elogio del camminare

Uno dei testi ritrovati di J.L. Borges, a proposito delle correnti poetiche di Buenos Aires, in un capitolo recita: «Scuola dei ben praticati tramonti o delle camminate per il nord-est». La sottile ironia della definizione la dice lunga sul pericolo di riflettere e scrivere su certi argomenti, facile scivolare nello smaccato sentimentalismo che si premura di considerazioni sul “camminare”, specie quando lo si faccia sotto un aspetto del tutto estraneo a quello sportivo o salutistico, che in questo contesto non trova spazio. D’altronde conforta sapere che poi Borges afferma: «questa classificazione, come si vede, non conduce a nulla», mentre noi invece vorremmo condurre da qualche parte o ad una delle mille parti che l’atto del camminare senz’altro comporta.
Camminare, questo gesto semplice e naturale, in città o in campagna, occasionale o metodico, esprime di per sé un’affermazione di presenza, un segno di scelta e opposizione, un modo individuale e collettivo di segnare valori ed esperienze.
Infine, esso è pur sempre una potente metafora, perché dilata il tempo e lo spazio dando molteplici possibilità di osservazione, divagazione mentale e psicologica; un’esperienza reale che si avvale di concretezza e immaginazione, sensazione e percezione.
In uno dei racconti più belli del novecento, “La passeggiata”, Robert Walser, parlando in prima persona, inizia con l’uscire di casa e con la descrizione del tragitto e degli incontri, come se l’inizio del cammino e della scrittura fossero simultanei.
Questo artificio, nemmeno tanto nascosto, visto che lo stile del parlato è fortemente segnato da una grazia formale, da un distacco consapevole e argomentato, rende palese uno dei sensi più forti dell’andare a piedi: un modo di essere nel mondo, di rappresentarlo e di stabilire un contatto, non importa quanto durevole e tenace, perché la spontaneità del passo, la sua naturalezza, anche un vagabondaggio senza scopo, porta sempre ad una appartenenza; una centratura si direbbe oggi, raggiunta attraverso l’osservazione, l’attenzione e la sorpresa.
Persino la stanchezza che allenta il passo conduce a qualcosa di interessante: una distrazione che rimanda alla forma speculare dell’attrazione, perché camminando non si sfugge ai mille particolari del paesaggio e tutto si presenta con evidenza discreta, offerta al tempo giusto, al passo della nostra percezione. Se poi l’attenzione viene rivolta a noi stessi, ecco che tutto quello che sta intorno fluisce silenzioso ma non invisibile.
Quando un amico di Walser, quasi ogni domenica andava a visitarlo presso il manicomio di Herisau nell’ultimo periodo della sua vita e poi insieme partivano a piedi per tutta la giornata, girando la regione dell’Appenzell, con gustose soste nelle osterie, la meta era vista piuttosto come un mezzo che come un fine, un pretesto per godere la libertà del vagabondaggio, in cui ricordi, incontri e immagini letterarie accompagnavano la discussione tra i due amici e Walser, camminando gagliardo, ribadiva con i suoi passi esperienze di vita e scrittura.
Infatti, non solo “le gambe delle donne sono compassi che disegnano il mondo” ma l’andare a piedi definisce un modo di essere nel mondo e di farne esperienza. Una forma attiva di meditazione che implica tutti i sensi e permette di percepire la propria esistenza in modo semplice, in relazione diretta e lenta con tutto quello che ci circonda. Una forma tranquilla che si lascia alle spalle le macchine e le frenesie del tempo lavorativo e vacanziero, l’altra faccia dello stile di vita “produttivo”; camminare è un modo semplice e quieto di reinventare il tempo e lo spazio, un modo di riportare la loro immensità alle dimensioni del corpo, al ritmo del passo, al bisogno della pausa e della contemplazione.
L’andatura diventa un grande miscelatore di memorie, pensieri, sensazioni per chi si immerge nelle cose, osserva e ascolta, e non importa la complessità e rilevanza del luogo, perché il “particolare” a portata di persona offre sempre tante possibilità rispetto alla luce, alla stagione, alla disposizione di chi guarda.
Questo cambia il rapporto con gli altri. Vedere una persona significa avvicinarla e se le nostre abitudini all’anonimato persistono, si avverte comunque un’incrinatura quando un percorso è abitualmente condiviso o un incontro avviene nella solitudine dei luoghi; ogni persona appare unica: “il vicino”, anche se per un attimo; “il visitatore”, anche se di passaggio.
Qualcuno ha detto che un cammino non è necessariamente prigioniero di una vasta geografia, può anche compiersi in piccole distanze e spazi, perché quello che maggiormente conta è la qualità del vissuto. Chiudere la porta alle proprie spalle, uscire ignorando deliberatamente il mezzo meccanico per raggiungere un posto o cercarlo, significa una scelta per la quale non ha particolare importanza la distanza e la durata, che entra piuttosto in merito alla definizione di “viaggio”; il viaggio implica certo uno spazio geografico, ma non in senso univoco, essendo viaggio anche quello interiore e, si sa, la durata e la distanza possono in questo senso risultare aleatorie.
Se dovessimo formulare un lessico dell’argomento: camminare, peregrinare, vagabondare, passeggiare, ebbene potremmo scoprire infinite possibilità e sfumature, interpretando nell’andare a piedi un modo di “lavorare al mistero del mondo”, conoscerlo per cambiarlo e cambiare noi stessi in armonia reciproca.
Tutto questo forse è sorgente di nostalgia, di qualcosa perduto e sempre ricercato; ogni piccolo o grande viaggio, passo dopo passo, scoperta e abbandono, dimenticanza e ritrovamento, risulta effetto della “coscienza della estraniazione dalla natura che il progresso tecnico ha indotto nella vita dell’uomo e tentativo di restituire l’equilibrio attraverso artificiosi ricollegamenti”; così Massimo Mila, musicologo e alpinista che ritrova il costume del “ritorno alla natura”, parlando riguardo certe opere musicali del Novecento.
Consapevoli o meno della lontananza, osservando la sequela dei volti chiusi nelle auto, istupiditi o inferociti, quelle figure frettolose degli acquisti e delle attività, rassegnati alla perdita e alla condanna del tempo, appare forte la convinzione di quanto valga la scelta di andare a piedi.

