Il ruolo della famiglia

Grazie alla Convenzione sui diritti dei bambini del 1989 possiamo affermare che i bambini sono soggetti di diritto, non solo perché appartengono al genere umano ma perché soggetti giuridici specifici. Affermazione che fa emergere un profilo di bambino del tutto nuovo, al pari dell’adulto ma psicologicamente e culturalmente differente tanto da riconoscergli il diritto alla realizzazione del sé. A quest’ultimo si connettono poi il diritto all’identità, all’istruzione, ad essere minoranza rispettata ma soprattutto il diritto alla famiglia perché è proprio a quest’ultima che spetta il compito di assicurare tali diritti “tanto che la Dichiarazione obbliga lo Stato ad impegnarsi per aiutare ed affiancare le famiglie, anche quelle adottive e affidatarie, nello svolgimento di quelle che sono state definite le loro funzioni. Non solo, gli Stati sono investiti anche dell’obbligo di vigilare affinché le famiglie rispettino le responsabilità loro affidate”[1].
La famiglia è la prima agenzia educativa per eccellenza e per questo si impegna a dialogare con le altre agenzie educative e con tutte le istituzioni per la realizzazione dei diritti dei bambini. Questo breve excursus sulla Convenzione mette in evidenza, attraverso i diritti, l’importanza della famiglia, uno degli aspetti sui quali voglio soffermare la mia riflessione insieme al tema dell’ascolto nelle complesse relazioni tra bambini genitori ed educatrici.
Il termine famiglia al singolare, la tradizionale coppia eterosessuale con figli, non è più appropriato perché esistono nuove forme e nuove tipologie.
Le famiglie monoparentali, le famiglie allargate, le famiglie affidatarie, le famiglie adottive, le coppie di fatto, le famiglie dislocate, tutte con caratteristiche proprie, con le quali le istituzioni educative e il nido in particolare, al quale in questo momento facciamo esplicito riferimento, vengono in contatto, rappresentano un quadro tanto plurale quanto complesso che richiede una attenzione particolare per ognuna di loro. Ciascuna tipologia infatti presenta molteplici variabili di tipo culturale, sociale, economico, di appartenenza etnica e religiosa che “l’asilo nido presenta la necessità di diversificare l’offerta e di articolarsi in modi nuovi, più flessibili e aperti al cambiamento, proponendo modelli capaci di trasformarsi a seconda delle esigenze e delle differenti situazioni sociali e culturali in cui si trova ad intervenire. Contestualmente, emergono con forza i bisogni dei genitori, spesso isolati nel vivere le loro funzioni specifiche”[2].
I genitori vanno aiutati ad essere tali, ad assumersi le proprie responsabilità, perché essere genitore non significa aver dato biologicamente la vita, necessita farsi genitore, divenire consapevoli del ruolo e delle responsabilità nei confronti dei figli. Genitori non si nasce, si diventa, vanno quindi sostenuti, educati, incoraggiati. “Il sostegno alla genitorialità forse sta proprio nell’aiutare i genitori ad accogliere l’importanza di ciò che hanno fatto, un figlio, una figlia, senza essere sopraffatti, a vivere con naturalezza e serenità una responsabilità che talvolta li spinge alla delega o alla fuga, a renderli consapevoli delle loro competenze e tranquilli rispetto ai limiti che i padri o le madri normalmente sperimentano su se stessi”[3]. La genitorialità è un fatto complesso che incorpora aspetti individuali  ad esempio l’idea che si ha di genitore; aspetti relazionali ossia di come insieme all’altro si assolve tale  compito, il tutto condizionato da dinamiche comunicative relazionali, spazio temporali, quindi non si può essere genitori sempre e comunque allo stesso modo nell’arco della vita, questo ci obbliga a ripensare costantemente lo stile educativo e il nido non si presenta certo come elemento neutro, ma influenza la famiglia e viceversa ne viene influenzato.
Una collaborazione tra la famiglia e il nido contribuisce ad accompagnare la crescita di un bambino che spesso si presenta per i genitori come una esperienza difficile e piena di preoccupazioni soprattutto per quanto riguarda le scelte educative da seguire. “I servizi danno ai genitori l’opportunità di incontrarsi e di confrontarsi, di essere aiutati nel superare alcune difficoltà e di non essere soli nelle scelte educative e tutto ciò non in modo occasionale, ma con una continuità che si rinnova giorno dopo giorno e attraverso relazioni con adulti professionalmente competenti”[4]. Questo incontro può realizzarsi attraverso il dialogo, la comunicazione, l’ascolto, l’accoglienza, la collaborazione, la complicità, l’assenza di pregiudizi, la disponibilità, l’empatia. Sono solo alcune delle parole fondamenta di un servizio che non vuole più assolvere la funzione assistenzialistica, ma che si configura come luogo che offre una significativa esperienza formativa, educativa, di cura e che garantisce la qualità del servizio.
Un ulteriore salto di qualità, per portare sostegno alla genitorialità, potrebbe essere fatto “prevedendo dei percorsi di educazione familiare (che) potrebbero essere condotti anche da quelle educatrici dei nidi che abbiano alle spalle un’esperienza personale significativa”[5], con incontri nei quali i genitori abbiano la possibilità di confrontarsi e riflettere su temi che riguardano le problematiche educative permettendo loro di focalizzare l’attenzione sui bisogni  emotivi, cognitivi e sociali importanti quanto quelli primari.

