Dedico questo breve saggio a Karl Akiva Schwarz, internato a Ferramonti di Tarsia nel 1942 dopo una lunga Odissea nel Mediterraneo a bordo del battello Pentcho e partecipe nella creazione dello Stato di Israele, caro e affettuoso amico che mi ha guidato nella scoperta di molti aspetti della vita nel campo e della Vita.

La mattina del 4 Giugno 1940 fa ingresso nel comune di Tarsia, un piccolo e tranquillo centro agricolo 40 Km a nord di Cosenza, un signore di bassa statura che porta una disposizione del Ministero degli Interni. Si tratta di Eugenio Parrini, amico personale di Mussolini e di Ciano, uno dei più rilevanti imprenditori di Stato a cui il Fascismo, nel solo 1936, aveva affidato lavori pubblici per 156 milioni di lire e nominato Cavaliere del Lavoro. Parrini reclama dal comune di Tarsia la cessione di un’ulteriore area di terreno nel demanio di Ferramonti, una zona paludosa a pochi chilometri dall’abitato del paese «[…] per costruirvi baraccamenti […] in continuazione con il Cantiere dell’Impresa Parrini & C […] per l’estensione di ettari quattro e mezza e confinante ad ovest con il suddetto cantiere». Con questa semplice richiesta di baraccamenti inizia la peculiare e poco conosciuta storia del campo di Ferramonti di Tarsia, il più grande campo d’internamento per Ebrei appositamente costruito dal regime fascista a seguito delle leggi razziali. In quanto segue cercherò di delineare le origini, le principali caratteristiche e le peculiarità storiche di questo campo di concentramento che rappresenta, per molti aspetti, un unicum nella storia della Shoah e, fra le sue pieghe, riassume anche alcuni aspetti contraddittori di come l’Italia e gli italiani affrontarono in quegli anni la questione ebraica.
Prima di puntare l’attenzione sul campo di Ferramonti di Tarsia è necessario chiarire un punto: perché non vi furono rinchiusi Ebrei italiani, ma solo Ebrei stranieri provenienti da varie parti dell’Europa? Per rispondere alla domanda è necessario fare qualche passo indietro e ricollegarsi al fenomeno dell’emigrazione forzata degli Ebrei avvenuta negli anni ‘30 in molti paesi europei. Nel 1903 con la pubblicazione da parte della polizia zarista dei Protocolli dei Savi di Sion, un falso documento che aveva lo scopo di dimostrare l’esistenza di una cospirazione ebraica per dominare il mondo, una nuova ventata di antisemitismo si diffonde progressivamente in tutta l’Europa e negli Stati Uniti, ma trova nella Germania il suo centro recettivo più diffusamente rilevante. Già nella Prussia pre-nazista gli Ebrei non potevano accedere né a cariche statali, né nell’amministrazione, all’esercito o all’università. Secondo Bismarck uno stato cristiano come la Prussia non poteva tollerare Ebrei nei suoi ranghi, salvo poi servirsi dei banchieri ebrei per risanare le proprie finanze. In questo contesto, l’Italia si pone in una posizione decisamente differente: il Risorgimento conferisce da subito agli Ebrei pari dignità e all’inizio dello scorso secolo numerosi Ebrei italiani occuparono alte cariche istituzionali: 3 presidenti del Consiglio (Fortis, Luzzati e Sidney Sonnino), un sindaco di Roma (Nathan) e durante la I Guerra Mondiale il nostro esercito annoverò ben quindici generali e tre ammiragli ebrei. A quell’epoca, in Italia, l’avversario principale degli
Ebrei era la chiesa cattolica e non certo lo stato italiano o il suo popolo.
Tuttavia, l’avvento dei regimi totalitari, del fascismo e del nazismo, cambia completamente il volto dell’antisemitismo in tutta Europa. Nel 1933, all’arrivo del nazismo al potere, vivevano in Germania poco più di mezzo milione di Ebrei, molti dei quali iniziarono a emigrare verso stati ritenuti più sicuri quali la Francia, gli Stati Uniti, la Palestina e il Sud America. Fino al settembre 1941, lo stesso nazismo più che l’internamento sceglie la via dell’emigrazione forzata degli Ebrei fuori dai propri territori. Malgrado l’ideologia fascista avesse al suo interno una chiara matrice antisemita, l’Italia fu protagonista di una più modesta immigrazione ebraica di fatto tollerata dallo stesso fascismo che, al contrario della Germania, permetteva agli Ebrei stranieri la possibilità di integrarsi nella vita professionale, di studiare all’università e di guadagnare i necessari mezzi di sussistenza. La mancanza poi di un diffuso antisemitismo nella popolazione italiana fa dell’Italia di quegli anni una sorta di “rifugio precario” per gli Ebrei in cerca di salvezza dal nazismo. Tuttavia, le leggi razziali italiane del 1938 cambiano radicalmente l’atteggiamento di sostanziale tolleranza-sopportazione: gli Ebrei italiani, così come era avvenuto nella Prussia di Bismarck, vengono esclusi da ogni diritto civile, tenuti separati rispetto alla popolazione di “pura razza italiana”, ma non catturati e imprigionati; gli Ebrei stranieri