«Un paesaggio si può arrivare a conoscerlo veramente solo a piedi. Misurare le distanze a piedi! Perciò io faccio a piedi tutti i percorsi decisivi della mia vita… e non importa la distanza»

W. Herzog

 

Camminando, il labirinto del mondo e della mente disegna la traccia migliore.

 

Alcuni luoghi, tra i tanti, da cui partire nel gesto quotidiano di chiudersi l’uscio alle spalle:

Perugia – Nella città storica usando la rete dei vicoli e delle scale, guidati da stralci di giardini ed orti, cammini a ragnatela che si possono afferrare da ogni quartiere o rione. Siccome sempre deve esserci un inizio, ebbene si parte dal Giardino del Frontone, che guarda la valle del Tevere e ci porta, magari per via del Cortone, alla Ripa di Meana; quasi di seguito, il Parco Villa Massari verso Monteluce. Al toppo le mura e via S. Antonio, ma dal percorso pedonale che offre vedute di molte cime dell’appennino nelle mutevoli vesti delle stagioni. Dal Bulagaio poi, il tragitto recuperato per Parco S. Angelo, e siamo al Tempio S. Angelo, alla Torre e Monastero di Monteripido. Lungo via delle Mura alberata e Piazza dell’Università con i suoi giardini, verso S. Francesco al Prato, dove ecco, un ultimo piccolo angolo di sapore campestre: salita S. Sebastiano che conduce al centro, alla Rocca Paolina, Porta Marzia ed infine Borgo XX Giugno, per chiudere la geometria del percorso e dell’elegante giardino.

Gubbio – Quante possibilità offre questa città “verticale” alle pendici del monte Ingino! Basta passare per il Parco Ranghiasci e perdercisi, oppure varcare la soglia di una delle antiche porte, quindi salire i tornanti verso S. Ubaldo. Meno nota, dal quartiere S. Martino, la stradina ripida che porta discreta all’eremo di S. Ambrogio, aggrappato alla rupe della gola del Bottaccione, da cui leggere la trama dei tetti, torri e mura della città.

Spoleto – Una città da cui uscire direttamente nel bosco attraverso il Ponte delle Torri, lungo una sorta di cengia che sale tutta la Valcieca, ricca di vegetazione e acque, fino a Castelmonte, località che si apre sui monti del versante ternano; è un sentiero antico e diretto per scendere in Valnerina. Da qui a Monteluco, e poi a lato del convento francescano, giù attraverso la lecceta, passando davanti a suggestive ville storiche immerse nella macchia, fino al ritorno, proprio davanti al Ponte delle Torri.

Orvieto – Percorso della Rupe, magari partendo dalla necropoli del Crocifisso del Tufo, che permette di entrare nella suggestione del rapporto simbolico degli etruschi tra mondo superiore ed inferiore, a contatto dei volumi strabici della roccia dal caldo colore. Il percorso è ovviamente circolare e così la veduta della vallata orvietana, tra aperture all’orizzonte e vicine ripe boschive.

«Non importa sapersi orientare in una città ma perdersi, come ci si perde in un bosco, richiede un apprendistato»

W. Benjamin

 

Perdersi fa pensare al labirinto, un andare in ogni dove, aprendo infinite possibilità che riportano sempre a noi stessi, perché il viaggio a piedi è il più interiorizzato, dove rinasce l’uomo elementare.

 

Angela Margaritelli lavora al  Centro Studi del Teatro Stabile dell’Umbria. Esperta in arte dello spettacolo, svolge da tempo attività di promozione e divulgazione artistica e culturale.