Aldo Rossi, Fukuoka, 1987, acquerello e inchiostro su carta, cm 30,4 x 45,5.
1 Aldo Rossi, Fukuoka (1987)

 

«Di poche e povere e cadenti immagini doveva essere questo suburbio milanese. Un suburbio particolare, di archeologia industriale di poco conto tra Porta Romana e il Vigentino, per quello che vedevamo. E dovevano sembrare allora questi muri e questi gasometri già poveri monumenti del passato più destinati alla campagna che a qualche periferia urbana. […] Queste periferie non hanno luci misteriose e questa archeologia non cerca sospensioni mitologiche; […] non vi sono luci misteriose ad una finestra particolare, non vi è relitto, o figura, donna, uomo, cavallo che diventi parte di una Grecia eterna, non vi è tecnologia intesa come rombo di motori, che riscatti la miseria sociale o la tristezza del risveglio. […] nei gasometri di Sironi la ruggine dei ferri sembra colare dalle nubi, la città è avvolta in un cielo bianco-ruggine come per peste o smog o nuove tremende malattie che deteriorano il ferro, la pietra, gli intonaci. Ma quale città è stata più bella?»

Così scriveva Aldo Rossi nel 1985 a proposito della pittura di Mario Sironi, nel catalogo di un’antologica a Sassari del maestro scomparso ventiquattro anni prima.
Il mio incontro con l’opera di Sironi risale ad allora, e mi rivelò, quel pomeriggio a Valle Giulia, osservando i suoi quadri, quanto fino a quel momento avevo solo intuito: la bellezza malinconica e la profonda umanità dei segni del moderno nella loro parabola discendente. Scenari urbani apparentemente comuni mi mostrarono poco alla volta altri, inediti aspetti: i volumi rigorosi di officine e stabilimenti, l’ampiezza disordinata delle periferie romane, la solitaria grandezza dello scalo Tiburtino; lo scorrere del tempo su quei luoghi produceva uno scarto così incisivo da suscitare un’atmosfera di singolare e potente fascinazione. Fu in quel periodo che, tornando un pomeriggio estivo da Tivoli verso Roma, ebbi la percezione della lontananza e, insieme, della medesima traiettoria che riuniva in un singolare abbraccio il moderno e l’antico. Il calore opaco d’agosto premeva sul traffico della Tiburtina e sulla desolata periferia che aveva preso il posto della campagna, e nel traffico e tra i palazzi e i supermercati, la Villa di Adriano, raccolta nella macchia di pini e cipressi, e lo stabilimento ex Pirelli, e più su, alle pendici di via del Colle, i resti della fabbrica Pantanella, chiusi nel loro silenzio, sganciati dal flusso del contemporaneo, lontani temporalmente tra loro ed entrati con destini diversi nella storia, condividevano la stessa sorte d’oblio e testimonianza insieme.
In questo modo, quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa intorno all’archeologia industriale in Umbria, ho accettato volentieri l’invito, nonostante fossi consapevole che per studi, esperienza e professione non avrei potuto comunque trattare l’argomento in termini scientifici: quelle che seguono sono quindi solo alcune riflessioni, suggerite dalla lunga frequentazione della cultura visiva del novecento e, insieme, dal rapporto affettivo che mi lega a certi panorami, a certi luoghi che sono parte ormai della mia vita.
L’attenzione per il passato percorre tutta la storia dell’arte, almeno da un certo momento in poi, seppure con intermittenze e con intenti diversi. Tuttavia, è solo dal XIX° secolo che inizia una vera e propria riflessione sull’arte e sull’architettura delle epoche precedenti, e, contestualmente, sul concetto di modernità. Agli inizi del novecento, poi, nascono le avanguardie, che tendono alla trasformazione del linguaggio visivo mediante un rovesciamento dei canoni tradizionalmente intesi fino allora, rifiutando ogni legame e confronto con quanto prodotto in un passato ritenuto ormai ingombrante e privo di interesse. Non è questo il luogo per approfondire temi e motivi che sono ancora di un’attualità sconcertante: ad uno sguardo appena attento si rivela comunque tutta la frenetica inconsistenza della gran parte dell’arte prodotta oggi, che riflette d’altronde la deriva incerta dei nostri tempi.
Secolo straordinariamente ricco e complesso, il novecento ha visto in ogni caso la nascita di un “sentimento del moderno”, che è cosa ben diversa dalla modernità: lo sviluppo nel secondo dopoguerra dell’archeologia industriale come disciplina di studio ne è una conseguenza, così come la recente rilettura critica di Novecento, corrente artistica per decenni maltrattata da certa storiografia e che, invece, unitamente alla Metafisica (quest’ultima naturalmente con carattere e lessico propri), ha saputo pensare ed interpretare la modernità con disincanto e realismo, cogliendone gli aspetti contraddittori e problematici, anticipando temi e percezioni a noi contemporanei. Le ciminiere e le stazioni di De Chirico e le periferie di Sironi raccontano, seppure nelle loro diversità, disagi e inquietudini del moderno che a tutt’oggi avvertiamo attuali e anzi ampliate: il senso di attesa, di sospensione dell’attimo e di densa solitudine nei quadri del pictor optimus; la fatica quotidiana di un’umanità senza tempo, nelle cui esistenze, segnate da una rassegnazione antica, le sconfitte sono illuminate comunque dalla nostalgia del trascendente, nelle opere del maestro lombardo… ecco, il sentimento del moderno dei giorni nostri nasce da lì, da quelle piazze deserte, da quei viali di periferia percorsi dagli autobus all’alba, dalla consapevolezza che non c’è progresso tecnologico o benessere economico che possa mutare la condizione umana senza una crescita culturale e spirituale.
Quando si pensa all’Umbria e ai luoghi dell’archeologia industriale il primo nome che viene in mente è, naturalmente, Terni ed il suo territorio, tradizionale fulcro industriale della regione e che ha già visto importanti interventi di recupero e di riconversione di aree produttive dismesse, come lo stabilimento elettrochimico di Papigno, che, cessata definitivamente l’attività nel 1973 e acquisito nel 1996 dal Comune di Terni, è diventato un importante teatro di posa per riprese cinematografiche e televisive, o come le ex Officine Bosco di Terni che ospitano ora il Centro Multimediale. E’ di questa primavera poi l’apertura, sempre a Terni, del CAOS, Centro Arti Opificio Siri, un articolato polo espositivo e culturale nato dalla riconversione dell’ex stabilimento SIRI. La SIRI (Società Italiana Ricerche Industriali) nacque nel 1925, in un’area occupata fino ad allora da ferriere, la più antica delle quali risalente ad epoca pontificia. La società, attiva nel campo della chimica e della meccanica, chiuse definitivamente nel 1985 e gli edifici furono rilevati nella quasi totalità dal comune di Terni alla fine degli anni novanta. Oggi, recuperati gli edifici e riqualificata l’area, l’antico insediamento produttivo ospita sedi museali, parte della Pinacoteca Comunale, un teatro, spazi polifunzionali, servizi e infrastrutture. Nel ternano, insomma, prosegue un importante percorso di recupero e valorizzazione culturale del patrimonio di edilizia industriale.

