Spettacolo teatrale di Human Beings, Perugia.
1 Babel, Nel Caso Cosa Cade (2015). Foto di Francesco Paolo

 

Nel 1994 iniziò a Perugia un’avventura, che dura tutt’ora, che ha visto coinvolte più di tremila persone provenienti da ogni parte del mondo. Si tratta del laboratorio teatrale interculturale Human Beings, ideato dall’associazione Smascherati! per far incontrare tra loro le molte anime di una Perugia tradizionalmente multiculturale: si cercava di costituire uno spazio dove persone e culture potessero avvicinarsi, mescolarsi, giocando tra loro nel cerchio del teatro. L’esperienza, che viene diretta dal regista e attore perugino (d’adozione) Danilo Cremonte, è diventata una pratica consolidata e importante per Perugia e la vita che la abita. Il laboratorio, che ha la sua attuale sede nella scuola Bernardino di Betto, conta infatti ogni anno numerosi iscritti (148 per l’anno 2014-2015) ed è solito proporre, alla fine di ogni percorso laboratoriale, uno spettacolo intessuto nelle improvvisazioni che sono state prodotte nel corso dell’anno. Uno dei pilastri fondamentali del laboratorio teatrale è infatti quello dell’improvvisazione, a cui si arriva attraverso un lavoro sul corpo, sullo spazio e sul contatto con gli altri. Le influenze teatrali di Danilo Cremonte – Jerzy Grotowsky, Tadeusz Kantor, Peter Brook, Pierre Byland, Pina Bausch, Bertold Brecht e altri – permeano l’atmosfera del laboratorio, che diventa una dimensione sospesa tra la vita quotidiana ed il sogno, la ricerca interiore, il bisogno di orizzonti nuovi e compenetranti. L’anno viene suddiviso in tre parti, ognuna delle quali tenta di occuparsi di un particolare aspetto del teatro. Il lavoro sul corpo e sul contatto con gli altri, il gioco con sé stessi e con il senso di ridicolo, l’improvvisazione, l’allestimento dello spettacolo, sono tutti terreni che i partecipanti al laboratorio Human Beings attraversano lungo lo snodarsi di un percorso che a poco a poco li rende più consapevoli di sé stessi e delle porte che il teatro è in grado di aprire.
È estremamente difficile scrivere di un laboratorio teatrale interculturale come Human Beings. Ci ho provato quando ho deciso di fare un’etnografia di questo strano laboratorio perugino per la mia tesi di laurea, seguendo l’attività di Human Beings per tutto l’anno 2014-2015 e partecipando alla realizzazione degli spettacoli Babel, Nel Caso Cosa Cade (messo in scena alla fine dell’anno) e The Bay of Dreams (allestito l’8 novembre nel ventre della Rocca Paolina). Nonostante l’enorme quantità di stimoli e di riflessioni che mi sono state regalate lungo il percorso, il risultato è stato inevitabilmente (e prevedibilmente) insoddisfacente, incompleto. Questo perché la scrittura serve a dare struttura al mondo, a fermare il flusso della vita in una forma durevole e facilmente intellegibile, ma che proprio per poter essere durevole deve rinunciare ad essere completa. Human Beings, al contrario, si colloca all’interno del flusso della vita che si trasforma instancabilmente e accetta di vivere in una dimensione sempre precaria e quasi inenarrabile, dove ci sono soprattutto (e prima di tutto) persone che si incontrano e un teatro che si fa ben prima di poterlo pensare, definire, collocare.
