentemente su di un corpus comune, nelle diverse situazioni locali si sono articolate secondo distinte linee di tendenza, tese ad accentuare con insistenza quegli aspetti ritenuti simbolicamente e materialmente più importanti all’interno del vissuto delle classi subalterne.
La sezione antropologica del dipartimento Uomo & Territorio (già Istituto di etnologia e antropologia culturale) da molti anni conduce campagne di rilevazione e documentazione delle tradizioni popolari locali ed ha raccolto puntuali e articolate informazioni riguardo alle modalità di organizzazione e di svolgimento delle feste in onore di sant’Antonio abate in tutta la regione umbra.
L’articolato e variegato quadro che ne emerge non può essere riassunto in poche pagine, ma vale la pena di illustrarne i tratti fondamentali.
In una larga parte dell’Umbria che comprende le aree settentrionali e la fascia occidentale confinante con la Toscana, caratterizzata nel passato da una netta prevalenza della mezzadria, il giorno della festa del santo (17 gennaio) è caratterizzato, più che dalla benedizione degli animali, dalla benedizione del sale e degli alimenti loro destinati che ogni famiglia mezzadrile, dopo averli accuratamente confezionati in sacchetti o fascetti, porta davanti alla chiesa. Ai convenuti vengono generalmente distribuiti dei panetti particolari titolati al santo o altre cibarie, frutto delle attività di questua svolte da persone incaricate dal parroco. Sporadicamente è presente l’usanza di accendere, il giorno della festa o quello della vigilia, grandi fuochi in onore del santo. Sia i residui dei fuochi sia le pagnottelle, nel passato, erano oggetto di pratiche di carattere propiziatorio o terapeutico-preventivo.
In una zona più ristretta che comprende le aree montagnose contermini dei Comuni di Assisi, Spello, Nocera Umbra e Foligno il giorno della festa del santo è fortemente caratterizzato dalla cosiddetta carità di Sant’Antonio. Le più importanti famiglie di possidenti dei piccoli borghi montani, nella notte della vigilia o alle prime luci del giorno della festa, offrono gratuitamente a tutti coloro che si recano alle loro case degli alimenti che possono essere costituiti da pane o da legumi bolliti in grandi caldaie di rame.
Un discorso molto più approfondito meriterebbe la varietà di pratiche legate alla festa del santo in Valnerina: ogni piccolo borgo presenta elementi festivi peculiari per cui è praticamente impossibile generalizzare. Anche se con qualche eccezione, la festa del santo è ancora caratterizzata dalla rilevante importanza che nel passato possedeva la pastorizia: a Norcia e Cascia i protagonisti della festa sono greggi di ovini, un tempo agghindati e infiocchettati, che vengono messi pubblicamente all’asta da un banditore appartenente alla locale associazione titolata al nome del santo.
Nell’Umbria centro-meridionale, in modo particolare in un’area che comprende i Comuni di Trevi, Campello sul Clitunno e Spoleto, il culto di sant’Antonio abate presenta connotati specifici e fortemente omogenei. Singolare e di forte rilevanza evocativa è che in questa zona si può “simbolicamente” registrare l’opposizione tra le due tradizioni culturali legate alla figura del santo, quella di origine orientale e quella che in seguito, dopo il XII secolo, si è progressivamente diffusa nell’Europa occidentale.
Sulle pendici di Monteluco restano ampie tracce di un insediamento monastico della metà del VI secolo, a più riprese modificato nel corso del tempo, fondato da anacoreti orientali guidati da sant’Isacco di Antiochia – seguace e interprete delle regole del cosiddetto monachesimo orientale di cui sant’Antonio abate è considerato il fondatore – e teso, come abbiamo già avuto modo di dire, a perseguire una santità ascetica nel disprezzo del mondo, nella rinuncia ai beni terreni e nella mortificazione della carne mediante l’isolamento e il digiuno.
Di questa tradizione orientale restano solo poche rovine, ma se si scende nella valle si ritrova invece viva e ancora vegeta l’altra tradizione legata a sant’Antonio abate che ne fa il santo degli animali domestici e da lavoro, il protettore delle messi e dei raccolti, il santo dell’abbondanza e dell’eccesso alimentare.
In ogni piccolo borgo ha sede un’associazione, riservata esclusivamente ai maschi adulti, titolata al santo, che possiede oltre a uno stendardo anche beni mobili (biancheria da tavola, stoviglie, recipienti per la cottura degli alimenti, ecc.) utilizzati un tempo per allestire diversi e cadenzati pranzi sociali in occasione della festa. Ogni società è dotata di uno statuto che prevede obblighi e doveri da parte dei soci, i quali si alternano nella gestione dei beni e nella pratica della questua, che un tempo prevedeva parecchi giri stagionali in concomitanza con la battitura del grano, la svinatura e la raccolta delle olive e che oggi si risolve in un solo giro di telefonate. Al di là delle differenze locali, la festa del santo è ancora caratterizzata dalla presenza della frasca (un bastone con una gabbia di legno alla sommità adornata di sempreverdi, nastri colorati, piccoli dolci, ecc.), dalla benedizione degli animali, dalla preparazione di panetti o ciambelle titolate al santo e, in passato, dalla cosiddetta corsa della stella (i cavalieri dovevano infilare un bastoncino in una stella bucata sospesa in alto in mezzo ad una strada tramite una corda alla quale erano appesi i premi spettanti al vincitore, consistenti in generi alimentari) e da un nutrito lancio di arance.
Concludiamo riprendendo il filo della duplice figura del santo: l’ascetico eremita del deserto nel culto orientale, il protettore degli animali e dell’abbondanza alimentare nel culto occidentale.
Nell’area che va da Trevi a Spoleto nel corso del secolo scorso si sono fronteggiate ogni anno non solo due concezioni diverse del santo, quanto piuttosto due concezioni diverse della religiosità e della festa: da una parte le autorità ecclesiastiche che volevano mantenere un controllo capillare delle occasioni festive e cercavano di evitare eccessi alimentari e alcoolici e momenti di promiscuità tra i sessi, e dall’altra una concezione subalterna del santo del maiale e dell’abbondanza che nell’occasione della festa lo onorava con eccessi alimentari, sbornie collettive e con tentativi di organizzare feste da ballo all’insaputa del parroco.