immigrati in Italia dopo il 1 gennaio 1919 non solo perdono i diritti civili, ma anche il diritto di residenza con l’ordine di espulsione entro 6 mesi dalla pubblicazione delle leggi razziali. Paradossalmente, d’altro canto, nel successivo 1939 fu promulgato un decreto per cui era concesso il visto turistico a Ebrei stranieri che intendevano recarsi in Italia per affari, cura, studio e imbarco. In breve, dall’avvento del nazismo immigrano in Italia circa 9.000 Ebrei: molti di loro si allontanarono dall’Italia dopo le leggi razziali, ma nel Maggio 1940 circa 4.000 Ebrei stranieri si trovano ancora in Italia. In quel mese, precedente all’entrata in guerra, il fascismo decide di catturare e internare tutti gli Ebrei stranieri che non avevano ottemperato al decreto di espulsione. È un paradosso pensare che l’Italia, inizialmente più tollerante rispetto alla Germania, emetta un ordine di cattura per gli Ebrei stranieri più di un anno prima della stessa decisione da parte della Germania nazista, la quale iniziò il rastrellamento di tutti gli Ebrei solo dopo il settembre 1941. Un’altra delle tante contraddizioni dell’Italia riguardo alla questione ebraica.
Come e dove collocare gli Ebrei stranieri catturati? Le soluzioni furono varie, ma sempre nell’ambito di strutture pre-esistenti e ristrutturate allo scopo. Solo Ferramonti di Tarsia fu una parziale eccezione. Per capire compiutamente la genesi della scelta della zona di Ferramonti di Tarsia per edificare un grande campo d’internamento, è necessario introdurre anche un altro elemento: le grandi opere di bonifica messe in atto dal fascismo. Forse non molti sanno che, dopo l’Olanda, l’Italia è il paese europeo con la maggiore quantità di terra agricola sottratta alla palude e bonificata con metodi moderni. Nel 1928 Mussolini dichiarò che il suo regime avrebbe bonificato 8 milioni di ettari. Nel 1933 circa 5 milioni di ettari erano stati drenati, ma dal 1935 le necessità finanziarie derivate dalle “guerre coloniali” lasciarono incompiuti molti lavori di bonifica. Ferramonti era un’area paludosa nelle vicinanze del paese di Tarsia, dove era iniziata una bonifica a opera della Ditta di Parrini, l’uomo che entra nel comune di Tarsia per richiedere 4 ettari di terreno in più attorno ai baraccamenti che in precedenza erano stati occupati dagli operai della bonifica. La zona, ancora paludosa e malarica, non corrispondeva affatto alle caratteristiche indicate dalle disposizioni ministeriali per la scelta dei luoghi dove collocare gli Ebrei catturati e le stesse relazioni mediche sconsigliavano tale scelta. Tuttavia, gli sporchi interessi imprenditoriali e le amicizie di cui godeva Parrini superano ogni ostacolo e, dopo una serie di contratti iniziali, il 9 dicembre del 1941 il Ministero degli Interni appalta a Parrini la costruzione del Campo d’internamento di Ferramonti per la cifra di 7.419.905 lire (circa 5-6 milioni di euro attuali), in un periodo in cui avere “mille lire al mese” era il sogno irraggiungibile di molti italiani. Quindi l’unica costruzione edilizia derivata dalle leggi razziali parte da un principio ideologico per poi ricadere miseramente nel capitolo, sempre attuale in Italia, dell’imprenditoria corrotta e di funzionari statali corruttibili. Parrini, vista la chiusura dei lavori di bonifica, utilizza le baracche del suo cantiere come primo nucleo del campo d’internamento, imponendo ai primi Ebrei arrivati il 20 giugno del 1940 l’onere e la fatica di costruirne altre per i successivi arrivi. Tuttavia a Eugenio Parrini non basta collocare in un luogo malsano migliaia di uomini colpevoli solo di essere nati: impone nel campo un proprio spaccio alimentare, con i prezzi decisi da lui, dove tutti gli internati dovevano comprare il cibo.
Parrini pagò per questo? Certamente no! Dopo la guerra si tolse la camicia nera, indossò quella bianca e diventò un grosso imprenditore edile specializzato nella ricostruzione delle chiese. Ebbe dal Vaticano un’onorificenza e alla fine della sua lunga vita scrisse per le Edizioni Paoline (1975) una sua biografia intitolata Per chi vuole divenire qualcuno in cui (riporto le sue parole) «[…] un uomo che ha vissuto con serenità e impegno […] vuol trasmettere il meglio di sé a quei giovani che […] vogliono ingaggiare una lotta onesta contro la mediocrità di una vita vissuta senza scopo». Fa riflettere il fatto che Parrini ancora oggi sia un Cavaliere del Lavoro della nostra democratica e libera Italia e nella sua biografia, visibile nel sito dei Cavalieri, nulla si dice della sua opera di costruttore di campi di concentramento (costruì non solo il campo di Ferramonti, ma anche un altro a Pisticci (Matera) per oppositori del regime e utilizzò Ebrei per lavori coatti nei suoi terreni personali vicino Roma. Ancora intoccabile. Ancora un’ulteriore contraddizione italiana.

