Quella del titolo è una classica frase fatta, si traduce così: Mia Madre (è una cuoca molto brava). L’ho trovata in un vecchio vocabolario italiano-esperanto. Quel che resta, il poco che resta, di miaP. G. Honigmann: foto di sua madre madre. Due o tre fotografie. Una, in particolare, mi è cara: è molto giovane, forse i suoi vent’anni. Non lo so, non lo saprò mai. Non ci sono documenti, non ci sono memorie trasmesse. In quella fotografia lei è molto bella. Io non l’ho mai vista così. Forse è stata presa durante la cattività siciliana. Era la più piccola della famiglia, e poco prima che venissero emanate le leggi razziali venne mandata in Sicilia, da amici. Per scaramanzia, diceva lei, ma credo fraintendesse l’esatto significato del termine. Era la famiglia di un medico, amico e collega del nonno, e mia madre, così raccontava lei, lavorava come assistente del medico di cui, non ho le prove, ma ne sono certo, divenne l’amante. Quando tornò a Trieste, nel ’46, non c’era nessuno ad attenderla. Sarà stata la Risiera, sarà stato qualche altro campo, non fa differenza. Non c’era più nessuno. Ora, quando io dico che era matta, esagero forse, ma pure fosse stato ne aveva ben donde. Non ricordo di lei, o se preferite, da lei, un solo gesto affettuoso. Non riuscì neppure ad allattarmi, le venne (si fece venire?) una mastite che a lei costò la rescissione di una mammella, a me causò un ittero neonatale che mi fece trascorrere i primi tre mesi di vita in isolamento, al Burlo Garofalo. Il nostro è stato un rapporto a distanza, fin dall’inizio.
C’era un’altra fotografia, ma questa non so dove sia finita, che ci ritraeva tutti e quattro il giorno della mia cresima (lei l’aveva ribattezzato barmizzau): mia madre giganteggia in primo piano tenendo in braccio mia sorella piccina, accanto a lei mio padre che a malapena le arriva alle spalle (sottoscaio si diceva da noi), infine io, magro e imbarazzato che tento di mettere in mostra l’orologio, una patacca, avuto in dono. In completo di pipita (in italiano pepita, ché la pipita è una patologia aviaria) con i pantaloni corti. Avevo pianto per quei pantaloni: i miei compagni avevano avuto tutti i pantaloni lunghi, mi sentivo ridicolo con le mie gambine magre e le calzette penzoloni Io che al catechismo ero stato il più bravo, che avevo avuto l’onore di leggere due poesie dal pulpito, l’unico della classe capace di leggere tutte le doppie consonanti (nel nostro dialetto non esistono le doppie), di rispettare la punteggiatura e di far sentire le pause. Ma non c’era stato niente da fare: lei era stata irremovibile: era troppo presto per i pantaloni lunghi. Faceva freddo e c’era la bora che toglieva il fiato, e lei, sorridendo, mi diceva di mettere dei sassi in tasca che altrimenti siora bora m’avrebbe portato via.
La sera, d’inverno, si andava presto a letto, stavamo tutti in una stanza – c’era una sola stanza, la miseria era nera, e vera – e così, ammucchiati per scaldarci, sentivamo la radio. Ricordo mia madre che piangeva, seduta davanti alla radio, erano i primi giorni di novembre del ’56. I carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria e lei aveva paura, potevano arrivare dovunque. Forse si doveva scappare un’altra volta. Non è stato necessario.
In casa, come tutti quelli che conoscevamo, si parlava in dialetto, a scuola ci insegnavano a parlare in lingua, ma quando la discussione tra i genitori verteva su argomenti che noi bambini non dovevamo capire, allora la lingua che usavano era una strana miscela di tedesco della bassa Austria infarcito di vocaboli sloveni, jiddish e serbo-croati, tutti di origine dialettale, pronunciati in maniera deforme e legati in una costruzione sintattica del tutto idiosincratica e irripetibile. Tartaifel era il mio soprannome. Mi ci è voluto del tempo per scoprire che era la versione familiare di Der Teufel.
L’ho sognata una sola volta, e non è stato un bel sogno. Del resto ho sognato una sola volta anche mio padre, madre di pg honigmannmeschino, e quello è stato davvero un incubo. Non li descriverò quei sogni, li tengo per me, sono parte della mia riserva di paure.