Nel corso dell’anno di laboratorio al quale ho partecipato, cercavo di capire quali dinamiche facessero di Human Beings un’istituzione tanto straordinaria nel nostro territorio. È da notare, infatti, come questo laboratorio abbia saputo farsi punto di riferimento per molti giovani, pensionati, lavoratori, studenti, immigrati, persone molto diverse tra loro – alcuni studenti di teatro, accanto a gente che il teatro non l’aveva ancora incontrato – chebhanno trovato in Human Beings una dimensione accogliente, abitabile, che in qualche modo migliorava le loro vite. Per quanto riguarda gli stranieri (che rappresentano la maggioranza degli iscritti), mentre negli anni scorsi si trattava soprattutto di studenti dell’Università degli Stranieri e di lavoratori, da qualche anno a questa parte sono sempre più presenti anche numerosi richiedenti asilo e rifugiati, provenienti prevalentemente dall’Africa saheliana e dal Pakistan, che trovano Human Beings nei primi mesi dal loro arrivo e ne fanno un centro privilegiato per socializzare e per crearsi una prima “mappa” del territorio.
Il successo del teatro interculturale di Danilo Cremonte risiede nel fatto di non essere un teatro “degli stranieri” o “per gli stranieri” ma un “teatro degli esseri umani e per gli esseri umani”, riesce cioè in quello che spesso risulta il passaggio più critico per le politiche d’integrazione: andare oltre le stesse categorie di “straniero” e di “italiano”, raggiungere uno spazio in cui ci si possa incontrare davvero, confrontandosi all’Altro aldilà e aldiquà dell’Alterità che gli è attribuita. Stando alla larga delle possibili derive folkloristiche di un teatro frequentato da stranieri, a Human Beings si evita di lavorare sulle persone come se fossero incarnazioni di ipotetiche culture (cristallizzate, immobili, definite soprattutto dall’immaginario di chi guarda) per concentrarsi, al contrario, su tutto ciò che fa realmente parte delle persone, come corpi densi di vita e anime affollate che hanno molto da dire, di sé e del mondo. L’interculturalità che fa parte del percorso laboratoriale è silenziosa e pratica, modella il gruppo attraverso i momenti condivisi e il fatto di essere tutti imbarcati nell’esperienza del teatro.
La convinzione di base, che fonda il laboratorio e si imprime silenziosamente su tutto ciò che dal laboratorio nasce e cresce, è che l’incontro anche fugace, anche effimero (purché autentico) tra esseri umani migliora il mondo e la società. Il teatro di Human Beings è un teatro dell’umano, molto vicino alle tracce lasciate dai rivoluzionari del teatro del Novecento, che da Jerzy Grotowsky in poi cercarono di ricollegare il teatro con il rito, con il sacro e con la ricerca infaticabile dell’uomo, il vero porto di partenza e di destinazione di ogni viaggio d’esplorazione teatrale. All’interno questo gruppo di persone che decidono di far parte di un laboratorio teatrale, si crea spesso un senso di comunità che di anno in anno si rinnova e che rende i partecipanti “cittadini” di Human Beings e “famiglia” gli uni per gli altri. Questa cittadinanza acquisita, questo senso di famiglia fondato sulla condivisione, restano importanti anche quando il laboratorio finisce ed il gruppo si scioglie perché ognuno possa prendere le proprie strade: di fatto, l’esperienza effimera ma intensa del teatro resta registrata nella memoria e nell’identità delle persone, che spesso ritorneranno a laboratorio come si ritorna a far visita a uno dei “posti speciali” della nostra vita e della nostra formazione. Molti tra quelli che invece restano a Perugia, invece, decidono di riprendere il laboratorio l’anno successivo, perché nel flusso incessante di persone che arrivano e ripartono hanno trovato qualcosa per cui vale la pena restare.