1924 Festa di S. Antonio 27 Gennaio

…Il lunedì sera la solita cenetta, prima della quale essendovi il rendiconto, io feci notare come non fosse né giusto né conveniente che tutta la questua venisse assorbita per le spese del pranzo, con una insignificante parte per il culto del Santo che dovrebbe essere lo scopo principale, e quindi proposi che una porzione più larga della questua venisse assegnata ad onore del Santo con Messe, e con l’offerta di qualche dono alla chiesa. La proposta passata a voti segreti fu accolta all’unanimità e si stanziarono £ 80 per fare sei ceri da servire per la festa, e se avanzava qualche cosa farvi celebrare delle Messe. Dell’esecuzione di tale deliberazione fu incaricato il nuovo cassiere Fortunati Antonio di Fortunato. Voglio sperare che ormai tutti gli anni si penserà a riserbare una buona parte della questua a scopo di culto, com’è doveroso, ed inculcato anche dalle disposizioni diocesane..[5]

Il parroco cerca di intervenire sulle dinamiche della festa, imponendo una diversa redistribuzione delle risorse a detrimento del pranzo sociale e sembra che tutto fili liscio perché la proposta viene accolta dall’assemblea dei soci all’unanimità, ma:

1925 Festa di S. Antonio 25 Gennaio

…Pranzo abbondante e rumoroso… La sera appresso vi fu la consueta cenetta… ed alta fu la mia meraviglia e la giusta indignazione, quando appresi che non ostante la unanime decisione dell’anno innanzi, di usare cioè della questua solo per la festa religiosa, si era invece senza alcuno scrupolo amalgamata con le quote assai limitate dei soci ed era stata quasi completamente assorbita per il pranzo e la cena. Sul momento data l’esaltazione bacchica già avanzata in tutti, mi limitai a protestare solo presso i santesi ed il cassiere, i veri colpevoli dell’accaduto, riserbandomi di farlo poi presso tutti i soci in maniera più vibrata ed efficace, e forse farne pubblica protesta dall’altare; colla decisione di assumere io direttamente l’incarico della festa religiosa per l’avvenire, qualora non si rimediasse in qualche maniera al grave e scandaloso fatto, e non si cambi tale indegno modo di agire per l’anno venturo[6].

Ci troviamo di fronte a un esempio classico di come hanno funzionato per secoli i rapporti tra classi egemoni e classi subalterne. Di fronte ai ripetuti tentativi da parte delle classi egemoni di intervenire sulle pratiche subalterne, per abolirle o modificarle, in quanto considerate via via o ereticali o superstiziose o immorali o empiriche e non scientificamente corrette, non si sono mai registrate opposizioni dirette o conflitti, ma si sono sempre attuate forme di resistenza passiva, strisciante e silenziosa.

1926 Festa di S. Antonio 31 Gennaio

…Terminata la Messa, poco dopo si andò a pranzo fatto nella casa della Confraternita, e riuscì com’è solito, abbondante, e rumoroso… A sera per onorare più completamente S. Antonio, nei locali della scuola si tenne festa da ballo fino verso la mezzanotte!… Più volte in quest’anno ho tentato di impedire, almeno in tale occasione, cotesti divertimenti, ma purtroppo, la mia restò vox clamans in deserto. Auguro ai miei successori migliore successo, ma ne dubito assai!… La sera appresso, secondo il consueto vi fu la cenetta che riuscì anch’essa abbondante e clamorosa forse più del pranzo. Feci le mie doverose osservazioni, per la destinazione della questua, non del tutto conforme alle prescrizioni diocesane, ed alle promesse più volte fatte[7].