 

Essere accolti

Il nido è un servizio socio-educativo complesso in cui si intrecciano molteplici elementi che vanno armonizzati affinché possano garantire un ambiente che aiuti il bambino a crescere, stabilendo una stretta collaborazione con i genitori. Elementi strutturali, gestionali, organizzativi, scelte pedagogiche, professionalità degli educatori, stili educativi, rapporti e relazioni, risposte ai bisogni, fanno parte di quel progetto educativo che risponde alla domanda della famiglia e alle esigenze del bambino. Ma il nido è un servizio per il bambino o per il genitore?
Il nido deve farsi carico dei bisogni delle famiglie, pensiamo alle famiglie straniere con problemi di integrazione, alle madri sole, alle coppie prive di supporti famigliari, per sostenerle,  ma non si sostituisce a loro, anzi si costruisce e  si realizza nella relazione con i genitori, quindi possiamo affermare che è per e con il genitore, in un rapporto di circolarità dove “bambini e famiglie, educatori e contesti sociali, rappresentano dunque le polarità attorno alle quali quotidianamente si articola la storia del singolo nido, che trova il riconoscimento di chi lo frequenta e di chi lo organizza”[6]. La scelta di lasciare il figlio al nido, anche avendo la convinzione di ricevere un grande sostegno ai piccoli e grandi problemi riguardanti la crescita e la cura del piccolo, non è affatto facile e priva di contraddizioni. “Uno dei problemi più impegnativi cha a nostro avviso viene vissuto all’asilo nido è il distacco del genitore dal bambino nelle prime fasi dell’inserimento. Vi sono genitori che vivono con sofferenza il nido, che vi si debbono adattare, che lo devono accettare. A parità di condizione, chi vive maggiore sofferenza per il distacco al nido è il genitore, soprattutto se si tratta del primo figlio”.[7] Per la madre affidare ad altri quanto di più prezioso possa avere, genera ansie, sensi di colpa e soprattutto timori, in particolare nei momenti dell’inserimento dove reazioni di pianto e di disagio da parte del figlio suscitano perplessità nella scelta, scaturita dalla paura che tutto ciò possa avere più effetti negativi che positivi sullo sviluppo del bambino. Subentra il timore del giudizio che pervade sia il genitore che l’educatore e l’uno si sente giudicato dall’altro in funzione del ruolo che ricopre. “Il genitore è supposto essere dotato di uno status naturale che gli attribuisce autorevolezza nei confronti del bambino e gli riconosce il diritto a decidere per lui, ma la sua bontà e capacità sono continuamente esposte al giudizio degli altri ed egli è tenuto, in un certo senso, a dimostrare continuamente di meritare l’attributo di buon genitore”[8]. Anche davanti al timore di perdere autorevolezza i genitori sono pronti a fare sacrifici, spesso anche economici,  pur di  offrire al bambino occasioni  di socializzazione,  di relazione ed opportunità di fare esperienza con i coetanei. Allo stesso tempo l’insicurezza e il peso della responsabilità fa emergere l’esigenza “di sostegno, di confronto, di condivisione, di supporto alla nuova identità, di riconoscimento del nuovo ruolo, quello genitoriale”[9]. E’ auspicabile che si venga a creare un sistema in cui nido e famiglia entrino in continua relazione e, l’ interdipendenza dei due elementi, venga sancita da un contratto per evitare situazioni di delega. Allora “il lavoro degli educatori non può che tendere a stimolare e rafforzare nei genitori i vissuti di sicurezza e di competenza delle proprie capacità educative.
Questo tipo di sostegno emotivo e pedagogico, offerto ai genitori, non è da confondersi con la pretesa di insegnare <il mestiere di genitore> o di dare valutazioni sulla correttezza o meno dei loro comportamenti”.[10] Determinante per istaurare una buona relazione tra i due elementi del sistema sono le modalità con le quali avvengono i primi incontri. Quindi il momento dell’inserimento al nido diventa di particolare importanza tanto da esigere  una attenta progettazione. E’ d’obbligo a questo punto una chiarificazione semantica.
Lo Zingarelli alla voce “inserire”[11] scrive:

entrare a far parte diintegrarsi, adattarsi, ma  inserire il bambino al nido è da intendersi in un’accezione più ampia che comprende sì l’inserimento, l’ambientamento, le routines di entrata e uscita, ma anche tutto quello che può essere fatto affinché il bambino e il genitore si sentano accolti. Quindi la parola accoglienza racchiudere in sé tutti questi aspetti ma anche tanti altri che evidenziano l’importanza e la complessità dell’evento.
Accettazione, fiducia, rassicurazione, affettività, attenzione, cura, relazione, benessere, affidarsi all’altro, ascolto, sono elementi che qualificano tale evento. I momenti dell’accoglienza sono tanti e diversi. Si accoglie la famiglia, il bambino; si accolgono insieme e in modo separato, in diversi modi e in diversi tempi. C’è l’accoglienza iniziale, l’accoglienza durante l’inserimento, l’accoglienza quotidiana del bambino e della coppia bambino-genitore, l’accoglienza periodica dei genitori, l’accoglienza simbolica; sono momenti significativi e delicati che richiedono da parte dell’educatore una grande competenza professionale perché accompagnano un cambiamento che coinvolge sia il bambino che la famiglia.
Il primo incontro con i genitori è momento delicatissimo e non esiste una buona pratica per accompagnarlo. Sono due nuove realtà che si incontrano e ogni colloquio non potrà mai essere uguale ad un altro perché ogni genitore è persona unica e irripetibile. Non potrà essere stilato un manuale ma particolare attenzione va data alla gestione dei tempi, degli spazi, delle modalità. Va curato lo stile della comunicazione perché “occorre sapere infondere fiducia attraverso uno stile comunicativo che lasci trasparire insieme professionalità e umanità, competenza e disponibilità”[12]

e soprattutto non avere fretta di sapere e dire, l’incontro con l’altro si alimenta giorno dopo giorno.
Il primo incontro contribuirà a rafforzare l’idea che soprattutto la madre ha del nido, idea che inizialmente dipende dal contesto ambientale e culturale, ma che in seguito si costruisce dalla relazione che si viene a stabilire con il nido stesso. Per questo la famiglia deve sentirsi accolta, rassicurata, deve comprendere che  riceverà risposte ai propri bisogni ma soprattutto che al bambino verranno offerti “strumenti per organizzare la mente (…) parole per esprimere significati ed emozioni, contesti per suscitare attività di esplorazione, di comunicazione, di gioco, di routines”[13] e vivrà esperienze significative di tipo emotivo, cognitivo, sociale e soprattutto sarà un luogo di cura che rappresenta il vero aspetto qualificante del nido. Lo stile comunicativo e l’ascolto saranno gli elementi su cui ci soffermeremo perché determinanti nella relazione  e nell’incontro tra la famiglia e il nido.
Secondo il filosofo Chauchard, l’uomo è un io in dialogo, e il dialogare si apprende per non ridurre la comunicazione a solo flussi di informazione. Essa sostanzia di significati, di finalità, di valori, “farsi capire non è solo trasmettere dei contenuti, ma è anche assicurarne la risonanza affettiva”[14]. Per questo, oggi all’educatore viene richiesta grande competenza comunicativa, la sola ad assicurare la nascita di una alleanza pedagogica tra nido e famiglia per rispondere al bisogno di sviluppo, di crescita e di cura del bambino.
La comunicazione è condivisione e comprensione di un universo semantico che richiede sforzo e fatica, superamento di ostacoli e pregiudizi, condivisione di un linguaggio specifico per poter dare senso al racconto di quelle esperienze quotidiane, ai comportamenti e ai progressi del bambino altrimenti si possono confondere le parole con le cose; si può non essere in grado di verificare i termini astratti con eventi concreti; si possono confondere i fatti con delle inferenze che richiedono giudizi di valore; non si è capaci di estrapolare dei concetti; di valutare e di ascoltare.

