Jorge Luis Borges e la moglie.
1 Borges e la moglie María Kodama-Schweizer fotografati da Ferdinando Scianna a Palermo nel 1984. Alle sue spalle la “Vucciria” di Renato Guttuso

 

Intervista a cura di Lucrecia Beatriz Porto Bucciarelli

Nel mio ricordo rivedo Borges sempre dietro la cattedra come professore di Letteratura inglese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Buenos Aires. Docente strano e distratto durante gli esami che si superavano con molta facilità, alcuni studenti lo chiamavano “l’unicorno” per questo motivo e in confronto ai suoi severissimi colleghi. Erano i suoi ultimi anni di insegnamento.
Dopo molto tempo, al telefono, riascoltavo quella voce inconfondibile, un po’ monotona forse. Ora mi presento a lui evocando quel lontano periodo. Concordiamo l’incontro a casa sua, si affretta ad avvertirmi che l’ascensore non fun­ziona.
Arrivo con un certo anticipo alla calle Maipu e salgo le scale piuttosto buie fino ad arrivare di fronte ad una porta con la targhetta di bronzo con il cognome Borges; saprò poi che è la targhetta che avevano nell’appartamento ginevrino. Mi riceve la classica domestica delle famiglie borghesi ar­gentine circospetta e distante, chiede il mio nome e mi in­dica una poltrona dove poter attendere; ovattati arrivano i rumori della strada. L’attesa mi permette :di osservare l’am­biente che mi circonda. L’ampio spazio rettangolare dopo il piccolo ingresso è adibito a camera da pranzo e a salotto. Ci sono molti mobili inglesi ottocenteschi in mogano, un ta­volo dove, mi dirà, lavora e dove mangia da solo, una bi­blioteca ad angolo che dalle scaffalature aperte mostra le sue abituali letture, una credenza con delle argenterie e sopra un quadro della sorella Norah e varie fotografie di famiglia, per la maggior parte ingiallite dal tempo. Accanto alle finestre un divano e due poltrone, un piccolo armadio col piano di marmo e uno scrittoio che fu della madre, formano l’arredo del salotto.
Fa caldo; guidato dalla domestica arriva Borges, un poco dimesso nel vestire, appoggiato ad un bastone nero e robu­sto. Si accomoda sul divano lentamente. Il fisico non è stato risparmiato dall’età, ma il volto riesce ancora ad esprimere sorpresa; ha un sorriso candido, gli occhi celesti ormai quasi spenti si muovono appena, la voce è più fioca, ma si rianima nel corso dell’intervista.

Jorge L. Borges Un dialogo? Mi ricordo delle parole che disse George Bernard Shaw – avrei dato qualunque cosa per al­cune ore di dialogo con Oscar Wilde  e che in quel dialogo, contrariamente alla sua abitudine, avrebbe parlato po­co e avrebbe ascoltato molto.

Porto Bucciarelli Le sarebbe piaciuto un dialogo con Dante?

B. Forse sì, sarebbe stato piacevole un dialogo con Dante ma forse con Ariosto sarebbe stato ancora più pia­cevole.

Il nome di Ariosto non sorprende in bocca a Borges che ammira la capacità del ferrarese di evadere dal suo mondo quotidiano per mezzo dei sogni poetici; anche Borges, im­merso nella lettura dell’Orlando Furioso, sfuggirà dalla vita monotona del bibliotecario. La lettura dell’Ariosto è stata per lui la strada aperta verso il fantastico e il sogno, un’av­ventura non più abbandonata.

P.B. Lei si è avvicinato tardi a Dante, perché?

B. Io pensavo, come tanta gente, che la lingua italiana fosse una barriera; se uno non la conosce non può leggere Dante. Cominciai così con una piccola edizione bilingue. Leggevo una pagina in italiano e una pagina in inglese, leg­gevo molto attentamente in inglese e dopo leggevo lenta­mente in italiano e confrontavo ogni linea del testo con il testo inglese: più o meno quando eravamo arrivati alla cima del Purgatorio mi sono reso conto che già potevo fare a me­no del testo inglese e leggere direttamente in italiano. Ho avuto anche una esperienza che ha ritardato l’incontro con l’italiano. Siamo andati con Bioy Casares e Silvina Ocampo a vedere un’opera di teatro di Pirandello; dopo il primo atto ci siamo guardati in faccia e ce ne siamo andati perché non si capiva niente; il giorno dopo cercai l’opera che avevo in casa e la lessi, mi resi conto che se non capivo una parola, potevo capire una frase e perfino una pagina, è un errore tradurre l’italiano. Pochi anni fa è stata fatta una nuova traduzione della Divina Commedia, ma è una brutta ver­sione. Un mio amico mi diceva che ha scoperto più di cento versi con la metrica errata nel primo canto dell’Inferno. Io non capisco come una persona che non ha buon orecchio si metta a tradurre Dante.