1 Rara immagine di Eugenio Parrini tratta dall’Archivio Storico dei Cavalieri del Lavoro.
1 Rara immagine di Eugenio Parrini tratta dall’Archivio Storico dei Cavalieri del Lavoro

 

Il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia inizia così la sua attività nel giugno del 1940 con l’arrivo del primo gruppo di Ebrei stranieri formato da professionisti che risiedevano in Italia già da diversi anni. A questo gruppo iniziale seguiranno numerosi altri gruppi di Ebrei in fuga da varie parti d’Europa e che avevano, più o meno fortunosamente, raggiunto i territori italiani. A Ferramonti arrivarono anche piccoli gruppi di religione non ebraica: un gruppo di Greci, uno di Slavi cattolici e uno di Cinesi. Tutti imprigionati perché considerati cittadini di nazioni in guerra contro l’Italia. La percentuale degli internati non Ebrei rimase tuttavia sempre molto piccola.
Prima di addentrarci nelle caratteristiche specifiche di questo campo, premettiamo alcuni suoi primati storici generali. Oltre a essere stata l’unica realizzazione edilizia ex novo conseguente alle leggi razziali e, in termini numerici, il più numeroso campo d’internamento italiano per Ebrei (oltre 3.000), nell’ambito più generale della Storia della Shoah e della II Guerra Mondiale Ferramonti fu il primo campo di concentramento a essere liberato (14 settembre 1943) e, paradossalmente, l’ultimo a essere chiuso (11 dicembre 1945). La peculiare storia umana e sociale di questo campo spiegherà bene tale apparente discrasia e perché un articolo del “Jerusalem Post online” lo indichi come «Unexpected Haven» e lo storico ebreo Jonathan Steinberg lo definisca (in maniera un po’ ardita e provocatoria visto che in ogni caso era un luogo di detenzione) «the largest kibbutz on the european continent».
Il campo era costituito da 92 baracche situate in un perimetro di circa 16 ettari (Parrini chiede e paga al comune di Tarsia 4 ettari, ma poi ne occupa 16). Gli internati erano sottoposti all’autorità di un commissario di Polizia alle cui dipendenze vi erano alcuni agenti e un maresciallo di PS. Queste forze di polizia erano affiancate da un manipolo di milizia fascista reclutata localmente e inquadrata nelle MVSN.
Malgrado l’aspetto esteriore del campo ricordasse indubbiamente quello di un lager tedesco, nulla di quello che vi accadde potrebbe essere lontanamente assimilato a un campo nazista. Come scriverà nella sua relazione un ufficiale inglese, il campo di Ferramonti sembrava più un villaggio che non una struttura di sterminio. Sbaglia subito chi pensa a una storia di “buonismo italiano”: sono generalizzazioni non solo errate (vedi l’esempio dell’italianissimo Parrini), ma che soprattutto oscurano le scelte ponderate di molti Giusti che consapevolmente si opposero al fanatismo e al razzismo operando per la salvezza di quelle sfortunate persone.
