L'autore di "A Rebours" (1884), Joris-Karl Huysmans
1 Joris-Karl Huysmans

 

Indubbiamente, non gli rimaneva alcuna rada, alcun approdo. Cosa sarebbe stato di lui in quella Parigi dove non aveva né famiglia né amici? Nessun vincolo lo legava più a quel faubourg Saint-Germain tremolante di vecchiaia, che si squamava in una polvere di desuetudine, giacente nella società nuova come un guscio vuoto e decrepito! E quali punti di contatto potevano esserci tra lui e quella classe borghese che a poco a poco s’era innalzata, profittando di tutti i disastri per arricchirsi, suscitando tutte le catastrofi per rendere rispettabili i suoi oltraggi e le sue ruberie?
Dopo l’aristocrazia della nascita, era la volta dell’aristocrazia del denaro: era il califfato delle botteghe, il dispotismo di rue du Sentier, la tirannia del commercio di idee grette e venali, degli istinti vanitosi e furbi. Più scellerata, più vile dell’ormai spoglia nobiltà e del clero decaduto, la borghesia aveva mutuato da essi l’ostentazione frivola, la caduca iattanza, degradandole con la sua mancanza di saper vivere, rubando i loro difetti li aveva convertiti in vizi ipocriti; e, autoritaria e sorniona, servile e codarda, mitragliava senza pietà la sua vittima necessaria ed eterna, il popolo minuto, a cui essa stessa aveva tolto la museruola e messo all’agguato per saltare alla gola delle vecchie caste!
Adesso, era un fatto acquisito. Una volta esaurita la sua necessità, la plebe, per misura igienica, era stata dissanguata: il borghese, rassicurato, troneggiava gioviale, con la forza del suo denaro e il contagio della sua dissennatezza. Risultato del suo avvento era stato l’annullamento di ogni intelligenza, la negazione di ogni rettitudine, la morte di ogni arte, e in effetti gli artisti avviliti s’erano inginocchiati, colmi di ardore e divoravano di baci i piedi fetidi dei grandi ruffiani e dei piccoli satrapi le cui elemosine li facevano vivere!
C’era, in pittura, un diluvio di sciocchezze senza nerbo; in letteratura, un’intemperanza di stile sciatto e di idee vili, giacché all’affarista mestatore serviva dell’onestà, c’era bisogno di virtù per il filibustiere che cercava una sistemazione per il figlio e si rifiutava di pagare la dote per la figlia; di amore casto per il voltairiano che accusava di stupri il clero, e se ne andava ipocritamente, bestialmente, privo della vera depravazione dell’arte, in certe torbide stanze, a fiutare l’acqua unta nelle catinelle e la polvere tiepida di gonnelle sudice!
Era la grande galera dell’America trasportata sul nostro continente; era infine, l’immensa, la profonda, l’incommensurabile villania dei finanzieri e dei parvenus, che s’irradiava, come un sole abbietto, sulla città idolatra che, ventre a terra, eiaculava cantiche impure dinanzi all’empio tabernacolo delle banche! “Crolla dunque, società! muori dunque, vecchio mondo!” esclamò des Esseintes, indignato per l’ignominia dello spettacolo evocato; quel grido ruppe l’incubo che lo opprimeva.
“Ah! fece, e dire che tutto ciò non è che un sogno! che sto per rientrare nella turpe e servile baraonda del secolo!” Per placarsi chiamò in aiuto le consolanti massime di Schopenhauer; si ripeteva il doloroso assioma di Pascal: “L’anima non vede nulla che non l’affligga, quando medita”, ma le parole risuonavano, nel suo spirito, come suoni senza senso; il suo tedio le disgregava, toglieva loro ogni significato, tutta la virtù sedativa, tutto il vigore dolce ed efficace.
Si rendeva conto, infine, che tutte le ragioni del pessimismo erano impotenti a dargli sollievo, che solo l’impossibile fede in una vita futura sarebbe stata rassicurante.
Un accesso di rabbia spazzò via, come un uragano, le sue prove di rassegnazione, i suoi tentativi di indifferenza. Non se lo poteva più nascondere, non c’era nulla, più niente, tutto era raso al suolo; i borghesi si abbuffavano come a Clamart, una salvietta di carta sulle ginocchia, sotto le rovine grandiose della Chiesa ch’era divenuta luogo d’appuntamenti, un ammasso di macerie, insudiciate da lazzi inqualificabili e scandalose facezie. E chissà se, per mostrare una buona volta che esiste, il Dio terribile del Genesi e il pallido Schiodato del Golgota non stavano per rianimare cataclismi spenti, riaccendere le piogge di fuoco che già consumarono le genti dannate e le città morte? O il fango avrebbe continuato a colare e a coprire con le sue sanie questo vecchio mondo dove non si semina più che iniquità e si miete null’altro che obbrobrio?
La porta si aprì bruscamente; sul fondo, inquadrati dagli stipiti, comparvero degli uomini con in capo il tricorno, le guance rasate e una mosca sotto al labbro, maneggiavano casse e carreggiavano mobili, poi la porta si richiuse alle spalle del domestico che portava dei pacchi di libri.
Des Esseintes cadde, spossato, su una sedia. “Tra due giorni, sarò a Parigi; coraggio – mormorò – è tutto finito davvero; come un maremoto, le onde della mediocrità umana montano fino al cielo e vogliono inghiottire il rifugio di cui, mio malgrado, io stesso apro le dighe. Ah! mi manca il coraggio e il cuore mi si spezza! Signore abbi pietà del cristiano che dubita, dell’incredulo che vorrebbe credere, del forzato della vita che s’imbarca solo, nella notte, sotto un firmamento non più rischiarato dai fari dell’antica speranza”.

(Traduzione di Giorgio Pangaro)

 

Nota
Sono solo poche righe, le ultime di À rebours di Joris-Karl Huysmans (Parigi 1848-ivi 1907). Naturalmente il titolo del brano scelto non è di mano dell’autore. Nel romanzo, considerato alla sua uscita (1884) la bibbia del decadentismo, attraverso la figura di des Esseintes, Huysmans tratteggia e riassume, come scrive Marc Fumaroli, “i torpori, i languori, le nevrosi venefiche e perverse del secolo che sta per finire”. Buon fiuto ebbe il suo contemporaneo Barbey d’Aurevilly, che dopo la lettura di À rebours predisse al suo autore un drastico aut-aut: o spararsi o convertirsi! Di fatto la conversione al cattolicesimo di Huysmans non si fece attendere molto, e l’ultima parte della sua vita la dedicò a comporre opere devozionali. L’abbiamo tradotto perché ci sembra che volendo, e senza sforzo eccessivo, si possano cogliere interessanti analogie con un’altra fine secolo e, volendo ancora, con questo inizio millennio.