P.B. Allora la traduzione di un poeta deve essere fatta da un altro poeta?

B. Non c’è bisogno. Deve essere fatta perlomeno da una persona che abbia orecchio musicale. La prima traduzione di Mitre era orribile, ma già è molto che un generale abbia tradotto la Divina Commedia, che è difficilissima. Parlando di generali, sa quanti generali ci sono in servizio attivo in Argentina? ottantadue, io non so se nella Seconda Guerra Mondiale ce ne fossero tanti.

P.B. Questo è uno dei problemi del nostro paese?

B. Sì, però adesso credo che abbiamo diritto, per lo meno, alla fiducia, no? Ed è già molto. Ero a Madison in Wisconsin. Era il halloween,il giorno delle streghe”, che lì è come un carnevale e la gente si maschera da sche­letri, animali, esseri extraterrestri, vampiri, e poiché avevo ricevuto un premio all’Università, e tutti, studenti e profes­sori, si erano mascherati, pensai che se non mi fossi ma­scherato avrei fatto la figura del guastafeste, anche se deb­bo dire che ho paura delle maschere e del carnevale. Com­perai così per due dollari una grande testa di lupo, molto irsuta, di gomma maleodorante, me la infilai come un cap­puccio ed entrai nella sala che era piena di teschi, di ani­mali reali e fantastici, gridando e urlando “homo homini lupus”. Qualcuno mi prese per il braccio e disse, “ha vinto Alfonsin”. Questo fu un lunedì e Alfonsin aveva vinto la domenica. Pensai che se si era verificato il curioso mi­racolo che mi aveva visto travestirmi da lupo perché non doveva verificarsi un altro miracolo ben più grande a favore della mia patria. Due cose meravigliose, una senza nessuna importanza come la mia testa di lupo, l’altra, che può es­sere una data importante della storia argentina; quest’ulti­ma significava il trionfo del buon senso, della saggezza, del­la volontà, della morale dopo un governo irresponsabile.
Un tempo il peso argentino era una moneta forte, nel 1897 mio padre comperò una casa, era molto  lontana, in un borgo spopolato, Palermo, in periferia, dove c’erano poche case. Mio padre, racconta mia sorella, comperò una casa con ingresso, sala da pranzo, salotto, biblioteca, varie ca­mere da letto e stanze di servizio, due patios (cortile in­terno), una parra (pergolato), un giardino, un mulino, una palma, molti rosai, il tutto per 13.000 pesos, pagati in tre­dici mensilità. Oggi con 13.000 pesos antichi o attuali non si fa niente. Quello che prima era una piccola fortuna, oggi si spende in tre o quattro giorni.

P.B. Come vede l’immediato futuro della narrativa ar­gentina?

B. La letteratura non ha niente a che vedere con le si­tuazioni di crisi. La poesia è qualcosa di eterno, la politica è qualcosa in continuo cambiamento.

P.B. Ha rapporti con i giovani scrittori?

B. Bene, io sono nato nel 1899 e c’è molta gente giovane che non perdona la mia vecchiaia.

P.B. Ma lei ha una vecchiaia attiva. direi quasi meravi­gliosa…

B. Nessuna vecchiaia è meravigliosa, la longevità è la più lunga delle malattie. Mia madre morì a 99 anni con il terrore di arrivare a 100. Io le dicevo che il sistema metrico decimale è una convenzione, in un altro sistema non avreb­be compiuto 100 anni ma 6, ad ogni modo le restava la paura. Lei credeva io no, e tutte le notti chiedeva a Dio che se la portasse mentre dormiva e di mattina. quando si sve­gliava piangeva perché durante la notte non era morta, fino a quando una mattina non si svegliò. Era arrivata a 99 anni.

P.B. In Europa si parla molto della letteratura latinoame­ricana. Lei che ne pensa?