Nella storia di Ferramonti s’intrecciano quattro elementi chiave: l’atteggiamento tollerante e non fanatico di Paolo Salvatore, il primo e più importante direttore del campo; l’atteggiamento intelligente e collaborativo della comunità ebraica che comprendeva un buon numero di professionisti di alto livello; l’atteggiamento positivo e accogliente degli abitanti di Tarsia e dei contadini dei dintorni; e infine l’opera più pragmatica che spirituale di Callisto Lopinot, un monaco cappuccino inviato nel campo dal Vaticano. Fra questi quattro elementi, per la sua carica istituzionale e autorevolezza, quello di Paolo Salvatore rappresentò il fattore cardine che permise agli altri tre di svilupparsi e cooperare affinché gli internati di Ferramonti potessero avere la migliore vita possibile che la loro situazione e le circostanze storiche potevano permettere.
Salvatore era un commissario di Polizia, arrivato a Ferramonti avendo già avuto un’esperienza di direzione nella colonia di confine politico di Ventotene e di Ponza, dove incontra Giorgio Amendola che lo ricorda e lo cita nel suo libro Un’Isola per le sue doti tolleranti e umane. Salvatore è uno dei ragazzi del ‘99, dal carattere forte e volitivo che lo porta ad arruolarsi come volontario nella I Guerra Mondiale per poi partecipare con D’Annunzio all’impresa fiumana. Malgrado questo trascorso, non risulta una sua successiva iscrizione al partito fascista. Superate le idealistiche imprese giovanili, Salvatore divenne un determinato, ligio e pragmatico funzionario statale che nell’attuale storiografia potrebbe rientrare in quella categoria d’italiani, introdotta da Renzo De Felice, degli “afascisti”, cioè di italiani che presero una certa distanza dal fascismo e dalla sua ortodossia fanatica senza però che questo si traducesse in un’opposizione esplicita al fascismo, praticata dagli antifascisti. Per la sua carica e le situazioni contingenti, se Salvatore avesse voluto usare violenza e uccidere delle persone rinchiuse a Ferramonti avrebbe potuto farlo impunemente così come hanno fatto tanti altri direttori italiani di campi di concentramento, ma Salvatore non lo fece, dimostrando al contrario un atteggiamento sempre tollerante, non ideologizzato e non fanatico. Atteggiamento che gli viene riconosciuto da moltissime fonti e testimonianze ebraiche raccolte nel “Fondo Kalk” al CDEC di Milano, la fonte documentale ebraica più rilevante su Ferramonti.

Ferramonti di Tarsia
2 Veduta del Campo di Internamento di Ferramonti di Tarsia da una collina circostante con un manipoli di militi della MVSN (1942)

 

Baracche di Ferramonti di Tarsia
3 Immagine delle baracche di Ferramonti dal piazzale centrale del campo (1941). Trovandosi in una zona paludosa, la pioggia normalmente allagava il perimetro del campo. La costruzione più piccola fra le due baracche più grandi era la cucina comune

 

Interno di una baracca.
4 Immagine dell’interno di una baracca

 