 

Bibliografia consultata
La légende de Saint Antoine traduit de l’arabe par Alphonse Bonhome O. P., «Analecta Bollandiana», LX, 1942, pp. 143-212.

Une histoire latine de S. Antoine. La ‘Légende de Patras’, «Analecta Bollandiana», LXI, 1943, pp. 211-250.

Inventio sancti Anthonii. Ex codice Namurcensis n. 159(2), «Analecta Bollandiana», II, 1883, pp. 339-354.

Atanasio di Alessandria (san), Vita di Antonio. Detti, lettere, introduzione, traduzione e note di Lisa Cremaschi, Milano, Paoline, 1995. La traduzione latina della Vita fu fatta da Evagrio di Antiochia, morto dopo il 392. Si trova in Patrologia Greca, XXVI, 838-975 e in Patrologia Latina, LXXIII, pp. 126-94.

Baudat Michel, De la Thébaide à Montmajour: les reliques de Saint-Antoine abbé, Arles, Societé des Amis du Vieil Arles, 1994.

Di Cristofaro Longo Gioia, Memoria e mutamento: documenti e analisi antropologica; la festa di Sant’Antonio Abate a Monterotondo, Roma, Bulzoni, 1984.

Di Nola Alfonso, Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana. Torino, Boringhieri, 1976, cfr. pp. 206 e seguenti.

Corso Raffaele, Il porco di S. Antonio. (Note e commenti). “Folklore Italiano”, I, 2-3, settembre 1925, pp. 316-317.

Girolamo (san), Vite di Paolo, Ilarione e Malco, a cura di Giuliana Lanata, Milano, Adelphi, 1975.

Hertling Ludwig (von), Antonius der Einsiedler, Innsbruck, Rauch, 1929, XVI+96 pp.

Lupinetti Donatangelo Arturo, Sant’Antonio abate, storia e leggenda: tradizioni e canti popolari abruzzesi , Lanciano, Coop. Editoriale tipografica, 1960.

Mantovi Franco, Le tradizioni popolari di sant’Antonio Abate nella pianura padana, Bazzano, (a cura della Compagnia dell’arte dei brentatori), 1972.

Mazzolari Primo, S. Antonio abate, il contadino del deserto, Vicenza, La locusta , 1974.

Münsterer Hans Otto, Die Secalevergiftung, eine mittelalterliche Volksseuche, “Münchener Medizinische Wochenschrift”, 97, 1955.

Partini Riccardo, Lu nimmice de lu dimonie. Storie e Leggenda di Santo Antonio Abate, “Lares”, V, 1934, pp. 118-153.

Queffélec Henri, Saint Antoine du désert, Paris, Séguier, 1988.

Trebbin Heinrich, Sankt Antonius: Geschichte, Kult und Kunst, Frankfurt am Main, Haag und Herchen, 1994.

 

[1] Adelaide M., 1917, Stroncone, sarta, 28.08.1995, 09.05.1998, intervistatore: Letizia Cecchi.

[2] Franco C., 1940, Campello sul Clitunno, muratore, 03.06. 2002, intervistatore: Ombretta Cesarini.

[3] Fra le poche eccezioni merita sicuramente menzione la Provincia di Terni.

[4] Elia F., 1915, Ripa, Perugia, casalinga, 04.01.2001, intervistatore: Mirna Santese.

[5] Cronistoria parrocchiale della Parrocchia di S. Donato in Campello Alto dal 1912 al 1959, di Don Benedetto Fabrizi, vol. I manoscritto, Curia Arcivescovile di Spoleto.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

 

Giancarlo  Baronti è docente di discipline antropologiche presso l’Università degli Studi di Perugia. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: Credenze e pratiche relative alla protezione magico-religiosa contro il fulmine e la grandine dalla collezione di amuleti “Giuseppe Bellucci”, pp. 39-89 in “..né porcherie né acque rie..” Forme di protezione magico-religiosa contro il fulmine e la grandine dalla collezione di amuleti “Giuseppe Bellucci”, Catalogo della mostra a cura di Giancarlo Baronti  (Perugia l2 aprile – 14 maggio 1995, Volumnia Editrice, Perugia 1995, 91 pp.), La morte in piazza. Opacità della giustizia, ambiguità del boia e trasparenza del patibolo in età moderna (Argo, Lecce 2000, 416 pp.), Le macchine del santo. Allegoria e tradizione nei Pugnaloni di Allerona (Provincia di Terni, Terni 2001, 64 pp.).