Marlon Brando sul set di The Men (1950)
1 Marlon Brando in Il mio corpo ti appartiene di Fred Zinnermann (1950)

 

La stretta iniziò nel mese di marzo. In un paio settimane consegnò alla fame di giustizia del popolo i primi confortanti risultati: ventidue falsi invalidi scovati grazie all’improvvisa solerzia della guardia finanza. Li avevano filmati di nascosto, in varie città d’Italia: ciechi alla guida della loro auto, sordomuti che discutevano amabilmente con amici al tavolo di un bar, paraplegici che tornavano dalla quotidiana mezz’ora di salutare jogging. Tra questi c’era anche un vigile con una falsa autorizzazione in bella vista sul parabrezza della propria auto che gli permetteva di accedere alle vie del centro di Roma e parcheggiare senza affrontare gli arcinoti patemi dei suoi concittadini. Alla televisione avevano trasmesso spezzoni dei video e fotografie. L’indignazione era piovuta improvvisa sulle teste degli ignari cittadini che, seppure intimamente indifferenti alla questione, partecipavano con commenti preconfezionati al risentimento generale. Io seguivo l’evoluzione degli eventi come davanti a una serie televisiva: la cronaca, gli speciali, i pomeriggi a dibattere – sulla Rai o Canale5 – e a far scorrere decine di volte i filmati.
Fu in quei giorni che mia moglie Teresa decise il trasferimento nella capitale, via Tuscolana, in una sola strada più abitanti di tutto il nostro paese in Abruzzo.
«C’è la nostra famiglia», disse, «e c’è Franco.»
Per “nostra famiglia” lei intende la sua e Franco è mio cognato, fratello di Teresa, l’uomo che risolve le situazioni perché è ammanicato. Glielo riconosco, gli dobbiamo qualcosa, non lo posso negare, ma i favori hanno sempre un prezzo, sempre. I miei genitori, per esempio. Loro si sono sentiti perennemente in debito con don Mimmo perché mi trovò il lavoro, e per tutta la vita, fino all’anno prima della morte, mio padre non saltò una festa: cesti natalizi e colombe pasquali, regalo al compleanno, decine di litri di olio a ogni spremitura. E a me dicevano che ero ingrato perché mi lamentavo. Ma io mi ero diplomato geometra, non volevo finire a fare il muratore, e sai che soddisfazione fare il capo-cantiere. Mi illusi per anni che prima o poi mi avrebbe concesso di fare il mio, di lavoro, ma a suo dire ero troppo bravo a usare cazzuola e badile per sprecarmi a disegnare villette a schiera. Lasciai l’impresa di don Mimmo subito dopo la morte di mio padre, per continuare a fare il muratore con un’impresa concorrente, fino all’incidente.
Anni duri, di un mestiere che il corpo te lo fa a brandelli. Ti svegli al mattino che è ancora buio, e in qualunque città ti trovi la attraversi come un fantasma, senza curarti di lei, senza che lei si curi di te; e quando arrivi a destinazione lo spettacolo è sempre lo stesso: un luogo devastato e senza bellezza dove prende pian piano forma qualcosa che finisce per valere molto più del tuo lavoro e di quello di tutti i tuoi colleghi messi insieme. Respiri polvere e indurisci le mani fino a quando la parte callosa non si sostituisce completamente allo strato di pelle che ti porti addosso. Ti abitui così tanto alla fatica che finisci per farne l’unica unità di misura della vita tua e di quella degli altri: «Tizio non conosce la fatica», «Caio ha faticato tanto da meritare di più», «per capire certe cose bisogna faticare. Insomma pare che solo con la fatica puoi comprendere la vita e starci dentro con dignità. Io non so mica se è così, non lo so più. Intanto, quando ero lì, mi pareva di appartenere all’unica categoria che realizzi concretamente qualcosa; anzi, a una delle due categorie, ché i contadini non sono da meno: cibarsi e avere un tetto sono davvero le uniche necessità di cui non possiamo fare a meno, cose che qualcuno deve fare per gli altri, per il resto gli uomini sanno arrangiarsi da soli.
Lì sulle impalcature è tutto in sospensione, non sei proprio a un tot di metri da terra ma dal mondo, reciprocamente disinteressati l’uno all’altro.
Ora mi capita che a guardare da quaggiù, dalla gabbia a rotelle nella quale sono confinato, quelli sulle impalcature mi fanno invidia, e mi verrebbe di scendere e arrampicarmi e condividere con loro un pasto così sostanzioso come solo quando sei piegato dalla fatica sai consumare e guardare in basso come se la terra e i suoi abitanti fossero una cosa lontana e continuare a vivere senza immaginarne un’altra, di vita.