Salvatore da una parte adotta un regolamento ferreo e molto restrittivo (3 appelli giornalieri, nessuna possibilità di leggere, nessuna possibilità di riunirsi, ecc.) ma dall’altra sostanzialmente lo disattende, attento a far sì che quanto realmente avveniva all’interno del campo non trapelasse all’esterno e non lo costringesse a un intervento più coercitivo. Adotta un’intelligente strategia del “lasciar fare” nella misura in cui ciò era pragmaticamente possibile in un campo d’internamento per ebrei, durante il fascismo, sotto le leggi razziali e durante una guerra mondiale che vede i tedeschi nel nostro territorio. Quello che colpisce nella sua figura è un costante atteggiamento volto a interpretare e poi applicare le norme nella maniera più umana possibile: non era certamente permesso uscire dal campo, ma le autorizzazioni non erano difficili da avere; non si poteva sentire la radio, ma gli stessi ebrei testimoniano la sua abitudine di mettere la radio vicino alla finestra aperta della costruzione dove abitava; era vietato possedere una macchina fotografica, ma i fotografi professionisti presenti nel campo scattarono svariate centinaia di foto. Salvatore permette la creazione di una scuola e, ancora oggi, tutti quelli che furono i “bambini” di Ferramonti lo ricordano con grande affetto per l’abitudine di portarli in giro con la macchina o la moto di servizio e di offrire un gelato in paese. I nuclei familiari non venivano separati, ma vivevano insieme nella stessa baracca e avevano una propria cucina. Era formalmente proibita la lettura, ma nel campo esisteva una biblioteca con diverse centinaia di libri tenuta da due internati che erano stati bibliotecari e si stampava un giornalino. Paradossalmente esiste la documentazione dei piccoli depositi bancari presso il Banco di Napoli di Cosenza aperti da un centinaio d’internati che erano riusciti a portare con sé del denaro. Lascia quindi alla comunità ebraica la possibilità di autogestirsi in tutte quelle forme che non gli avrebbero creato problemi con le autorità superiori che, a loro volta, chiudevano entrambi gli occhi, ben contente di non dover affrontare ulteriori grane e problemi. Il suo spirito guerriero viene però fuori quando deve affrontare e tenere a bada l’unico vero fascista ortodosso e fanatico presente nel campo: il centurione Zei, fiorentino appartenente alla banda Dumini, quella del delitto Matteotti. Lui stesso nel suo diario, e molte testimonianze ebraiche lo confermano, ricorda i litigi e le pubbliche scazzottate con Zei. Fu proprio uno di questi contrasti che alla fine provocò l’allontanamento di Salvatore dal campo, reo di aver difeso un ebreo malmenato da un milite per non essersi fermato all’ammaina bandiera: Salvatore picchiò pubblicamente la camicia nera protagonista del fatto. Questo non gli si poteva perdonare e venne così trasferito nel nord Italia. Se Parrini ancora oggi rimane nell’Albo d’Oro degli italiani, di Salvatore lo Stato Italiano si è dimenticato, anche se mai l’hanno dimenticato i suoi “ospiti” (così chiama gli internati nel suo diario) che in molti documenti confermano il modo umano e tollerante di gestire il campo.

 

Come utilizzò la comunità ebraica di Ferramonti tale grado di libertà? Per comprendere le soluzioni adottate è necessario considerare un aspetto preliminare. Parlare genericamente di una “comunità ebraica di Ferramonti” è per molti aspetti improprio: la religione e le tradizioni erano sicuramente elementi unificanti, ma non necessariamente sufficienti a compattare gruppi di centinaia di persone con linguaggio, estrazione sociale, nazionalità, prospettive di vita e cultura molto differenti fra loro. Accanto a un noto medico di Berlino conviveva un calzolaio yugoslavo o polacco; accanto ad un ebreo sionista il cui unico scopo era quello di ritornare in Eretz Israel c’era chi voleva semplicemente ritornare nella propria città europea d’origine e continuare a svolgere il lavoro interrotto. Che l’aspetto religioso non fosse totalmente unificante è provato dal fatto che a Ferramonti c’erano tre sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

 

 

 

Comprendere anzitutto la mancanza di omogeneità della popolazione ebraica internata fa capire meglio ed esalta il miracolo sociale che a Ferramonti è avvenuto. Il primo elemento fu impostato dal direttore Salvatore quando concesse agli internati la possibilità di riunirsi in qualche forma di assemblea rappresentativa. Da qui nasce il Parlamento di Ferramonti che fu la struttura sociale e organizzativa più rilevante del campo: tutti gli occupanti di ciascuna baracca eleggevano un proprio rappresentante e l’insieme di tutti i rappresentanti eleggeva un unico “capo dei capi” che era il più alto in grado nel Parlamento e colui che aveva rapporto diretto con la direzione del campo.

