Il testo che presentiamo è comparso una prima volta nel volume Pietre e mattoni nel paesaggio rurale, (Ali&no, Perugia, 2008) nella collana Arte e architettura – Studi e restauri, promossa dalla Fondazione per l’Istruzione Agraria in Perugia che ringraziamo per averci consentito di riproporlo.

Casa rurale umbra
1 Una casa rurale umbra

 

Luoghi deputati ce ne sono sempre stati. Deputati al lavoro, alla vita privata, allo studio, al consumo… In particolare, oggi, necessità funzionali, costume, piani regolatori sanciscono una separazione netta: casa o lavoro, quartiere residenziale o area industriale, abitazione o azienda agricola.
In altre epoche il binomio casa/lavoro spesso non si poneva come un’antinomia ma come una complementarietà piuttosto. Sappiamo della antica distinzione fra ozia e negozia, ma era una distinzione elaborata dalle classi alte, e le “distingueva”. Ai livelli più diffusi i due momenti si mescolavano. È su questa integrazione delle funzioni che si impostavano molti manufatti architettonici.
Una tipologia esemplare fra tutte è quella della tipica casa urbana medioevale nel nostro territorio: un immobile cielo-terra col fronte sulla via, attaccato sui fianchi ad altre case simili. Ai piani alti si trovava la parte riservata alla vita della famiglia, a cui si accedeva da un portoncino stretto seguito immediatamente da un scala che si alzava ripidissima per guadagnare spazio e, all’occorrenza, facilità di difesa. A fianco di questo si apriva un’altra porta ben più ampia, spesso munita di una balaustra che ne occupava la metà e fungeva da mostra e bancone di vendita. Era la “bottega” al pianterreno.
A ribadire il legame stretto delle due parti fra loro non mancava all’interno, nel muro fra i due ingressi, un’apertura di comunicazione. Anzi, è attraverso questa e il conseguente passaggio per la bottega che doveva svolgersi l’andirivieni quotidiano fra la casa e l’esterno se la porticina stretta che ancora oggi per le vie dei nostri centri storici affianca quella più ampia ha dato origine alla legenda, molto plausibile sul piano simbolico, di essere poco usata dai vivi e riservata solo all’uscita per l’ultimo viaggio, quello dentro la cassa da morto.
Se questo avviene nel contesto urbano, in quello rurale la vicinanza e l’integrazione delle funzioni è ancora più necessaria e complessa. La nostra casa colonica, in uso pieno fino alla metà degli Anni Cinquanta, è abitata da una vasta famiglia intesa come nucleo sociale ma anche come unità lavorativa. Relazioni, affetti, gerarchie, ruoli, compiti trovano in quella casa la loro proiezione nello spazio. A loro volta le diversificatissime attività di coltivazione, allevamento, trasformazione, conservazione, manutenzione e spesso creazione stessa degli attrezzi, facevano proliferare sottostrutture perfette agli scopi specifici e variegatissime. Tutte, come organi di un unico corpo, erano interdipendenti fra loro, iscritte nel ciclo della produzione e del riciclaggio continuo.
In questo mondo, a differenza del nostro, segnato dalla contiguità nello spazio e dalla continuità nel tempo, non c’è dubbio che un’elaborazione antica e complessa dovesse presiedere alla definizione dei confini. Che da tutti fossero riconosciuti e rispettati i limiti, le procedure per varcarli, la loro invalicabilità in certi casi.
Un mondo in cui convivevano stretti giovani e vecchi, uomini e animali, profumi e puzza, Carnevale e Quaresima, vita e morte, aveva bisogno, in mancanza di distanze fisiche, di staccionate invisibili e solidissime. Non poteva essere, quello, che un mondo con un forte senso dei confini. “Passate, passate in casa!”, con questa formula si invitava l’ospite gradito: “passare”, varcare la soglia, fare quel solo passo che segna la differenza fra il dentro e il fuori. Quanto è decisivo un passo, quanto potente una parola?
La porta di casa, durante il giorno, non usava chiavi né paletti, bastavano le regole non scritte della buona creanza. Di notte, invece, era ben sprangata. In certi casi ancora si vedono sugli stipiti laterali due buchette larghe quanto la testa di una sbarra, lì, il paletto, trovava incastro e resistenza. C’erano chiusure solide contro i malintenzionati, ma non si dimenticava di porre sulla soglia un sacchetto di sale contro chi di spranghe e di chiusure se ne ride. Se (Dio non volesse!) fossero arrivate visitatrici invisibili e sgradite a cavallo di scopa, lì si dovevano fermare, costrette dalla loro stessa magia a contare uno per uno tutti quei granelli. Così, conta che ti conta, la notte passava, il gallo cantava, il mondo delle tenebre si riallontanava da quello dei vivi senza aver fatto danno.
L’unico varco consentito, anzi obbligato anche nella porta più solida, era un foro rotondo aperto in basso, la gattaiola, fatto apposta per i vagabondaggi del gatto. Come dai tempi dell’antico Egitto, il gran difensore dei granai e delle dispense aveva il suo ruolo fondamentale e via libera per poterlo svolgere. Di certe case si raccontava anche, sottovoce che la gattaiola serviva a volte da spia contro il Lupo Mannaro. Sua moglie, disgraziata, nelle notti di luna non doveva mai aprire la porta al marito senza avergli prima controllato la mano attraverso quel buco per vedere che peli e unghie fossero scomparsi e lui avesse ripreso forma umana.

