La cosa giusta da dire, dal punto di vista wittgensteiniano, è che la comunicazione non corre alcun rischio di collasso e che questa è una delle cose di cui possiamo essere sicuri, anche se la nostra sicurezza non poggia su alcunché.

Dummett, La base logica della metafisica

Michael Dummett

Come riusciamo a comprendere il significato di una frase e come possiamo essere sicuri che chi ci ascolta, comprenda le frasi da noi pronunciate così come vogliamo che siano comprese? 

È questa la domanda a cui all’inizio del Novecento dà una risposta il fondatore della logica moderna, il filosofo tedesco GottlobFrege formulando l’assai noto e controverso principio di composizionalità. Secondo tale principio il significato di una proposizione dipende dal significato delle parole che la compongono e dal modo in cui sono combinate nella frase. Per capire l’enunciato “Il gatto insegue il topo” devo conoscere il significato di “gatto”, “inseguire” e “topo” e saperlo distinguere dalla frase “Il topo insegue il gatto” che ha un significato diverso in lingua italiana solo in virtù dell’ordine delle parole. Il meccanismo di comprensione seguirebbe un percorso bottom-up, ovvero dalle parti componenti alla struttura articolata, e la prassi quotidiana sembrerebbe, a prima vista, confermare questa ipotesi. Se, infatti gli enunciati non fossero strutture articolate, sia dal punto di vista sintattico che semantico, non si spiegherebbe come comprendiamo enunciati nuovi mai uditi partendo da un numero limitato di parole e da un insieme relativamente ristretto di combinazioni sintattiche. Se così non fosse dovremmo apprendere tutti gli enunciati (potenzialmente in numero infinito) uno per uno, cosa che la nostra memoria limitata non ci consentirebbe.Alla base di tale principio vi è inoltre l’assunto della stabilità dei significati delle parti costituenti.  La stessa parola deve cioè mantenere, entro certi limiti, in modo stabile il suo significato in enunciati diversi, ci aspettiamo che il verbo “volare” ad esempio abbia lo stesso significato sia nell’enunciato “Volo con Alitalia” che nell’enunciato “Il canarino è volato via dalla gabbia”.   Ma come facciamo a comprendere allora l’espressione: “Sono volate parole offensive”? Il primo limite, al principio di composizionalità, è dato da tutti gli usi metaforici, idiomatici e retorici del linguaggio, ma non solo. Tutti i deittici (qui, ora, allora, te, lei) non potrebbero portare alcun contributo di significato alla frase se non nel contesto di proferimento dell’enunciato stesso, per non parlare poi delle espressioni vaghe o indeterminateche disambiguano il loro significato solo nel contesto dell’enunciazione: nella frase “è una ragazza alta” alta è un termine vago: alta quanto? rispetto a chi?
La pervasività di questi fenomeni fa sì che il principio di composizionalità sia, come nota Picardi (2009:69), condizione necessaria ma non sufficiente a determinare ciò che gli enunciati significano. L’enunciato non è semplicemente costituito da stringhe di parole e la comprensione dell’enunciato non può essere ridotta alla comprensione delle sue parti costituenti.  Come dice Dummett il rapporto tra la parola e l’enunciato pare essere molto più sottile «La comprensione dell’enunciato implica la comprensione delle parole costituenti, ma non si riduce ad essa»(Dummett, 1996:142). Conoscere il significato di una parola è come conoscere il verso in cui funzionano gli interruttori per accendere la luce. Normalmente accendo la luce senza essere consapevole del verso giusto, non perché non lo sappia, ma semplicemente perché in condizioni normali non è necessario tenerlo a mente. È solo in condizioni eccezionali (si è fulminata la lampadina e per cambiarla devo spegnere la luce) che entra in atto un livello di consapevolezza superiore.

La nostra conoscenza del significato di un qualsiasi enunciato deriva da una precedente conoscenza (implicita e generale) delle parole che lo compongono e dalla nostra osservazione del modo in cui si combinano, in modo particolare, nell’enunciato. «Ai fini del riconoscimento dunque il senso della parola è primario rispetto a quello dell’enunciato» (Dummett, 1983:46). È solo tenendo conto di questo aspetto che si può spiegare come riusciamo a comprendere e pensare enunciati nuovi, mai uditi prima. Riusciamo a farlo perché la frase racchiude una familiarità rispetto a ciascuna parola che vi ricorre. Quando, però si tratta di spiegare che cosa sia per le parole avere un senso, cosa sia per noi cogliere il senso di una parola, è il senso dell’enunciato prioritario rispetto a quello della parola. Il significato della parola ha per Dummett un significato generico e parziale, che richiama appunto familiarità e non identità; è il significato indicato dai dizionari per intenderci, che è così come è per convenzione, per accordo sociale, ma questo significato si disambigua nel particolare atto enunciativo.