 

Il parlamento del campo di Ferramonti.
11 Riunione del parlamento di Ferramonti

 

Da parte sua Salvatore non influenzò mai le libere decisioni elettive degli internati e le loro decisioni “parlamentari”. Chi rappresentava una baracca non era quindi una figura simile a quella dei kapò dei lager tedeschi, ma persona liberamente eletta. È paradossale considerare che in un’Italia dove il parlamento era una istituzione svuotata da ogni parvenza democratica e dove non esisteva più la libertà di voto e di opinione, in un paese rurale del Sud Italia, in un campo di internamento per ebrei, esisteva forse l’unica struttura sociale italiana democraticamente eletta, un Parlamento con la “P” maiuscola. Il Parlamento di Ferramonti regolò la vita sociale del campo e si preoccupò di dirimere le varie controversie, da quelle personali a quelle fra gruppi. Soprattutto puntò a organizzare la vita nel campo per farla assomigliare il più possibile a una vita normale, a creare questa illusione e parvenza di quotidianità che potesse aiutare la popolazione a sopravvivere in attesa di tempi migliori.
Studiando le memorie scritte dagli internati sulla loro vita nel campo e, soprattutto, vedendo le centinaia di foto che furono scattate in quegli anni, è possibile identificare le due semplici strategie che il Parlamento di Ferramonti cercò di promuovere come colla sociale fra gruppi disomogenei: la cultura e lo sport. Il campo d’internamento di Ferramonti aveva fra i suoi internati numerosi musicisti, pittori e cantanti già professionalmente affermati che organizzarono nel campo numerose attività culturali: concerti di musica, spettacoli teatrali, gare di composizione e di poesia. A Ferramonti arrivò (ancora oggi non si sa come) anche un pianoforte a coda che è visibile in tante immagini dei concerti. A Ferramonti era presente Michel Fingesten, forse il più grande incisore dello scorso secolo e sicuramente il più grande artista di ex-libris. A lui fu concessa un’intera baracca che veniva utilizzata come atelier degli artisti. Ho ritrovato il programma di un concerto dove, fra le varie arie suonate, l’ultima era un brano di Wagner. Incredibile!

 

 

 

A Ferramonti venne istituita una scuola elementare con tanto di pagelle di fine anno. In quel campo nacquero 21 bambini. Nell’ambito dello sport, di là delle gare di scacchi praticate dagli internati più anziani, lo sport principale era il calcio. Esiste una grande quantità di documentazione che attesta l’entusiasmo per i campionati di calcio che si svolgevano nel campo e a cui era invitata anche la popolazione di Tarsia. Si affrontavano squadre formate da ragazzi di una stessa nazionalità di origine: a Ferramonti di fatto si svolsero i campionati europei di Calcio che la guerra aveva fermato. Esiste ancora una “telecronaca” scritta a macchina di una partita fra le “nazionali” di Yugoslavia e Polonia nel luglio del 1943.

Scuola al campo di Ferramonti di Tarsia.
18 Foto di classe (1941)

 

Pagella di un alunno internato nel campo di Ferramonti.
19 Pagella scolastica di Ferramonti. Da notare che, anche se non viene trascritto il voto, fra le materie insegnate c’era anche “Giudaica”(1942)

 

Campionato di calcio a Ferramonti.
20 Immagine di una partita di un campionato di calcio

 

Gagliardetto del Comitato Sportivo Ferramonti.
21 Gagliardetto del Comitato Sportivo Ferramonti per un torneo di calcio

 

Yugoslavia vs. Polonia.
22 Particolare del resoconto di una partita di campionato di calcio fra Yugoslavia e Polonia

 

