luci e omre

Forse due punti di partenza possono essere meglio che uno solo.
Primo punto di partenza: Angelo Di Carlo, palermitano d’origine e perugino d’adozione, formatosi filosoficamente (a Roma, presso La Sapienza) e concentratosi via via sempre di più su questioni legate alla psicoterapia – anche grazie ad una docenza lunga e significativa nell’Ateneo perugino presso la Cattedra di Psicologia dinamica –, è di orientamento psicoanalitico ed ha finalmente dato alle stampe una sua raccolta poetica. Tempo della luce e dell’ombra (Morlacchi Editore, Perugia, 2017) ne è il titolo – di eco junghiana, se la realtà è incessante movimento tra luce ed ombra – e consta di tre sezioni: “Stagioni”, “La luce e l’ombra” e “Il dolore e la pietà”.
Secondo punto di partenza possibile (e preferibile?): nel suo vivacissimo Dizionario del diavolo Ambrose Bierce definiva l’improvvisatore come «un tizio che è molto più felice nel comporre poesie di quanto lo siano i malcapitati che devono ascoltarlo». E Angelo Di Carlo in tal senso improvvisatore proprio non lo è.
Non improvvisa nello scrivere versi in quanto le sue parole – ed il loro incastrarsi generando significati ed evocando immagini – sono con tutta evidenza frutto di una lunga e felice sedimentazione di vissuto, di sofferenze patite e peraltro anche di stupori e incantamenti e gioiose visioni. Per cui l’impressione che si ha, leggendo le sue poesie, è che esse siano emerse solo ora, ma a seguito di una maturazione di anni; d’altra parte questo agile volume raccoglie, nella maggior parte dei casi, poesie datate dall’autore negli anni Duemila e solo qualche incursione retrospettiva ci riporta al 1993-1994, però si intuisce di poter cogliere tracce e ‘appunti sentimentali’ ancor più datati, consapevole o meno che ne sia l’autore stesso.
Il quale improvvisatore non lo è neanche per un altro motivo di fondo: è la sua stessa intima deontologia professionale, nel senso di un dovere morale kantianamente assunto e puntualmente tradotto in prassi, a costringerlo ad una costante opera di cura delle parole. Dalla psiche alla penna, andata e ritorno passando per un afflato in un certo senso “religioso”.
È insomma all’interno di questo andirivieni tra la naturale inclinazione di Di Carlo a prendersi cura della afflizioni della psiche – in qualità sia di psicoterapeuta, sia di formatore nel campo della salute mentale – e l’altrettanto naturale inclinazione a prendersi cura di una sorta di pensabilità dei sentimenti ed in particolare del dolore appunto (cfr. soprattutto p. 69), che si inseriscono queste poesie.
Esse si pongono inoltre quali testimonianze di una vera e propria dialettica genuinamente innescatasi tra due orizzonti, entrambi proprii dell’autore: da una parte quello della cerchia dei monti (Perugia, la città in cui egli vive, non è luogo montuoso bensì collina custodita da montagne, quasi elefantina protetta da imponenti pachidermi adulti), dall’altra quello della immensità del mare. Se la cerchia dei monti protegge, l’immensità marina rigenera.
E allora, senza che l’uno escluda l’altro, i due orizzonti partecipano della scrittura di Angelo Di Carlo e perciò, mentre quei monti disegnano profili e poi li disfanno e poi ancora tornano a suggerirli agli occhi di chi scruta lontano, quel mare «scioglie il dolore», silente dona carezze ed osserva anch’esso sornione gli affanni degli umani.
Ecco dunque la poesia che si fa creazione polisemica di sensi; ecco i passaggi incessanti tra una stagione e l’altra, specie tra il declinare (della luce) dell’estate ed il progredire (delle ombre) dell’autunno; ed ecco pure la prepotente presenza del vento, un po’ Voce dell’universo ed un po’ «signore della pace» in grado di lenire i dolori. Non certo per magia, quanto piuttosto per tenacia e per desiderio di soggiornare tra le pieghe delle esistenze di ciascuno. Un vento anch’esso in qualche modo “religioso” o comunque fratello della cura.