Aldo Rossi, Centro Fontivegge, Piazza del Bacio, Perugia 1988
2 Aldo Rossi, Centro Fontivegge (1988)

 

Per quanto riguarda Perugia la situazione è ben diversa. Se, da un lato, al posto del vecchio stabilimento della Perugina adesso dominano gli edifici di Aldo Rossi che, sebbene inseriti in un contesto urbano problematico (e che danno vita, di fronte all’ottocentesca stazione, ad un singolare confronto tra i versi del Carducci e le atmosfere di De Chirico), testimoniano comunque l’opera di un grande architetto e il desiderio dell’amministrazione cittadina di lasciare segni culturalmente rilevanti, dall’altro sono state permesse disinvolte demolizioni di edifici e stabilimenti che facevano ormai parte della storia e della tradizione della città, per far posto a centri commerciali e residenze.
Nel territorio della provincia, invece, il discorso cambia. L’approccio al tessuto edilizio preesistente ed alle aree industriali dismesse è forse più attento, e si cercano percorsi progettuali che integrino antico e moderno o, meglio, moderno e contemporaneo. Il progetto di riqualificazione della zona industriale di Santa Maria degli Angeli è un esempio di tale metodologia, e per saperne di più abbiamo chiesto e ottenuto un incontro con il sindaco di Assisi, ing. Claudio Ricci, che ha dimostrato una disponibilità ed una gentilezza difficili da trovare di questi tempi. Dalla conversazione è emerso il modello “umanistico” di governo locale del sindaco, il quale, grazie ad una gestione amministrativa e finanziaria ottimale, ha potuto avviare e realizzare numerosi e considerevoli interventi di ristrutturazione e riqualificazione in Assisi e nei centri minori del vasto territorio comunale, e contestualmente promuovere e sviluppare ulteriormente la vocazione culturale e spirituale della città con iniziative di carattere internazionale. In questo programma di valorizzazione del territorio si inserisce il progetto di riqualificazione della zona industriale di Santa Maria degli Angeli, che prevede la sistemazione dell’area ex Montedison e dell’ex Fornace Briziarelli: una superficie di circa 12 ettari destinata ad ospitare spazi socio-culturali, commerciali ed abitativi, ampie zone verdi ed infrastrutture, in un’integrazione tra edifici industriali restaurati e nuove costruzioni. Architetti ed artisti di rilievo europeo, affiancati da tecnici locali, saranno chiamati ad intervenire con l’obiettivo di trasformare l’area in un parco dell’architettura contemporanea. Un incontro successivo con l’architetto Paolo Luccioni, responsabile del progetto – persona altrettanto cortese e sensibile – è stato determinante per approfondire alcune delle problematiche legate al recupero e al riutilizzo di edifici industriali. Un primo dato che l’architetto ha tenuto a precisare riguarda la difficoltà di ricorrere, in questi casi, ad un restauro “filologico”, scontato invece negli interventi relativi a monumenti antichi; si deve tener conto, infatti, delle comprensibilmente diverse esigenze di una committenza di volta in volta pubblica, privata o mista.
Un altro aspetto rilevante consiste, in questo tipo di interventi, nel riutilizzo necessariamente funzionale di edifici industriali che, pur rimanendo segni importanti di memoria storica, sono destinati comunque a dialogare con quanto intorno già costruito o da costruire. Un esempio in tal senso è un altro importante progetto di Luccioni, che prevede la riqualificazione dell’area delle Fornaci Hoffmann a Foligno, con il recupero dell’ex fornace e di altri elementi caratterizzanti l’originario insediamento industriale, e insieme la realizzazione di edilizia residenziale e infrastrutture, in un’integrazione armonica e razionale.
Non voglio e non posso qui approfondire o valutare temi tecnici; come scrivevo sopra, me ne mancano gli strumenti e lascio volentieri tale compito agli esperti. A me pare, comunque, che tali orientamenti progettuali abbiano, tra gli altri, il merito di tutelare testimonianze storiche forse “minori” ma non per questo meno significative, e che, soprattutto, ci permettano di ricordare oggi il lavoro, spesso umile e faticoso, di generazioni che in quelle fabbriche, in quegli stabilimenti, videro la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.