In realtà lo stesso Frege al principio di composizionalità aveva contrapposto il principio del contesto, dicendo appunto che «l’unità di significato non è la parola ma l’enunciato». Possiamo afferrare il significato di un enunciato sulla base delle parole che lo compongono, ma il significato della parola è dato solo nel contesto del suo uso. I due processi, però, non sono affatto in contraddizione tra di loro. Si tratta di due processi di analisi diversi: l’analisi per costituenti presenta l’enunciato così come è strutturato, la sua costituzione interna; mentre l’analisi per decomposizione rivela come noi vediamo, scomponiamo e intendiamo l’enunciato.Ma in che rapporto sono i due processi?  L’analisi che va dalle parti al tutto equivale all’analisi che va dal tutto alle parti? Tralasciando qui la difficoltà che aveva evidenziato già Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche§ 47 di definire ciò che è semplice e ciò che è composto, ovvero la difficoltà stessa di individuare in modo oggettivo le parti di un presunto elemento composto, soffermiamoci ancora sulle dinamiche che emergono procedendo dal tutto al particolare e dal particolare al tutto.

L’uso di una parola in un enunciato si connette all’insieme delle possibilità d’uso in altri enunciati.  Nel § 199 delle Ricerche filosofiche Wittgenstein aveva affermato che «comprendere una proposizione significa comprendere un linguaggio» e a partire da questa frase è stato assegnato a Wittgenstein il ruolo di precursore dell’olismo semantico che porta alle estreme conseguenze il principio del contesto di Frege. Invece di procedere dalle parti al tutto si procede dal tutto alle parti, secondo una modalità top-down. Il lavoro di individuazione delle parti è in realtà relativo alle ipotesi che fa un presunto traduttore radicale di fronte ad enunciati in una lingua che non conosce affatto, come sostiene Quine. Il risultato finale di un procedimento mentale siffatto è che esistono innumerevoli congetture tutte ugualmente valide che non si identificano con i significati così come li conosciamo nei dizionari, ma che funzionano nel momento in cui l’interlocutore dà il suo assenso. Il significato non sarebbe altro dunque che un accordo tra le parti coinvolte nel meccanismo della comunicazione.

Ma come faccio ad essere sicuro di essere compreso per quello che voglio dire se, in ogni scambio comunicativo, tutto è sempre rimesso in discussione? Non sarà forse vero allora ciò che Pirandello fa dire a uno dei suoi personaggi: «E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!» (Sei personaggi in cerca d’autore).

La critica che  Dummett rivolge all’olismo semantico è quella di rinunciare a indagare sul funzionamento del linguaggio, che invece, nella vita quotidiana dimostra di funzionare benissimo, anche quando  ci si fraintende, anzi ci si fraintende proprio perché normalmente ci si comprende. Dummett riparte dunque dal principio di composizionalità che[…] non si riduce al mero truismo, che anche l’olista non può non accettare, secondo cui il significato di un enunciato è determinato dalla sua composizione. Il mordente del principio deriva dalla tesi che la comprensione di una parola consiste nella capacità di capire elementi caratteristici che appartengono a un ambito particolare di enunciati che la contengono. (1996:315)

Possiamo chiamare dipendenza la relazione che intercorre fra un’espressione e un’altra quando la comprensione della prima richiede la comprensione della seconda. Ciò che il principio di composizionalità essenzialmente richiede è che la relazione di dipendenza fra espressioni e forme enunciative sia asimmetrica. Più esattamente, al fine di consentire l’esistenza di insiemi di espressioni mutuamente dipendenti, si deve concepire la relazione come intercorrente fra ambiti di espressioni anziché fra espressioni singole. […] La composizionalità richiede che la relazione di dipendenza imponga agli enunciati della lingua una struttura gerarchica che devia solo leggermente da un ordine parziale. La deviazione consente che vi siano ambiti di espressioni, la comprensione dei cui significati può essere acquisita solo simultaneamente; per ciò che riguarda questi ambiti, tuttavia, la comprensione di un’espressione di un dato ambito può dipendere solo dalla comprensione di espressioni che si trovano a un gradino più basso nella gerarchia. (1996:312)

Esisterebbero pertanto frammenti indipendenti, progressivi e interconnessi di linguaggio. Per capire un enunciato di una data lingua basta conoscerne qualche frammento, che potrebbe costituire di per sé una lingua completa. Questo sistema permette di spiegare come acquisiamo il linguaggio da bambini e come apprendiamo una lingua straniera in età adulta, come riusciamo a formulare e comprendere enunciati senza mai riuscire ad avere una conoscenza totale della lingua, neppure della propria lingua madre.

