classica rappresentazione del concetto di fiducia

1. Il termine “fiducia” , secondo il grande etimologo Giacomo Devoto, deriva, come la parola “fides”, dalla radice BHEIDH, largamente attestata nelle aree italica e greca. Da questa radice deriva anche la parola latina “foedus”, che vuol dire : patto. [1]
Termini corrispondenti, tutti derivanti da tale comune radice, circolano anche in altre lingue europee: faith, foi ecc. A questa massiccia presenza linguistica non sembra tuttavia corrispondere una familiarità con il significato di questo termine. Oggi fidarsi è difficile. Patti se ne fanno, ma sembra difficile avvistare l’intimo nesso tra il patto e la fiducia.
Fidarsi è forse sempre stato difficile, ma tanto più oggi in assenza di riferimenti forti a livello veritativo, etico e istituzionale. Fidarsi: tale atto implica, nella sua struttura che l’io, la persona il soggetto o come vogliamo chiamarlo, abbandoni un dominio, un controllo del suo rapporto sia con se stesso sia con gli altri. A differenza di altre stagioni dell’umano, nella attuale società una padronanza cosciente in grado di controllare i propri atti sembra una prerogativa indispensabile dell’individuo, comunque  del cittadino.
Non é sempre stato così: nelle tradizioni antiche, sia molto primitive, sia mediterranee, pagane e/o ebraico-cristiane, l’individuo è stato concepito come suscitato e appartenente a una tribù, a un clan, al corpo di un popolo o di un chiesa. L’altro, l’altro uomo, simile a sè, benevolo o ostile che sia, è stato concepito come un partner, costitutivo, strutturale della propria (?) esistenza.

2. Senza il fidarsi infatti il piccolo d’uomo non potrebbe sopravvivere e crescere e lo sviluppo del suo percorso non può sostenersi su un compiuto dominio di sé e dei suoi rapporti ed azioni.  È pur vero che il fidarsi implica il rischio di una perdita, il rischio di perdere, ma d’altra parte senza tale rischio non è vivibile una vita umana che implica, per sua natura, i legami sociali.
Il piccolo d’uomo non può esistere e crescere se non fidandosi, della mamma, del papà, del maestro, dell’amico, della moglie. Nonostante il fatto che tutti costoro non siano sempre, alla lettera, affidabili,  permane la considerazione, non obiettabile, che il citato piccolo d’uomo senza di loro non sarebbe sopravissuto in quanto essere umano e, nella difficile eventualità positiva, in modo ben rattrappito.

3. Esaminando la questione dal punto di vista dei legami sociali e della loro estrinsecazione , per esempio nelle pratiche commerciali, la questione del fidarsi assume, se fosse possibile, ancora più spicco. Ci si fida di ricevere una merce, ci si fida di riceverla non avariata, ci si fida che l’interlocutore farà quello che ha detto. D’altra parte incombe su tutti questi passaggi la possibilità di essere smentito.
Il foedus, il patto nell’antica Roma, fu una estensione, nelle più remote origini rituali e religiose, del fidarsi. Si pensi al rapporto fra patrizi  e plebei. Si pensi al patto con i vinti che venivano successivamente “federati”, per cui Roma scommetteva sulla loro fedeltà al punto di coinvolgersi a loro difesa fino alla guerra totale come se fossero cittadini romani. Un patto dunque carico di queste connotazioni ad un tempo di fiducia/fedeltà e di rischio ha costituito storicamente Roma antica come il più solido formidabile istituto politico e la più formidabile macchina da guerra.
rappresentazione del concetto di fede

4. La fiducia, così intesa, si chiama fede. Questo modo del credere è proprio delle tradizioni religiose. La tradizioni religiose hanno apportato un sostegno alla fiducia perché hanno portato un senso. Un senso implica una certa signoria sul tempo e quindi una forma di salvezza: salvezza dal nulla di senso e dalla distruzione.
Nelle tradizioni religiose questa modalità di credere è oggettivamente un appartenere, soggettivamente un aderire. Nella società secolarizzata in cui viviamo le appartenenze  si attenuano a causa dell’azione livellante e segregante della strutture capitalistiche che necessitano di esseri umani individualisti e asserviti ai ritmi di produzione delle grandi centrali finanziarie e tecnocratiche. Si attenua perciò nella persona il senso della mancanza, della sproporzione fra sé e un compito che lo supera, in qualche modo concepito come trascendente e unificante: salvo che nei fondamentalismi odierni che prendono la scorciatoia di un Dio dispotico oggetto di una ideologia che assorbe il senso della mancanza, dell’altro, della morte.

5. Il fidarsi dunque costituisce uno degli aspetti più decisivi della realtà umana nei suoi legami. Tuttavia non ci si fida, tendenzialmente di nulla e di nessuno. In questa società “liquida”, secondo la definizione di Bauman,  che cosa potrebbe collocare l’uomo, identificarlo, cioè pensarlo nel giunto fra il passato e il futuro se non la “fiducia”?
La fiducia è la necessaria cerniera fra il passato e il futuro. La fiducia parte da una memoria (il passato) e proprio in forza di questo apre e rende accessibile un “futuro”. Nell’ “altro” l’io ha in qualche modo creduto, ha avuto almeno in qualche momento sollievo, affettivo, religioso, estetico, economico. Ha rischiato e l’altro gli ha risposto. Quando l’altro risponde l’individuo umano ri-nasce, si sente ri-conosciuto.
Del resto senza il fidarsi il futuro è impossibile. Il futuro infatti non può essere un mero programma. Il programma, anche se nei voti e nei modi in cui ce lo rappresentiamo può essere  collettivo, è in realtà, nella migliore delle ipotesi, l’esercizio di un dominio, che è, in quanto tale, esposto al pericolo e al fallimento.
Che cosa allora abilita a tenere insieme la memoria e la promessa? Il passato e il futuro? La fiducia è quel programma, sui generis, che non sopprime la speranza, il rischio, il cambiamento, l’alterità. La storia umana è stata storia quando si è inventata (invenire: in latino vuol dire sia inventare che trovare), quando si è inventato e trovato l’altro.
La fiducia implica una conversione, in senso puramente laico. Conversione significa, alla lettera, cambio di direzione, cioè cambio di sguardo, cambio di rapporti.
Credo che fidarsi non significhi solo e tanto apertura, dono, dono di sé, ma piuttosto e più radicalmente, un rischio, una struttura di rischio. Se si è corrisposti dall’altro, ciò che avviene non è solo un patto, ma un essere restituito all’origine del proprio desiderio.

 

[1] Cfr, GH, Devoto, Avviamento  alla etimologia italiana, Le Monnier, Firenze 1957, p.168.

 

Gianfranco Dalmasso ha introdotto il pensiero di Derrida in Italia con le traduzioni di La voix et le phenomène (1968; II ediz.1984) e di De la grammatologie (1969, II edizione aggiornata 1998) ed è curatore, con Silvano Facioni, dell’Edizione italiana dei Seminari pubblicata da Galilée. Tra le sue opere più recenti: Chi dice io. Razionalità e nichilismo (Jaca Book 2005), Hegel probabilmente. Il movimento del vero (Jaca Book 2015). Ha insegnato nelle Università della Calabria, di Roma Tor Vergata e di Bergamo. È condirettore di Phasis. European Journal of Philosophy e Presidente Onorario della della Società Italiana di Filosofia Teoretica.