Mia madre si dilettava di esperantismo. Cucinava molto bene il pesce, che però non mangiava. Nella vecchiaia s’era un po’ ammorbidita, a volte piangeva. Solo un attimo, due lacrime, e subito si schermiva. Poi si riempiva le tasche del soprabito con gli avanzi della cena e andava a nutrire i gatti randagi.

 

Non sono un collezionista (e mal sopporto la smania del collezionismo).
Sulla parete accanto al mio tavolo da lavoro è appesa una vecchia riproduzione fotografica, iFranz von Stuck, "Die Sunde", 1893, olio su tela, 95x60, Neue Pinakothek, Monaco di Bavieran bianco e nero ovviamente, di un celebre dipinto di Franz von Stuck, Die Sünde, Il Peccato. Rappresenta una giovane donna, Eva naturalmente (a me piace pensarla/o un ermafrodito), che indossa come stola un enorme serpente. Nessuna mela. Solo il suo seno nudo, i suoi occhi e quelli del serpente. Possiedo anche una litografia di Arturo Carmassi, l’ho Carmassi, Ermafroditocomprata tanti anni fa, è un profilo di giovanetto, di lui sono certo che sia un ermafrodito. L’ho comprato proprio per questo motivo. Un disegno, opera di un amico che non vedo da oltre trent’anni, un gabbiano prigioniero con le ali sghembe, triste, disperato e disperante. Due xilografie che raccontano l’inizio di una stodisegno di un gabbianoria d’amore durata quattordici anni. In realtà non sono stati quattordici anni d’amore, c’è stato di tutto, anche l’amore. Le xilografie le fatte lei e me le ha donate. Due minuscole stampe, trovate su una bancarella di Monaco, la prima mostra Faust al tavolo da lavoro, serio e pensoso, di fronte a lui Mefistofele, altrettanto serio, lo guarda. La seconda ci mostra un gentiluomo in abiti seicenteschi, in piedi nel mezzo di un chiaro del bosco, l’ombra che proietta a terra si allunga alle sue spalle, s’innalza verso il cielo e inquadra come cornice l’immagine di una giovane donna ignuda. Il titolo è Geist und Schönheit, spirito e bellezza, così Walter Helfenbein (Dresda,1893-1984) simboleggia il Dalla serie "Frammenti" di Walter HelfenbeinNeoumanesimo. Una tecnica mista, della serie Frammenti, opera del mio amico Alessandro René Magritte, "La Reproduction Interdite" (La riproduzione vietata), 1937, olio su tela, 81,3x65, Museum Boijmans Van Beuningen, RotterdamRossi, è appesa in camera da letto. Due antiche vedutine di Venezia e la copia di un Magritte, La Reproduction interdite (a lato dello specchio del bagno, a guisa di memento), completano il materiale iconografico che ho raccolto sinora. Mi basta. Certo mi piacerebbe, svegliandomi al mattino, trovare davanti agli occhi insonnoliti un vaso di rose di Giorgio Morandi, o una capra volante di Chagall, o un ritratto di Annetta Giacometti fatto da suo figlio. Per non dire dell’incanto de La lattaia di Veermer, o alzarmi con l’immagine di un Pollock, uno qualunque. Ma so bene che è follia il solo desiderare.
La bellezza sta negli occhi di chi guarda, non so chi l’ha detto, ma ci credo solo in parte. Per finire: la casa è comunque piena d’immagini, fotografie dei figli, dei nonni, stampe, disegni e acquerelli fatti dal figlio piccolo. Mia moglie ama raccogliere tutto e tutto conserva, appende, cataloga, riempie album di fotografie. Una famiglia è fatta anche di questo. Ma non è collezionismo: è memoria, affetti comuni, lotta contro il tempo che tutto consuma. Non escluderei anche una vena, sotterranea ma non del tutto repressa, di attrazione per l’ermafrodito.

 

Un ritorno a casa. Mio malgrado.
