Il poeta Iosif Brodskij
1 Iosif Brodskij

 

Quando esci di mattina alle sei, nei campi, a lavorare con il sole che si alza, senti che quel gesto è lo stesso di milioni e milioni di altri essere umani. E’ allora che avverti il senso della solidarietà umana, direi. Se non mi avessero arrestato e condannato, non avrei avuto quest’esperienza, sarei stato più povero. In un certo modo sono stato fortunato.

Così scriveva Iosif Brodskij riguardo il suo secondo arresto nel 1963. Dapprima venne internato in un ospedale psichiatrico, per circa due mesi, dopodiché, condannato a cinque anni di reclusione, venne esiliato in una piccola cittadina nei pressi del Circolo Polare Artico. Pur potendo contare sulla stima e l’ammirazione di poeti come Anna Achmatova, Brodskij non riuscì ad ottenere alcun riconoscimento in Russia. Osteggiato costantemente dall’autorità e costretto a subire, un tentativo dopo l’altro, i vari rifiuti alla pubblicazione del suo primo manoscritto Zimnjaja počta (La posta invernale). Nel frattempo Brodskij è sempre più letto all’estero, e alcune università europee ed americane cominciano ad invitarlo, ma non riesce ad ottenere visti per l’espatrio. Questo almeno fino al 1972 quando l’OVIR lo “invita” a lasciare il paese. Brodskij sfrutta questa occasione. Decide di andare a Vienna e non a caso, lì ad attenderlo trova una delle grandi “ombre”[1] che segneranno la sua carriera: Wynstan Hugh Auden.
Nello stesso anno Brodskij giunge negli Stati Uniti, e qui, finalmente riconosciuto e libero, viene assunto come docente di Storia della Letteratura Russa e Teoria del Verso presso l’Università del Michigan. Qui comincia quella che può considerarsi la seconda vita dell’autore, tanto che pure il nome, per traslitterazione, prenderà un’altra forma: Joseph Brodsky.
Nonostante il successo riportato in America, l’autore in patria continua ad essere ostacolato dal governo, tantoché ai genitori sarà vietata per 12 volte la possibilità di lasciare il paese per visitare il figlio e viceversa, a Brodskij stesso, sarà proibito di rientrare in Russia per il funerale del padre prima e della madre poi. Eppure, l’amore di Brodskij per la propria patria non si spense. Non rinnegò mai la terra che gli diede i natali. Vivendo negli Stati Uniti Brodskij apprese l’inglese, lingua con la quale scrisse e pubblicò anche tre saggi: Less than One, On Grief and Reason, Watermark. Tuttavia è lo stesso autore che così si esprime sul suo sentirsi diviso tra due mondi e tra due lingue:

Dopo dodici anni, certe frasi, certe espressioni, mi vengono naturalmente in inglese. E tuttavia, sento una vocina che mi dice: no, Joseph, non tradire la tua cultura, i tuoi ricordi, la tua lingua. Ma più mi dico di no, più so che devo cedere alla tentazione: perché le tentazioni, se non le ascolti, possono trasformarsi in nevrosi.

Una condizione di scissione si verifica in Brodskij. Tale condizione non è però totalmente scelta, ma imposta dall’allontanamento dalla propria patria. Tanto che diventa fondamentale per colui che erra rimanere agganciato, almeno con la memoria, alle proprie radici. È per questa ragione che la memoria si fa centrale nella poetica di Brodskij.

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.[2]

Il tema della persistenza, l’idea di lasciare tracce, la speranza di lasciare tracce. È il tempo inteso come memoria che spinge, più d’ogni altra ragione, Brodskij alla scrittura. È un desiderio di permanenza il suo e non dovrebbe stupire data la condizione del poeta, costretto all’esilio, lontano da tutto quanto gli era familiare. Inoltre la memoria, se può garantire qualcosa, non è tanto la permanenza o l’eternità, quanto piuttosto l’unitarietà, la capacità di tenere insieme le cose, di far sì che non ci si disperda, anche come individui. Costantemente nelle poesie di Brodskij appaiono e scompaiano immagini di passaggi, orme più che piedi, ombre più che corpi. Tutto è contraddistinto dall’evanescenza e dal vuoto. Quanto può rimanere non è il soggetto, ma il suo versum, il solco che lascia dietro di sé.

Così alitando sul vetro, si tracciano
le iniziali di coloro alla cui assenza
non ci si può rassegnare.

È come se per Brodskij l’indizio, la traccia fossero attestazioni di presenza, le uniche certezze possibili circa ciò che esiste e ciò che è esistito.

La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.