Babel, NelCasoCosaCade (2015)
2 Effimere (2013). Foto di Thomas Clocchiatti

 

Human Beings è, per i suoi partecipanti, un luogo di incontro e di rifugio. Probabilmente lo è anche tutto il teatro, o almeno quella parte di teatro più nitidamente illuminata da una vocazione sociale e sociopolitica. Il tipo di rifugio che Human Beings riesce ad offrire è quello di uno spazio relativamente protetto da dove è possibile lanciarsi in un viaggio d’esplorazione dentro sé stessi e verso l’Altro. In questo senso, non si tratta di un rifugio fatto per nascondersi, per sottrarsi alla minaccia del mondo (come lo sono i rifugi antiaerei o i campi profughi, creati per raccogliere persone in pericolo che vanno protette dall’ambiente esterno), ma di un luogo dove è possibile imparare cose nuove, immaginare, apprendere a “sentire diversamente”, conoscere altre persone e instaurare legami: un rifugio, insomma, che pur separato dalla vita quotidiana (nei tempi e nello spazio del laboratorio) è ad essa aperto e strettamente collegato.
Il laboratorio teatrale diretto da Danilo Cremonte è anche una forma di “scuola dell’attenzione”, uno spazio in cui il movimento, il gesto, la parola, l’oggetto e lo spazio possono assumere nuova intensità perché il lavoro viene rivolto alle domande più essenziali, quelle a cui nella vita quotidiana non si ha motivo di prestare attenzione: Da dove parte l’energia di un gesto? Cosa potrebbe essere, questo maglione, se noi non sapessimo che fosse un maglione? Cosa succederebbe se un’altra persona volesse spiegarci come funziona un maglione, ma noi non fossimo d’accordo?
Tutto, a Human Beings, dalla risata al modo di stringere una mano, fino alla realizzazione delle improvvisazioni che contraddistinguono il laboratorio, viene basato sul tentativo costante di perdere, almeno temporaneamente e almeno in parte, gli automatismi del corpo e della mente che ci permettono di affrontare la vita di tutti i giorni ma che allo stesso tempo ci impediscono di comprenderne molti aspetti. Il laboratorio invita le persone a esplorarsi dentro, prendendosi poco sul serio e prendendo invece molto sul serio il gioco del teatro, che fingendo di essere finzione aiuta a produrre nuove realtà e a indagare in profondità sulla condizione degli uomini che si cercano, si trovano, si perdono, si innamorano, litigano, giocano, si riconciliano, si salvano a vicenda.

Senza dove (2016)
3 Senza dove (2016)

 

Dopo un anno trascorso a laboratorio, mi è apparso chiaro che a Human Beings si abitava una zona di frontiera, dove lo spazio ed il tempo erano liminali. Al laboratorio teatrale ciò che si cerca di fare è di allentare la sorveglianza sui confini della nostra identità (non solo personale, ma anche culturale) per permettere un’esperienza più piena e più relazionale di ciò che si è.  Human Beings non colleziona differenze per conservarle, mantenerle, sottolinearle o valorizzarle nella loro presunta autenticità (come spesso accade in laboratori teatrali in cui la differenza portata dai partecipanti è concepita soprattutto in senso estetico e viene spesa per la realizzazione di un “mosaico” di culture compresenti ma non compenetranti). Piuttosto, Human Beings raccoglie in sé la diversità e la rende parte della propria sostanza; senza cercare di cristallizzarla in quanto differenza e senza tentare di incanalarla forzatamente nelle classificazioni più rigide che la logica identitaria prevede. Il laboratorio teatrale preferisce dimorare nella sospensione e nello spazio di frontiera che per definizione è “terra di nessuno” e quindi, potenzialmente, può ospitare tutti. Il dentro/fuori, il cittadino/straniero, il falso/autentico, il mio/tuo sono tutte dicotomie che vengono seriamente messe in crisi in un luogo di frontiera come il laboratorio teatrale.
Le responsabilità che si accettano quando ci si vuole costituire come punto d’incontro tra persone e culture sono grandi e il compito può venire assolto solo tenendo costantemente presente di essere “teatro”, ossia uno spazio di frontiera che non cerca necessariamente una definizione, ma che si nutre della compresenza di significati e di definizioni diverse. Human Beings è assolutamente unico nella realtà sociale umbra (e non solo umbra) proprio perché capace di farsi punto di connessione per persone molto diverse, che cercano cose molto diverse e che nella maggior parte dei casi finiscono per trovare molto più di quanto stavano cercando. Soprattutto, il laboratorio teatrale è un luogo che raccoglie lo sradicamento e l’estraneità per dare ad esse cittadinanza.

 

Moira De Grisogono, nata nel 1991, è cresciuta in Umbria dove ha da poco concluso gli studi in Servizio Sociale e Relazioni Internazionali. Si interessa da sempre al mondo e alle sue interminabili, complesse sfumature ed è anche per questo che ha sviluppato una particolare attenzione per le politiche dell’immigrazione e la realtà interculturale del territorio cui appartiene.  Crede nella letteratura, nell’umorismo, nella musica e nell’incontro tra persone.