Vecchio tipo di gattaiola
2 Una gattaiola

 

Il tetto era un altro confine potente. Bastavano due tegole incrociate e sepolte sotto terra fra i campi a segnare i “termini” fra una proprietà e l’altra. Invisibili, ma impossibili da spostare e dunque testimoni certi. Si sarebbero disseppellite all’occorrenza, nel caso estremo di una controversia insanabile, alla presenza dei due confinanti.
Pare anche che certe volte le puerpere, frettolose o costrette ad uscire di casa prima dei quaranta giorni di divieto, avessero l’astuzia di reggere una tegola sopra la testa. Così il divieto non era infranto perché la casa, magica e portatile, continuava a proteggerle ovunque.
Se tanto potere aveva una sola tegola, il tetto intero difendeva la casa tutta. Eppure anche lui, come ogni corazza leale, un punto debole ce l’aveva: il foro del camino. Da lì entravano senza chiedere permesso i fulmini, anzi le “saette” come quelle di Giove. Contro quel flagello bastava possederne uno, di fulmini, condensato e pietrificato come si sapeva per certo che questi si condensano e pietrificano al contatto col suolo dopo la loro caduta. Erano piccole pietre triangolari durissime, acute e scheggiate; erano in realtà quelle punte di frecce preistoriche che ogni tanto tornavano su dalla terra al momento dell’aratura. Giove o non Giove, “saette” si rivelava davvero il nome appropriato per loro. Con una di quelle dentro casa eri al sicuro: se tu eri il Padrone del fulmine come avrebbe potuto mai, lui, rivoltarsi contro di te e colpirti? E poi, non è forse cosa certa che un fulmine non cade mai due volte nello stesso posto? Focoso e poco riflessivo come lui è, non si sarebbe neanche accorto che le spoglie del suo passaggio precedente tu le avevi trovate nella vigna e le avevi trasferite in casa per inganno!
A fronte di questa contiguità nello spazio, di questa promiscuità controllata fra cose inconciliabili fra loro o minacciose, c’era poi un senso altrettanto forte della continuità nel tempo. Continuo era il fuoco del camino che non si spegneva né si accendeva mai, ma covava nelle braci per tutta la notte e rifiammeggiava all’alba al soffio di chi, certo una donna, si era alzato per primo.
Continuo il pane che veniva lievitato aggiungendo al nuovo impasto un pezzetto inacidito dell’impasto precedente e di cui si conservava sempre un boccone crudo per far lievitare il pane successivo. Tanto che si poteva ben dire, di lievito in lievito, di risalire indietro nei secoli e di mangiare, almeno per un frammento invisibile, dello stesso cibo dei lontani antenati.
Luogo di continuità era la concimaia, dove tutti gli scarti dei corpi si maceravano e diventavano nutrimento per la terra e per i suoi frutti, e così ritornavano ai corpi. Un ciclo ininterrotto e la sua costante consapevolezza, questo era la campagna.
Se, come abbiamo visto, nei confronti di uno spazio che costringeva a vicinanza stretta si doveva definire, porre confini e separazione, nei confronti di questo tempo della continuità e dell’eterno ritorno su sé stesso, si aveva bisogno di scandire con passaggi rituali, feste, ricorrenze. Era nello stesso tempo scansione e cucitura: ribadire la continuità col passato significava anche garanzia e attesa di futuro. Il ciclo dell’anno, della terra, del raccolto, chiedeva per la sopravvivenza stessa degli uomini questa fede nell’aratura di ieri, nella semina di oggi, nel raccolto di domani.
Come la terra, come gli animali di cui ben si conosceva vita morte e anatomia, anche la casa aveva i caratteri di un organismo vivente, attrezzato per la sopravvivenza.
Aveva un luogo pulsante al centro, la cucina, e tutti gli altri spazi si stringevano attorno a questa in cerchi concentrici sempre più larghi, ma sempre saldamente legati. Nella cucina il camino, quello con le braci sempre accese, era enorme e dominante. Dentro la cappa due sedili laterali giusti di misura per un corpo, il cantone, erano luogo privilegiato per gli anziani che trovavano in quelle nicchie caldo e sonnolenza. Lo sciacquaio, con le brocche di rame ai lati e la bacinella in mezzo, era sempre addossato ad una finestrella perché chi doveva nettare i cibi con poca acqua disponesse almeno di buona vista e buona luce. In più, la poca acqua saponata si poteva sempre gettare all’esterno da quella apertura per non mischiarla con quella che dallo scarico finiva in una conca, riutilizzabile per intridere il pastone agli animali.