Nel quadro di questo sistema non esistono espressioni isolate, ma espressioni che possiamo capire solo insieme ad altre, ad esempio, coppie o insiemi di predicati contrari. Le parole indicanti colori ne sono un esempio plausibile: possiamo distinguere un colore da un altro solo se messi a confronto, lo stesso dicasi per le coppie “maschio” e “femmina”, o per parole che indicano relazione “padre di”, “madre di”, e “figlio di”. O ancora per capire un tratto di un carattere bisognerà capire prima cosa significa attribuire quella caratteristica alle azioni: per capire cosa significa “essere vendicativo” bisognerà capire cosa sia compiere “un’azione vendicativa” (Dummett, 1996:311). L’ordine di priorità di un enunciato sulla parola richiederà inoltre che la comprensione di una parola consista nella capacità di capire alcuni ambiti di primo tipo in cui la parola compare, prima di poterne capire certi altri. La comprensione ad esempio della parola “fragile” che emerge nel suo significato astratto nella frase “È una persona fragile”, richiederà normalmente la previa comprensione della parola “fragile” nel suo significato concreto, quale può essere ad esempio nella frase “Questo piatto è fragile”, pur non essendo condizione della sua comprensione. (Dummett, 1996:313). È proprio sulla base di questo meccanismo che, ad esempio, si strutturano i sillabi per l’apprendimento delle lingue straniere, che non a caso seguono delle sequenze di acquisizione ben determinate.

A differenza dei linguaggi formali, in cui l’ordine gerarchico viene determinato a priori, nelle lingue naturali non è affatto facile però determinare quali siano i diversi ambiti degli enunciati e in quale complessa intersezione di livelli si collochino. Le teorie olistiche rinunciano a questa distinzione: in esse la condizione della comprensione di un enunciato qualsiasi di una lingua è che si sia in grado di capire l’intera lingua. Ma questo porta, secondo Dummett, a una situazione di stallo in cui nessuna ulteriore indagine di come funziona la lingua sarebbe più possibile.

La comprensione, come la conoscenza, è una questione di grado: posso comprendere in parte e a vari livelli il significato dell’enunciato. Potrò comprendere la frase “Il Pil è crollato” anche da semplice cittadino e preoccuparmi per le conseguenze che ne seguiranno, ma ne comprenderò il significato a un livello di complessità sicuramente inferiore a quello di un esperto economista. Se però la comprensione delle espressioni della lingua si basa sulla precedente comprensione di altre parti della lingua di livello inferiore, si giungerà a un punto (se non si vuole incorrere in un processo ad infinitum) in cui deve esserci qualche parte della lingua che il parlante deve capire prima, in modo non verbalizzabile o, come dice Dummett, in modo implicito. «Affinchè una parola sia di questo tipo, deve esserci qualche parte della lingua che il parlante deve capire prima di poter capire la parola. Di qui segue che non tutte le parole e non tutte le espressioni possono essere di questo tipo, e quindi non tutta la conoscenza che è costitutiva della comprensione del senso di una parola può essere conoscenza verbalizzabile». (Dummett, 1996:213).

Che tipo di conoscenza è questa capacità di intuire il significato della parola in modo non verbalizzabile? Se, come dice Dummett, è compito della teoria-del-significato (a meaning theory) quello di spiegare quali sono i processi di formazione e significazione delle singole parola e delle espressioni relative ad una lingua particolare, è compito di una teoria semantica  (theory of meaning) indagare i principi generali, interrogarsi cioè su che genere di valore semantico un’espressione dovrebbe avere: se si tratta di un valore di tipo implicito-intuitivo oppure di un valore verbalizzabile e dunque di tipo logico-deduttivo. (Dummett, 1996:214). Se dunque il principio di composizionalità e il principio del contesto paiono essere alla base della teoria-del-significato, la teoria semantica, così come intesa da Dummett, dovrà basarsi su principi che disegnano un sistema di ben maggiorecomplessità. Ammesso sempre che si presupponga l’esistenza di un sistema da indagare.