Concerti, partite di calcio, scuole e nascite di bambini…ma Ferramonti era quindi un resort a 5 stelle risparmiato dagli orrori della guerra? Ovviamente no, esattamente il contrario: era un luogo di detenzione e di perdita della libertà per chi aveva la sola colpa di essere nato. La fame era endemica e il clima insopportabile, con la presenza della malaria e di tutti gli insetti che popolano una palude. I momenti di distrazione erano intervallati da giorni di disperazione per il proprio stato di prigionieri, per l’angoscia nel pensare alla condizione dei parenti rimasti nei paesi di origine. Molti a Ferramonti avevano capito che qualcosa di tragico stava accadendo agli Ebrei ad opera dei nazisti. Dietro ogni sorriso che appare nelle foto c’è sempre l’ombra dell’angoscia e la gente di Ferramonti attraversò momenti davvero drammatici, come quello del passaggio, davanti all’ingresso del campo, dell’armata tedesca in ritirata dalla Sicilia fra la fine dell’agosto 1943 e gli inizi del successivo settembre. In quei momenti, fra i più drammatici del campo, intervengono in maniera determinante gli ultimi due elementi rilevanti nella storia di Ferramonti: la popolazione di Tarsia e Padre Callisto Lopinot. Nei quindici giorni di passaggio dell’armata tedesca davanti al campo questi due elementi diventano fonte reale di salvezza. Sapendo del pericolo, la nuova direzione del Campo e il maresciallo di PS Gaetano Marrari decidono di far scappare tutti gli internati che avevano capacità e gioventù per rimanere nascosti nei boschi circostanti o per essere ospitati nelle case dei contadini tarsiani. Se i tedeschi fossero entrati avrebbero trovato solo qualche centinaio di internati e non migliaia. In quel momento si verifica il miracolo di una intera popolazione locale che decide di ospitare e proteggere nelle proprie case le persone con cui in precedenza aveva avuto rapporti di baratto di cibo in cambio di vestiario o di prestazioni professionali (a Ferramonti c’erano molti medici che iniziarono a curare gli abitanti di Tarsia in un ambulatorio presente nel campo). La differenza con la situazione tedesca è significativa se si pensa che la popolazione che abitava accanto ai famigerati lager tedeschi rimase indifferente e dichiarò di non sapere nulla di quello che capitava a pochi metri da sé. Mentre l’armata tedesca passava, davanti al cancello di Ferramonti, accanto a una bandiera gialla segno di epidemia, si piazzò Padre Callisto Lopinot: lunga barba bianca, aspetto ieratico, che in perfetto tedesco, sua lingua madre, spiegò ai nazisti che chiedevano cosa fosse quel campo, che si trattava di un semplice campo di profughi sfollati dove imperversava un’epidemia di tifo: se fossero voluti entrare, l’avrebbero fatto a loro rischio! Nessuno entrò a indagare ulteriormente. Nessuno fu mai deportato da Ferramonti: Salvatore con varie scuse declinò sempre le richieste che pervenivano dalla Gestapo attraverso il Ministero degli Interni. Il buon Maresciallo Marrari, Padre Lopinot e gli abitanti di Tarsia salvarono oltre 2000 internati presenti in quel momento. Sbaglia chi pensa che la loro salvezza derivasse dalla localizzazione del campo in un luogo sperduto e lontano dai teatri bellici, al contrario: il campo di Ferramonti era di fronte alla statale 19, la principale via di comunicazione della Calabria di allora. Il passaggio dell’armata tedesca lo prova. Gli Ebrei furono quindi salvati per le decisioni coraggiose dei dirigenti del campo, per la solidarietà spontanea e istintiva della popolazione di Tarsia e per l’opera coraggiosa e determinata di Lopinot. Lopinot fu infatti una figura centrale nel campo, non inferiore a quella di Salvatore. Questo frate cappuccino ci ha lasciato un diario personale molto dettagliato, scritto nel campo, sugli eventi accaduti a Ferramonti. Al contrario di quanto si può pensare, Lopinot non fece mai alcun proselitismo e le conversioni a Ferramonti furono pochissime. Rispettò e fu rispettato da tutta la comunità ebraica. Attraverso il suo contatto con Karl Weirich, un giovane giornalista ceco non ebreo che risiedeva a Roma ed era accreditato in Vaticano, drenava denaro e farmaci con cui poteva dare pasti supplementari e rifornire l’infermeria di Ferramonti. Lopinot arrivò a cacciare dal campo un prete locale che teneva prediche a sfondo antisemita e fu sempre interessato alla prospettiva ebraica della Bibbia. Esiste una foto altamente simbolica in cui attorno alla Bibbia siedono un Rabbino, un Pope ortodosso e un cattolico.

 