Sopra la cucina stavano le soffitte, odorose e ventilate con le loro griglie di canne per appendere rosari di salsicce in inverno e frutta secca, per far sentire al vinsanto il caldo e il freddo di cui ha bisogno per diventare dolce come si deve.
Più su, in una torre tozza e antichissima, più antica a volte della casa stessa, dentro le spesse pareti scavate ad alveoli, si allevavano piccioni. Era una riserva inesauribile di carne, a cui poco si doveva dare di nutrimento e di cure. Era quella che regalava, prolifica e generosa, di che arricchire la tavola della domenica o il piatto della puerpera bisognosa di buon nutrimento per poter fare buon latte e a sua volta ben nutrire.
Ai fianchi della cucina si stringevano le camere, con gli alti letti dalle sponde di ferro forgiato e di bandone dipinto, il canterano, i comodini dove il “comodo” non consisteva tanto nel piano su cui potevi appoggiare qualcosa, ma in ciò che chiudevano nello sportello in basso e che risparmiava una fredda uscita nella notte per i bisogni impellenti.
Sotto tutto questo si estendevano le stalle in modo che neanche il fiato dei buoi andasse sprecato e salisse caldo ai piedi dei commensali e dei dormienti. Beninteso la stalla era quella delle bestie vaccine soprattutto, i maiali detti anche “le bestie nere” avevano un posto a sé, separato dalla casa e sottovento perché c’è stalla e stalla, odore e odore.
Più in basso ancora, scavata nel fresco della terra, stava la cantina con tini e torchi e botti, da dove, come da una sorgente miracolosa, il vino sgorgava e risaliva su fino alla tavola dentro bocchette di ceramica decorata, le vaselle.
Attaccato alla casa sull’esterno o separato appena da quel passo di sicurezza che la prudenza consiglia quando si ha a che fare col fuoco, stava il forno. Solo una tettoia e qualche bocchetta visto dall’esterno, al massimo la comodità di quattro chiodi per gli attrezzi e una mensola d’appoggio, ma all’interno una macchina perfetta: il materiale resistente al fuoco, la curvatura giusta, lo sfiato, i rinfianchi che contengono e coibentano la camera di cottura. Era il risultato di una sapienza complessa messa al servizio del miracolo del “pane quotidiano”. Riguardata meglio, anche dall’esterno l’architettura del forno appare degna di maggior attenzione e richiama qualcosa di già visto altrove: somiglia ad un’edicoletta sacra posta a qualche crocicchio a cui per secoli si è andati a rendere omaggio, al luogo abitato da una presenza nello stesso tempo familiare e portatrice di salvezza.
Questo era il nucleo accorpato, con le parti studiate a formare un incastro perfetto le une nelle altre. Poco più lontano si allargava il secondo cerchio: il fienile con le pareti di mattoni disposti a formare un traforo e tronchi appena sgrossati dalla corteccia per travature e sostegni. Il pozzo, coperto e magari all’ombra di una pianta di fico.
Il porcile, beninteso sottovento, diviso in stalletti ciascuno con un ricovero al chiuso e un suo cortiletto recintato, quasi la parodia in miniatura di una rustica e animalesca certosa. Il comodo, quello usato durante il giorno, riparato da siepe o palizzata, con un rigagnolo d’acqua sempre corrente e un’assicella di legno a cavalcioni su cui posare i piedi, magari col lusso di un cespuglio di foglie morbide con cui nettarsi dopo i bisogni corporali. Il seccatoio del tabacco in certi casi, col suo volume inconfondibile e la sua proliferazione di comignoli. L’aia: uno spiazzo di terra tanto battuta e pulita su cui non rinasce erba affinché non un chicco caduto di grano vi sprofondi e non un sassolino si infiltri a tradimento nei sacchi. In fondo all’aia morbide costruzioni stagionali fatte di paglia a fieno crescono a regola d’arte attorno al metulo, il palo centrale, diritto e fisso, e scemano durante tutto l’anno a colpi di falce per tornare a risorgere alla prossima battitura.