 

La capacità di ascolto

L’ascolto è la capacità e la disponibilità ad aprirsi all’altro, a comprende l’altro dal punto di vista linguistico, mentale, espressivo. Aprirsi all’altro è quella sensibilità empatica che ti fa guardare l’altro senza pregiudizio, che ti mette nella condizione di co-sentire l’altro  e non per questo fondersi  nell’altro. E’ un pensare che sente il sentire dell’altro ma “non presume che l’io soggetto dell’empatia e l’io oggetto dell’atto empatico si fondano in un’unità indistinta, ma lascia i soggetti in una condizione che si può definire di separatezza intimamente relazionale”[15].
Essere all’ascolto consiste in un essere sempre teso verso l’altro con l’intenzione di stabilire con l’altro una relazione. Purtroppo il nostro tempo evidenzia un essere sempre più incapaci di stabilire un legame emotivo con l’altro e  coltivare l’incontro con l’altro che è la condizione per costruire  relazioni e  dare vita a rapporti che si fondano sulla fiducia e la stima reciproca.  Ascoltare richiede impegno quanto ne richiede il parlare ma oggi più che in passato siamo inclini a non ascoltare e le motivazioni sono diverse. Un messaggio oscuro è senza dubbio “un messaggio che si oppone all’ascolto, rende impossibile la reciprocità comunicativa. Una lingua ermetizzante, uno stile comunicativo che pregia le parole introvabili nel dizionario o un periodare confusamente contorto sono dichiarazioni esplicite di una totale mancanza di interesse per l’ascoltatore. Si dà per <scontato, in buona o mala fede, che esista un codice comune, che il riferimento semantico sia condiviso>, dando vita ad una comunicazione egocentrica, rigida, indifferente nei confronti delle difficoltà di colui che ascolta”[16].
Le difficoltà sono legate al contesto culturale e sociale di provenienza delle famiglie oggi amplificato nei nidi, come in altri contesti, dalla presenza di famiglia di nazionalità diversa. Mondi diversi, culture diverse, religioni diverse, lingue diverse che obbligano l’educatore ad una flessibilità nello stabilire con ognuno uno stile relazionale e comunicativo. Perché la comunicazione abitua a tener conto dell’altro, aiuta a superare l’egocentrismo, abitua a tollerare i diversi punti di vista. E il dialogo è il coraggio di incontrare l’altro non per conquistarlo imponendo il proprio pensiero, quanto per creare un pensiero comune. Perché l’uomo del dialogo, per usare le parole di Baldini, ha rispetto dell’altro, cerca di capirlo, ascolta le sue ragioni e il suo segno distintivo è ascoltare altrettanto bene o meglio di come parla. Atteggiamento che si acquisisce attraverso la disponibilità alla messa in gioco della propria autenticità e dalla capacità di riconoscere la possibilità di ripensare le modalità e gli strumenti della comunicazione interpersonale.
La comunicazione richiede delle tecniche indispensabili per rendere fluido anche l’ascolto altrimenti quest’ultimo diventa faticoso ed inutile con il rischio di incorrere in una comunicazione non comunicante. I genitori invece hanno bisogno di comprendere cos’è il nido, come funziona, come è organizzato, il senso stesso dell’organizzazione, quali educatori e quale ruolo, sottolineandone quello educativo in particolare. Elemento che sfugge ai genitori perché più attenti e preoccupati del soddisfacimento dei bisogni primari. Sin dal primo incontro dobbiamo instaurare un clima di ampia disponibilità sia all’ascolto che alla comunicazione essendo elementi indispensabili per la relazione tra persone e tra comunità di persone.
La dimensione relazionale è uno degli aspetti caratterizzanti la figura dell’educatore perché solo la relazione permetterà la realizzazione di un’alleanza tra scuola e famiglia necessaria a garantire al bambino cura e formazione. Ascolto attivo, empatia, clima positivo, sono i presupposti per decentrare il proprio punto di vista e riuscire a vedere gli eventi della prospettiva dell’altro mettendo da parte i pregiudizi. E il pregiudizio si supera comprendendo l’esperienza dell’altro.  La comunicazione non sarà allora solo uno scambio di informazioni, ma un insieme di elementi che avviano la metacomuncazione, fatta di informazioni, valutazioni, commenti, che danno senso alla relazione[17].
Una relazione fatta anche di silenzi per dare parola alle azioni, ai sentimenti, agli atteggiamenti e alle emozioni che la comunicazione non verbale è in grado di suscitare. Spesso sono più importanti le cose che sentiamo e viviamo che quelle che raccontiamo, quindi nell’incontro con il bambino in particolare, una pedagogia dei gesti e dei movimenti è prerequisito indispensabile per porsi in relazione.  Solo così possiamo porre le basi per la realizzazione di un nido di qualità che ha come impegno costante la crescita, lo sviluppo e la formazione del bambino, come anche la risposta ai bisogni dei genitori.