"Tempo della luce e dell'ombra" di Angelo Di Carlo, 2017, Mrlacchi Editore, Perugia
1 Angelo Di Carlo, Tempo della luce e dell’ombra, Morlacchi Editore, Perugia, 2017

 

Ma tra la luce e l’ombra, come tra i tagli di luce e le penombre, esiste un cuneo, svelato dal potere alchemico della poesia e solo grazie ad esso possiamo rinvenire – almeno nel contesto di questi versi – alcuni elementi originarii. Provo ad isolarne sei.
Intanto il tempo come vissuto e come memoria di affetti che porta con sé un’estrema tenerezza; poi la bellezza come empatia con la (vita della) natura; accanto ad essa, la terra (e le acque e gli alberi…) come mistero e dono di pace e quindi come provocazione alla ricerca e segno di umiltà-mitezza; il dolore ed il suo ascolto quale sfida e voce che (ci) chiama; poi ancora la pietà-preghiera di occhi umani, di vicini e di lontani; infine l’amore che si fa cura, appunto, anche nel quotidiano.
Quest’ultimo elemento dell’amore-cura, che qui troviamo evidenziato in modo particolare nell’ultima sezione del libro, per tramite dell’immagine ora di un pasto condiviso, ora di una lettura fatta ed ora della visione di una foto, ha un culmine che corrisponde ad un verso bello e pregno di tante cose: «Ciò che era nostro lo hai lasciato a me» (A Serena che non ricorda, p. 76).
E la luce è anche il grande metronomo della vita: essa fa scendere la notte, dentro e fuori di noi, fino a farle riempire il mondo intero, mentre il sole lo fa nascere ogni volta ammantato di mistero, nonostante appaia come la più luminosa e “chiara” delle presenze, come ci ricordano i versi di Luce (cfr. p. 40).
Non solo: è ancora una volta la luce, sia pure per naturale tramite della sua assenza, a decidere del vuoto-buio che tiene sospesa la terra nel momento in cui, in “religioso” silenzio, porta avanti piegata il proprio cammino (così in Ho veduto la terra, cfr. p. 36).
Ma del resto è fatto di luce anche il vento “dalla voce nuova” che spira nel cuore del poeta proteso a scrutare in lontananza, tra i monti profilati all’orizzonte – che sono poi gli “amici segreti” di L’ombra dei monti (p. 54) –, addirittura un possibile nascondiglio di Dio.
Quanto alle consonanze, o meglio possiamo dire capitinianamente compresenze, rileggendo a distanza di mesi Tempo della luce e dell’ombra (che avevo avuto la fortuna di saggiare in versione dattiloscritta), ne ho avvertite tre. Una con la luce mitologica e mistica che anima una raccolta poetica del nostro tempo, Indice di meraviglia (1998) di Francesco Pullia. Un’altra con le ombre notturne dal potere che genera nostalgia quali si agitano in Capitale del dolore (1926) di un classico come Paul Éluard amato – l’ho scoperto dopo – da Di Carlo. Ed una terza, andando ancor più nel classico, con la permanenza eterna della luce che è amore nei versi fugaci di Sfulingo, le Scintille poetiche di Rabindranath Tagore.
In questa direzione mi sembra di poter ritrovare valido per la poesia quanto Victor Hugo sostiene della musica: «esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio».
Infine una nota personale, a ben vedere forse un poco infantile: a margine di questa lettura-invito alla lettura, sento di dover esplicitare qual è la mia poesia preferita di questa silloge, ovvero Il fico di Talamone (p. 20), dove i co-protagonisti di questo sacro albero sono le scaglie di mare / sole, il luminoso candore di docili oleandri ed un vento di ponente che sa tanto di amicizia antica e preziosa.

 

Dottore di ricerca in Filosofia e Scienze umane (Università di Perugia), Giuseppe Moscati presiede la Fondazione Centro studi Aldo Capitini di Perugia ed è responsabile della Biblioteca Neoumanistica della Fondazione Cucinelli di Solomeo (Pg). Redattore del quindicinale “Rocca”, autore di numerosi saggi e volumi, scrive per varie testate giornalistiche e riviste. Tra i suoi più recenti volumi: Sandro Penna e Vittorio Bodini. Tracce di una compresenza poetica (Morlacchi, 2010) e R come responsabilità (Cittadella Ed., 2012).