Paglia e fieno su metulo
3 Tipica costruzione in paglia e fieno attorno ad un metulo

 

Su cerchi ancora più larghi si collocavano altri manufatti di contenimento e di sfruttamento delle folle forze del territorio. Percorrendo vie e viottoli e incontrando muri a secco, fossi di drenaggio, chiuse, carbonaie, edicolette di confine… si giungeva infine al termine di una casa e all’inizio di un’altra. Tutto il territorio era imbrigliato in una rete fitta di sentieri, recinzioni, fossi, filari.. Le case, le chiese, i mulini, ne erano i nodi.
Non un palmo di terra restava fuori da questa tela che avvolgeva il mondo. Ogni centimetro di spazio era addomesticato. Un campo che sfuggisse a questa cura, inselvatichito, trascurato dall’uomo, era scandalo e vergogna.
Eppure inselvatichì tutta la campagna, rapidamente, come non si era mai visto, alla fine degli anni ’50. I capovolgimenti del dopoguerra, l’attrazione della città, i nuovi modelli, le speranze nuove, il ricordo fresco e scomodo delle vecchie sofferenze, tutto spingeva i giovani a lasciare la terra.
Fu allora che le case che non erano state abbandonate cercarono di adattarsi agli usi cittadini: spezzata la grande cucina, vendute a niente le brocche di rame e gli alari secenteschi, fu tutto un fiorire di tinelli, cucinini, sale da pranzo. Forse ancora oggi ce n’è rimasta qualcuna di quelle sale rococò povero, con la fodera di plastica dell’imballaggio mai tolta dalle poltroncine perché non si sciupassero, si diceva, ma in verità perché nessuno ci si sedeva mai. Comunque un pezzo per volta, con la scusa della “taverna”, dello spazio comodo e “alla buona”, di qualche pranzo un po’ troppo affollato, la casa prendeva, a cominciare dalla cucina, a ricostituirsi al pianterreno, nelle ex stalle che nel frattempo erano state ricostruite più lontano dall’abitazione se pur c’erano ancora. Così al primo piano si conservava, spolverato e tirato a lucido ad ogni Pasqua per la benedizione di rito, il monumento ad un modello di vita estraneo che non aveva mai attecchito. A piano terra si ricreava qualcosa di più funzionale e familiare, di più simile alla casa di sempre. Ma la maggior parte delle case aveva altro destino. Spesso un destino di ritorno irreversibile alla terra, alle edere, alle muffe, al cumulo di rena e pietre da cui erano nate. Alcune, meglio collocate, meglio conservate, o forse solo più fortunate, hanno avuto la buona sorte di essere ripopolate, conoscono ora una nuova vita. Flessibili come sanno essere flessibili i corpi, si sono adattate a nuove richieste: grandi soggiorni dove c’erano stalle, studi nella vecchia cucina, camere là dove si conservava frutta secca, letti per gli ospiti nei vecchi porcili, tavoli da pranzo nei fienili.
Probabilmente questa casa rinata stupisce guardandosi la pancia piena di luoghi scambiati e di bagni luccicanti che non aveva mai visto in vita sua e, vecchia bambina, sorride come a giocattoli nuovi. E forse a tratti, magari in qualche alba un po’ troppo vuota e silenziosa, rimpiange la rete di sentieri, fossi ben tenuti, filari, passi d’uomini e di bestie che la legavano alle case vicine ed estendevano i suoi confini ai limiti di un mondo.

 

Anna Belardinelli, vive e lavora a Perugia, dopo tre raccolte dedicate alla pittura di Pinturicchio, Signorelli e Caravaggio (Lo spettatore beffardo del 2008, Signorelli a occhi chiusi e Caravaggio a occhi chiusi del 2012, tutti per i tipi della Casa Editrice Era Nuova, Perugia), nel 2013 ha pubblicato il volume Burri a occhi chiusi (Perugia, Era Nuova).