Me lo chiedo spesso in cosa questa nuova condizione dovrebbe essere migliore della precedente.
«Tranquillo», diceva mio cognato, «ti abituerai più velocemente di quanto credi.» Una volta mi ha anche fatto un lungo discorso sull’uomo come animale adattivo e sulla necessità di saper vedere il buono che le occasioni ci offrono. Già, ci vuole poco a fare teoria, a costruire teoremi sulla pelle degli altri. Qui giochiamo tutti a chi la spara più grossa o a fingere. Devo ammettere però che, in un mondo di menzogne, la migliore che puoi attrarre su di te è la compassione.
E io quella la leggo in tutti gli occhi che incrocio. È una questione di ossitocina, come tra mamma e figlio, come tra cane e padrone; e dal basso della mia condizione io faccio la parte del padrone, e loro dei cani bastonati che mi osservano con quell’insopportabile immotivato senso di colpa. Come i cani, appunto, da quando hanno smesso di essere lupi e scambiano con gli uomini sguardi languidi e d’intesa, di riconoscimento e di subordinazione.
Con la mia pensione di invalidità è tornato quasi tutto a posto. Mio cognato aveva ragione: «Tra pensione e accompagnamento prenderai più del doppio di quanto prendevi lavorando come un mulo. E poi c’è l’assicurazione, un bel po’ di quattrini ulteriori che ti permetteranno un mucchio di cose.» Abbiamo comprato il salotto e la tv a led, cambiato i cellulari di tutta la famiglia, l’auto di mia figlia – che ci deve andare all’università – e mia suocera può sputtanarsi un po’ di soldi al bingo tutte le domeniche. Per quel che mi riguarda vivo di nostalgia, e dell’ineluttabile a cui sono votato e a cui mi sono concesso. Tutto quello che la mia condizione ha prodotto per la mia famiglia lo ha sottratto a me. E li maledico uno ad uno tutte le volte che mi trovo intrappolato su questi maledetti marciapiedi bloccati dalla miriade di deambulanti strafottenti automobilisti: impreco e li maledico, come se questo alleviasse tutto e tutto rendesse comprensibile.
Eppure, dopo quello che è successo tre giorni fa, mi pare di accarezzare l’idea di una rinascita. Stronzate, forse, però non mi dispiace pensarlo. E ancora una volta quello che sarà della mia vita non dipenderà da me: prima mia moglie, poi mio cognato, e adesso lui, il mio dirimpettaio.
Si sono riuniti in salotto mentre io ero al bagno: mio cognato, mia moglie e mia figlia; mancava mia suocera (credo che abbia preso a giocare anche nei giorni feriali).
«Bisogna trovare una soluzione» ho sentito dire a Teresa in preda all’agitazione.
«Va bene, stiamo calmi, ci penso io.»
Già, ci pensa il grand’uomo.
Tra i vari acquisti, le tende. Belle e protettive, si lasciano appena attraversare dalla luce ma non concedono nulla all’esterno: una particolare tessitura che sembrava pensata per le nostre necessità. Hanno assolto al loro compito degnamente ignare, come i miei familiari, del gesto che ne avrebbe compromesso definitivamente quelle qualità e che ha mandato nel panico l’ammanicato e la sorella. Lui era lì, al terzo piano, dritto sulle gambe, al di là di una portafinestra, immobile a far roteare lentamente il cucchiaino dentro la tazza del caffè, a fissarmi inespressivo; io, dritto sulle mie, con le braccia aperte come un cristo, ancora attaccato ai due lembi di tenda appena aperti, a prendermi la luce, il suo sguardo e quello che sarà.

Marlon Brando e Teresa Wright, "Il mio corpo ti appartiene"
2 Marlon Brando e Teresa Wright sul set di Il mio corpo ti appartiene (1950)

 

Marcello Marino ha insegnato Etica della Comunicazione all’Università per Stranieri di Perugia e Pedagogia Generale e Sociale all’Università di Perugia e all’Università di Siena. Ha pubblicato saggi in varie riviste e monografie per Franco Angeli, Rizzoli e Morlacchi University Press.