Non amo tornare nella città ventosa. Troppi ricordi. Troppa sofferenza. A volte però è proprio necessario. Quella volta in particolare si trattava di una questione di eredità Sciocchezze in termini economici, ma il notaio che m’aveva convocato era stato irremovibile: non ci fossi andato non si sarebbe sbloccata neppure la quota di mia sorella. E lei ci teneva, per onorare, così mi disse, la memoria di nostra madre. Ci andai e col notaio sbrigammo il tutto molto rapidamente. La prima cosa che pensai fu di ripartire immediatamente, ma il pomeriggio autunnale era davvero magnifico. Il cielo terso, il Carso che cominciava a rosseggiare e il mare una miriade di scintillii. Era davvero troppo invitante. Scesi dall’autobus alla Stazione Ferroviaria, ma invece di andare alla biglietteria mi incamminai verso le rive. Speravo in cuor mio di non fare nessun incontro, o, l’avessi pure fatto, dati i molti anni trascorsi, mi restava la speranza di non venir riconosciuto. Da quando me n’ero andato avevo troncato tutti i rapporti. Quelli dell’infanzia erano finiti quando andammo ad abitare in un brutto quartiere periferico, ma quelli dell’adolescenza, e soprattutto Molo Audace, Triestequelli della giovinezza ancora mi pesavano come un rischio di dover rivivere tempi e luoghi e avvenimenti che avevo spazzato dalla memoria come non grati. Mi misi a sedere su una delle scalette del molo Audace. Fumavo con le gambe penzoloni e la testa che vagava in un vuoto piacevole, riposante. La bellezza del tramonto sul mare ha qualcosa d’incomparabile, ne ho visti molti, ma nessuno somiglia a questo, che quando sta per terminare ti giri verso la piazza con i palazzi infocati dagli ultimi bagliori rossastri. piazza di TriesteNon c’è costruzione ekfrastica che ne renda ragione. E nella fotografia, per quanto il più possibile fedele, manca una componente fondamentale: l’odore, A volte profumo di salsedine, altre volte lezzo di alghe imputridite. Facile perdersi nelle fantasie più azzardate. Quella volta però non feci in tempo. Un gridolino gioioso, Giginooo!, io non mi chiamo Luigi, come sarebbe ovvio pensare dal vezzeggiativo, ma lei m’aveva sempre chiamato così. Siamo stati quasi parenti. Per un periodo, neanche tanto breve, ero stato fidanzato con sua sorella. Lei con me era stata sempre molto affettuosa ed io le volevo bene davvero. Ma quando era finita la storia con sua sorella io, come uso fare, avevo troncato i rapporti con tutta la famiglia. Era una ragazza, all’epoca, molto bella, solare, disinibita, corteggiatissima e molto chiacchierata, come è inevitabile che sia in una città, che se pur si vanta di essere multietnica, porto di mare, terza capitale dell’impero (dopo Vienna e Praga, ma pure quarta se ci mettiamo anche Budapest, dove è nato mio nonno) si tratta pur sempre di una cittadina provinciale. Ci abbracciammo, come si dice, con grande trasporto. Ero stupito di quanto fossi contento di vederla. Fosse stata sua sorella non so come mi sarei sentito, certo non così tranquillamente felice. La tenevo così abbracciata quando vidi due lacrime che le stavano scendendo lungo le guance. Mi commossi anch’io, sono un finto cinico ma un sentimentale vero. Istintivamente la strinsi più forte, forse troppo. Sentii un lamento, un sussurro quasi, ma inequivocabile. Ci sciogliemmo dall’abbraccio e ci guardammo a lungo. Solo allora m’accorsi che la sua silhouette aveva qualcosa di irregolare. Era incinta. Di cinque mesi mi disse, e così dicendo mi prese le guance tra le mani e mi diede un bacio lungo, dolce e disperato. Ero lì muto e immobile, (un cretino vestito e incalzato, diceva mia madre quando rimanevo basito davanti ai suoi repentini cambiamenti d’umore), e ora lei piangeva davvero, tranquilla, senza sussulti, grosse lacrime, e non faceva nulla per asciugarle né tantomeno per trattenerle. Poche parole, e arrivammo presto al bambino in arrivo. La gravidanza le dava qualche problema, dolori alla schiena, il seno che, naturalmente prosperoso, ingrossandosi ulteriormente era un vero peso da portare, un po’ di flebite che la obbligava a stare per ore stesa con le gambe sollevate. Niente di grave, doloretti sopportabili, chi più chi meno tutte le donne ci passano. Le chiesi come l’avrebbe chiamato, è una cosa che si fa. Se maschio, se femmina. La lotteria dei nomi. Si mise a ridere, rideva forte, e intanto s’era fatto buio. Eravamo seduti sulla scaletta tutti e due, qualche passante ci gettava un’occhiata, incuriosito. Ah, il nome. Il nome. Mah, senti Gigino, il nome non sarà un problema. Il vero problema, il guaio potremmo chiamarlo, sarà il cognome. E riprese a ridere a piena gola. Non sembrava una risata di schietta allegria.