Sempre a Ferramonti era famoso un harmonium mandato, attraverso Lopinot, da Pio XII: le testimonianze di allora raccontano di come tale harmonium fosse utilizzato sia per le cerimonie ebraiche che per quelle cristiane. L’harmonium esiste tuttora in un convento di cappuccini a Cosenza.
Dove potevano andare, in questo contesto, gli internati liberati dagli inglesi nel settembre del 1943? Molti di loro cercarono inutilmente di emigrare subito in Israele, ma questa volta ci pensarono gli inglesi a ostacolare il loro piano; altri si unirono alla Brigata Ebraica che in Ferramonti ebbe la sua prima azione nel suolo italiano; gran parte rimase nel campo in attesa della fine della guerra: si organizzarono affittando terre dai contadini locali e avviarono un’azienda agraria (da qui la definizione di Steinberg di Ferramonti come un Kibbutz). Questa la semplice ragione della chiusura del campo addirittura in una data posteriore alla data ufficiale della fine della II Guerra Mondiale.
Cosa rimane oggi del campo di Ferramonti? Praticamente nulla. Subito dopo la guerra e fino agli anni ’70 i contadini locali utilizzarono le baracche a scopo di deposito agricolo per poi progressivamente smontarle e distruggere tutto per avere terra da coltivare. Le autorità locali e regionali non furono mai interessate alla storia del campo e ogni cosa di Ferramonti sparì nella più totale incuria delle istituzioni. Agli inizi del 2000 le poche strutture originali rimaste sono state così brutalmente restaurate dalle autorità locali da provocare una vibrata protesta di Italia Nostra e di giornalisti ebrei che la definirono una ricostruzione in “stile agrituristico”. L’attuale Museo di Ferramonti contiene quasi esclusivamente fotografie donate dagli stessi ex internati.
Se localmente a nessuno interessò preservare la Memoria di Ferramonti, ancora più grave è rilevare che anche gli storiografi italiani non si occuparono mai di Ferramonti: sulle ragioni di questa assenza si potrebbero aprire molti scenari inquietanti considerando l’importanza storica del campo e l’enorme quantità di materiale documentale e fotografico a disposizione. I due principali libri su Ferramonti sono stati infatti scritti da due medici legati per nascita al territorio limitrofo.
Forse le ragioni sono altre. La mancanza di violenza e di uccisioni ha reso la sua storia meno appealling? Le decisioni e le azioni positive prese da un afascista sono meno rilevanti da ricordare e commemorare rispetto a quelle prese da un antifascista? Altra contraddizione italiana che testimonia come l’attuale storiografia non sappia ancora guardare serenamente al proprio più recente passato: la storia, ugualmente straordinaria, di Perlasca è emersa perché gli storiografi italiani l’hanno fatta conoscere e divulgata o perché è stata girata una fiction televisiva? Parrini è un cavaliere del lavoro, mentre Salvatore, Marrari, Lopinot e Weirich…sono degli sconosciuti che non hanno mai avuto alcun riconoscimento.
Pazienza! Come è accaduto per tanti altri eventi, la Storia ha i suoi tempi disuguali e asincroni, ha le sue vie spesso inaspettate. Le donne, i bambini e gli uomini di Ferramonti hanno pazienza e aspettano ancora di raccontare, usando le parole di Kalk, la «storia dell’ebreo errante arrivato a Ferramonti in catene».

 

Bibliografia consultata

I due principali libri con approccio storico su Ferramonti sono:

Mario Rende, Ferramonti di Tarsia. Voci da un campo di concentramento fascista, Mursia, 2009.

Carlo Spartaco Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista, 1940-1945, Giuntina, 1987.

Accanto a questi segnaliamo diversi libri e testi scritti dagli internati durante la loro permanenza nel campo:

Ernst Bernhard, Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti (1940-41), Biblioteca Aragno, 2011.

Georg, Ferramonti, Prometeo, 2003.

Nina Weksler, Con la gente di Ferramonti, Editoriale Progetto 2000, 1992.

Evangelos Averoff Tossizza, Prigioniero in Italia, Longanesi, 1977.

La citazione presa dallo storico Steinberg è nel suo libro:

Jonathan Steinberg, All or nothing: the Axis and the Holocaust 1941-432, Routledge, London, 1990.

La documentazione ebraica più rilevante su Ferramonti è quella presente nel Fondo Kalk del CDEC di Milano.

In Youtube esiste un canale interamente dedicato al campo di Ferramonti di Tarsia. Fra i vari documenti video presenti segnalo il video originale girato dagli inglesi appena entrati a Ferramonti e un film ispirato ai fatti accaduti nel campo, 18.000 giorni fa.


Mario Rende è nato a Roma nel 1958. Laureato in Medicina e Chirurgia, è attualmente professore ordinario di Anatomia Umana presso la Scuola di Medicina dell’Ateneo di Perugia. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali nell’ambito del Nerve Growth Factor e ha collaborato alla stesura di libri di testo in ambito anatomico. La sua famiglia è originaria di Tarsia, il comune dove era presente il campo di Ferramonti: da qui il suo interesse storiografico sul campo. Nel 2004 ha ritrovato presso l’Imperial War Museum di Londra il video originale girato dagli inglesi a Ferramonti e nel 2009 ha pubblicato un libro su questo campo per Mursia.