Ed è proprio a questo punto che ci pare di cogliere un’analogia tra la teoria semantica di Dummett e la teoria dei sistemi complessi. Il concetto di sistema complesso, così come definito da James Grier Miller, è un insieme di unità che interagiscono stabilendo tra loro relazioni, dove la parola insieme indica che le unità hanno degli elementi comuni. (Miller, 1978:16).

Cosa caratterizza un sistema complesso è dunque il concetto di struttura intesa come rete di relazioni degli elementi che lo costituiscono; l’interazione tra questi elementi ne determina la stabilità seppur temporanea: il sistema persiste finché gli elementi interagiscono tra di loro mantenendo le loro proprietà, se gli elementi cessano di interagire il sistema degenera o si modifica. A questi concetti fondamentali se ne aggiungono altri due che definiscono un sistema complesso: il concetto di emergenza, ovvero l’insorgere di fenomeni che non possono essere spiegati semplicemente facendo riferimento agli aspetti costitutivi delle singole parti, detto in altro modo la somma delle parti non equivale al tutto; e ancora il concetto di apertura logica proposto da Peirce. Secondo tale concetto in un sistema complesso viene attivato un processo creativo, di invenzione di ipotesi, che presuppone la possibilità di scegliere fra una molteplicità possibile di variabili quelle più efficaci. (Minati, 2010:15-46)

Alla visione atomistica (che emerge dal principio di composizionalità) e olistica (che porta alle estreme conseguenze il principio del contesto), Dummett affianca la visione molecolare del linguaggio che ci pare rispondere ai criteri di descrizione di un sistema complesso. Ci sono cioè frammenti di lingua che possono essere considerati sistemi autonomi e progressivi: l’acquisizione di determinati frammenti è condizione per la comprensione di frammenti successivi. I frammenti non sono però chiusi, ma interagiscono con gli altri frammenti/sistemi all’interno di una rete di interazioni non lineari e dinamiche. Alla base del sistema vi è il significato della parola, la cui natura è molteplice: è, a seconda dell’intorno, significato esplicito-deduttivo o implicito-intuitivo, e segue dinamiche che vanno dal tutto alle parti e allo stesso tempo, dalle parti al tutto con un alto margine di imprevedibilità dei risultati. La pervasività di fenomeni di vaghezza e indeterminatezza dei significati fanno infatti del linguaggio un codice creativo, come lo definisce il linguista De Mauro, e quindi instabile, ovvero un sistema che comporta la continua ridefinizione del suo oggetto. Le lacune del linguaggio, di cui parla Dummett, non sarebbero altro che le condizioni di possibilità stessa del sistema di esistere in quanto sistema dinamico e adattativo, ed in ciò riposa la fiducia di comprendersi e, qualche volta, di non comprendersi.

 

Bibliografia

De Mauro, T., Minisemantica, Laterza, Bari 1982.

Dummett, M., The LogicalBasis of Metaphysics,Duckworth, London 1991, [trad. it a cura di E. Picardi, La base logica della metafisica, Il Mulino, Bologna 1996].

Dummett, M., Frege. Philosophy of Language, Duckworth, London 1973, [trad. it, a cura di C. Penco, S. Magistretti, Filosofia del linguaggio. Saggio su Frege, Marietti, Casale Monferrato, 1983].

Miller, J.G., (a cura di) Living Systems, New York, McGraw-Hill, 1978

Minati, G., “Sistemi: origini, ricerca e prospettive”, in Strutture di mondo. Il pensiero sistemico come specchio di una realtà complessa, a cura di Lucia Urbani Ulivi, Il Mulino, Bologna 2010, pp. 15-46.

Picardi, E., Le teorie del significato, Laterza, Bari 2009.

Wittgenstein, L., PhilosophischeUntersuchungen, Basil Backwell, Oxford 1953, [trad. it. a cura di R. Piovesan, M. Trinchero, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 2014].

 

Rosa Errico dal 2005 insegna lingua  italiana e didattica delle lingue presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. Ha pubblicato per la casa editrice Guerra Edizioni e per Klett Verlag articoli, manuali e grammatiche per l’insegnamento dell’italiano a stranieri.