[1] M. Manini, V. Gherardi (2005),, Gioco, bambini, genitori. Modelli educativi nei servizi per l’infanzia, Roma, Carocci, p. 33.

[2] B.Q. Borghi. (2006) (a cura di), Star bene al Nido d’infanzia, Parma, Edizioni Junior, p. 44.

[3] M. T. Bassa Poropat, L. Chicco (2004), Il nido come sistema complesso. Percorsi formativi e di intervento nell’ottica della qualità totale, Bergamo, Junior, p. 51.

[4] A.L. Galardini (2007), Crescere al nido. Gli spazi, i tempi, le attività, le relazioni, Roma, Carocci, p. 159.

[5] E. Catarsi. (2012). Nonni e bambini nei servizi per l’infanzia, in M. Corsi, S. Olivieri, Progetto Generazioni, Bambini e Anziani: due stagioni della vita a confronto, Pisa, ETS.

[6] B.Q. Borghi. (2006) (a cura di), Star bene al Nido d’infanzia, Parma, Edizioni Junior, p. 45.

[7] B.Q. Borghi (2007), Nido d’infanzia 1. Buone pratiche e problemi degli educator, Trento, Erickson, p. 65.

[8] A. Bondioli, S. Mantovani (2001) (a cura di), Manuale critico dell’asilo nido, Milano, FrancoAngeli, p. 205.

[9] R. Bosi. (2002), Pedagogia al nido. Sentimenti e relazioni, Roma, Carocci, p. 36.

[10] N. Bulgarelli, (1997), L’interdipendenza nido famiglia, in P. Bertolini (a cura di), Nido e dintorni, Firenze, La Nuova Italia, p. 63.

[11] N. Zingarelli (2001), Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli Editore, p. 917.

[12] B.Q. Borghi (2007), Nido d’infanzia 1. Buone pratiche e problemi degli educator, Trento, Erickson, p. 78.

[13] R. Bosi. (2007), La cura nella scuola dell’infanzia, Roma, Carocci, p. 20.

[14] L. Pati (1984), Pedagogia della comunicazione educativa, Brescia, Editrice La Scuola, p. 73.

[15] L. Mortari (2011), Il sentire della cura, in Pedagogia Oggi, n.1-2, p. 46.

[16] M. Baldini (1988), Educare all’ascolto, Brescia, Editrice La Scuola, p. 59.

[17] M. De Santis (a cura di), Dimensioni della professionalità degli educatori per la prima infanzia, Perugia, Margiacchi Galeno.

 

Mina De Santis è professore di Didattica generale, e Progettazione  e organizzazione dei servizi per l’infanzia all’Università degli Studi di Perugia. La sua ultima monografia è Il laboratorio. Per una didattica ludica della formazione (Roma, Aracne, 2016), che offre la possibilità di acquisire criteri analitici di progettazione per sviluppare una didattica attiva che rielabori in modo originale la cultura umana – mina.desantis@unipg.it