Ricorrono immagini di ombre, orme e tracce, tutto ciò che, di riflesso, ammette o conferma che qualcosa è stato. Una pausa dal vano e dal vuoto che, però, si colma con l’indiretto. Non siamo noi che restiamo, ma la nostra scia. Questa consapevolezza, questo pensiero sull’effimero rende Brodskij capace di lasciarsi attraversare e attraversare il corso del tempo. Addirittura il paradiso, così come viene immaginato dal poeta, è semplicemente un luogo dove:

Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Ed è Brodskij stesso che sottolinea l’importanza del concetto di tempo nella sua poetica:

Ad ogni modo, in poche parole, il mio interesse principale è la natura del tempo. Ecco quello che mi interessa di più. Quello che il tempo può fare ad un uomo.[3]

Non è un caso che la poesia di Brodskij veda come protagonisti spesso e volentieri gli oggetti. C’è onestà negli oggetti, c’è persino empatia. Tanto che appare chiaro da alcune liriche brodskijane che proprio gli oggetti si possono fare tramiti e specchi della condizione umana, che è condizione di solitudine. Dagli oggetti si evince anche un’altra lezione sulla natura dell’uomo, la cosa infatti ricorda all’essere umano il concetto, indimenticato in Brodskij, della finitezza.

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine.

Nei componimenti di Brodskij non c’è quasi mai spazio per l’umano. Lo spazio non è il regno dell’uomo, ma il regno del vuoto, delle cose, del silenzio. È quasi impossibile trovare nel poeta russo la folla, ovunque si posi il suo occhio non c’è nessuno. Anche nel momento in cui Brodskij incontra nel suo osservare l’uomo, questo sempre si tramuta in altro.

Nei piccoli paesi la gente non dalla faccia viene
riconosciuta, ma, nelle lunghe file, dalla schiena;
di sabato si mettono all’indiana
uno dietro l’altro, come nel deserto una carovana.

Questo genere di visione, che spesso si ripete in Brodskij, dà forma ad un sentimento costantemente presente nel poeta, la percezione della propria solitudine, in quanto esule certo, ma, anche in quanto essere umano. Emerge nella sua poetica l’idea che l’oggetto sia più forte. I nomi, le persone ed i luoghi sono fragili, vengono oscurati dalla “nebbiolina che entra nella stanza” della memoria. Le cose sono più forti, tanto che:

In loro non c’è bene, né male
di fuori. Se penetri dentro: niente di niente.

Il poeta Iosif Brodskij nel suo studio
2 Iosif Brodskij

 

La lontananza, la distanza sono per Brodskij nient’altro che spazio che divora il tempo e con questo anche la parola, anche la memoria, lasciando alle sue spalle solo resti, incapaci per natura di colmare la mancanza. La poesia di Brodskij è come una confessione, fredda, cinica. Ciò che emerge è che il tempo spazza via le cose, non c’è attaccamento, non c’è memoria che basti per conservare. È per questo che la sua poesia non è mai patetica, non c’è autocommiserazione. Solo in rari casi si può vedere nei suoi componimenti un qualcosa che somigli ad un desiderio. Alla luce di questa concezione del conflitto tra spazio e tempo, risulta quasi logico rintracciare in Brodskij una certa sfiducia nei confronti della memoria. È forse anche per questo che la sua scrittura, specie una volta giunto negli Stati Uniti, si fa frammentaria, discontinua. Lo spezzarsi del verso è forma dello sbriciolarsi del contenuto memoria. Il passato, così come il presente di chi perde il passato, non viene scansionato come un qualcosa di orizzontale e sequenziale. Questo tipo di memoria influenza la visione del reale, la rende simile ad una composizione di frammenti e schegge di vetro che, spesso, feriscono l’occhio del poeta. Questo senso di sfiducia colpisce anche in quelle rare liriche che Brodskji dedica a Marianna Pavlovna Basmanova (M.B.) la donna che sposò e dalla quale ebbe un figlio, Andrej. Pure nelle poesie che, banalmente, potremmo definire d’amore, Brodskij tasta il polso dell’impermanenza. La distanza nel tempo e nello spazio genera un lento decorso, una malattia terminale: l’oblio.

Come ci chiamavamo, tu ed io, non ha
importanza; basta dire per me cinghia per te camicetta,
per vedere nella specchiera (come fare la carità
a un cieco) che conviene a noi appunto l’anonimia,
come in fondo a ogni cosa viva, cancellata dalla faccia della
terra, quando comandano in silenzio “fuoco!” tutte le cellule.
Le cose hanno dei limiti. La lunghezza, anzitutto,
l’incapacità di spostarsi. E il nostro diritto
al “qui” non si estendeva oltre l’ombra che in una giornata chiara
sopra i mucchi di neve cadeva dalla legnaia
a cuneo. Con lo sguardo in un altro paesaggio, questo cuneo
acuto riterremo che sia il nostro gomito comune
che sporge in fuori e, come nel proverbio russo,
mordere non è dato a te o a me,
né tanto più baciare. In questo senso
noi due ci siamo uniti; anche se
il letto non ha fatto neppure uno scricchiolio.
Esso ora è il mondo intero, con una porta sul lato,
ma anche quella porta – che sa solo le cose per sentito dire –
serve soltanto per andare via.

Eppure, va detto, non c’è solo rassegnazione in Brodskij, tutt’altro:  ha affrontato l’esilio senza drammatizzarlo, così come ogni esperienza vissuta. Nella sua vita si sono susseguiti uno dopo l’altro eventi che avrebbero potuto piegarlo. Tuttavia niente di tutto questo è avvenuto, Brodskij è riuscito a mantenere una visione lucida, triste a volte, ma non disperata. Non c’è autocommiserazione nella sua storia. Le parole si ergono dritte, resistenti, pur nella consapevolezza che tutto svanisce. Ed è qui che, forse più che in ogni altro spunto, si può cogliere la grandezza di un uomo, di un intellettuale, di un poeta. Nelle parole di Brodskij si assiste al coraggio di voler persistere, senza ingannarsi, poiché a certi uomini la tigna dell’oblio il senno corrompe, e Brodskij lo sa. Da qui la meraviglia che può ingenerare in lui la visione fragile della Farfalla. L’animale che non può vivere più di ventiquattrore e al quale non è stata data in dono nemmeno la parola per lamentarsene.

 

Farfalla

 

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.

 

XIII

 

Ti dirò “Addio”?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

 

XIV

 

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.[4]

Copertina dell'edizione Adelhi di "Poesie"di Iosif Brodskij
3 Iosif Brodskij, Poesie, Adelphi, Milano, 1986

 

È difficile poter aggiungere qualcosa, senza recar danno, ad una poesia di questo genere. Giusto un’ultima riflessione, abbiamo detto precedentemente di come Iosif Brodskij percepisca la certezza e la paura dell’impermanenza, ma come allo stesso tempo affronti tutto questo senza drammatizzare, senza rendersi eroe. Tanto che, come egli stesso disse, gli fu necessario:

di non alzare la voce, ma, al contrario, di diminuire la voce.

Lasciamo alle sue parole, pronunciate durante la premiazione del Nobel per la Letteratura del 1987, il compito di descrivere chi e cosa è un poeta.
Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcool. Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta.
Il 28 Gennaio 1996 viene seppellito, su sua espressa richiesta, nella città che tanto amava, Venezia. Finalmente riabilitato e pubblicato ovunque, Russia compresa, Brodskij vede realizzata la sua speranza:

I poeti ritornano sempre, in carne o sulla carta. Voglio credere che ambedue siano possibili.

Questo articolo è solo un piccolo invito a che i poeti non finiscano mai per essere dimenticati e possano ritornare sempre.

 

[1] Così si esprime Brodskij nel 1987 alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura riguardo i suoi cinque grandi maestri: Osip Mandel’stam, Marina Cvetaeva, Robert Frost, Anna Achmatova, Wystan Hugh Auden.

[2] I. Brodskij, Serie di osservazioni. Angolo caldo, da Poesie, trad.it. Giovanni Buttafava, Adelphi, Milano, 1986, p. 47. Le poesie contenute nell’articolo, sono principalmente tratte da questa edizione.

[3] S.Birkerts, Intervista con Iosif Brodskij, Edizioni Minimum Fax, Roma,1996, p. 4.

[4] I. Brodskij, Poesie, p. 29.

 

Matteo Fiorucci, perugino, classe 1989, nel dicembre del 2012 pubblica Scomparire, una raccolta di novantaquattro testi poetici, scritti tra il 2010 ed il 2012.  Nel gennaio del 2013 inizia la sua collaborazione al blog letterario Mia madre era un pesce. Nello stesso mese apre il proprio blog letterario: Il diavolo in corpo. Nel luglio del 2014, tre suoi componimenti in versi sono stati selezionati per una collettanea dal titolo: Poeti Umbri Contemporanei, edita da Il Formichiere. Collabora come aiuto-regista e drammaturgo con la compagnia teatrale Occhisulmondo diretta da Massimiliano Burini. Nell’ultimo anno, in collaborazione con l’arte-terapeuta australiana Virginia Ryan, ha realizzato un documentario sui processi d’integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo per mezzo dell’arte e dell’espressione artistica in genere. Il documentario verrà presentato allo Edinburgh International Film Festival. Si occupa anche di fotografia d’arte contemporanea e di fotografia di scena.