B. Io credo che se ne parli troppo, e non so se valga la pena di parlare in genere di letteratura latinoamericana perché credo che siamo ancora poveri sul piano letterario. Invece gli Stati Uniti hanno dato molto, hanno dato un Poe, un Emerson, un Melville, tutti del New England che è uno stato relativamente piccolo ma che ha dato tanti uomi­ni di genio, Henry James, William James, mentre altri stati non hanno dato quasi niente. Io sono cittadino onorario del Texas e non ricordo nemmeno uno scrittore texano, credo che non ce ne sia alcuno.
Forse, delle letterature latinoamericane quella argentina è la più ricca, soprattutto nel secolo scorso, Almafuerte, Lugones, pure altri meno conosciuti come Banchs, Ezequiel Martinez Estrada. Il fatto è che questa città è una città cosmopolita, ha questa fortuna. Invece se lei percorre il Sudamerica, ci sono paesi molto queribles come Il Pe­rù, la Colombia, ma sono paesi molto provinciali. Buenos Aires invece è una città aperta all’Europa; altri paesi sono più spagnoli o indigeni, invece qui ci sono state molte emi­grazioni, pure una forte emigrazione ebraica; la metà della popolazione di Buenos Aires è d’origine italiana; io, che co­me dicevo non ho sangue italiano, da poco ho saputo che so­no discendente di un capitano mercenario italiano, che si chiamava Gibeo o Cibeo o Chibeo, che militò sotto il comando di Mendoza nella seconda fondazione di Buenos Aires. Quindi una lontana goccia di sangue italiano dovrei avercela pure io oltre ad un’altra di sangue guarani perché discendo da una delle concubine di Irala che fondò Asun­cion.

Non mancano mai, in Borges, i riferimenti agli antenati, cognomi che popolano i suoi racconti e che invadono come ostinati fantasmi le sue riflessioni. Come uomo di pensiero non nasconde l’ammirazione per gli uomini d’azione, decisi e di valore, veri protagonisti della storia.

B. La storia argentina è stata molto travagliata e questa situazione si riflette nell’opera di molti scrittori come Sar­miento nel Facundo, Ascasubi ed Hernandez. Ma io non credo che questa sia la funzione della letteratura. Credo che la vera funzione sia inventare e io che altro posso fare, vivo solo, conosco poca gente, non mi piacciono le riunioni molto numerose. A me invece piace il dialogo, ad esempio, adesso sto parlando con lei e mi sembra un modo molto piacevole di trascorrere la mattina; ma nelle riunioni con trenta o quaranta persone mi stordisco un po’ perché si hanno dialoghi di tre o quattro minuti e subito l’interlo­cutore si trasforma in un’altra persona come Proteo. Lei vive in Italia?

P.B. Sì, perché?

B. Sa io conosco il nord e conosco Roma; disse Che­sterton, scrittore che ammiro molto, che se si va a Roma e non si è convinti di essere in qualche modo “ritornati a Roma” il viaggio è inutile. Chiunque va a Roma deve pensare “torno a Roma”, ego romanus sum. La cultura uscì da lì.

P.B. È una città che non si finisce mai di conoscere, qual­cuno ha detto che è come una cipolla, uno non fa che to­gliere le foglie senza mai arrivare alla fine, al cuore…

B. Questo mi ricorda Peer Gynt di Ibsen, quando lui cerca se stesso e si paragona ad una cipolla.

P.B. Giorgio Bassani quando è venuto in Argentina per la Fiera del Libro disse che a suo avviso in questo paese c’è una crisi di identità e che Borges è il poeta di quella crisi. Che ne pensa?

B. Forse ma non so se sono veramente così importante.

P.B. C’è una crisi di identità in Argentina?

B. No, non credo perché abbiamo il vantaggio di avere meno colore locale di altri paesi.

P.B. Ma non è forse il nostro cosmopolitismo che ci dà una caratteristica particolare?

B. Sì. è questo il vantaggio, un politico ha detto che si deve evitare l’intromissione straniera. Ma se qui tutto è straniero, intanto parliamo lo spagnolo che è un dialetto del latino, e non siamo certamente indios. Tutti gli americani, e dicendo americano penso anche agli Stati Uniti, al Ca­nada e non soltanto alla Colombia o all’Uruguay o all’Argen­tina, credo che tutti siamo europei in esilio. Io, per esempio, ho la maggior parte di sangue spagnolo ma non sono spa­gnolo, a volte penso che comprendere l’Europa è più facile per noi che per gli europei. Noi qui possiamo accettare tutto il passato dell’Europa e pure l’oriente, giacché nella cultura occidentale intervengono Grecia, Roma e Israele.

Jorge Luis Borges.
2 Borges a casa di Evaristo Carriego, fotografato da Pedro Luis Raota

 

Il passato torna sempre nella sua conversazione, il pre­sente scorre come un attimo fuggitivo, e tra queste pareti continuano a vivere le presenze più care.

P .B. Quale è il suo concetto di Poesia?

B. La poesia è atemporale, lei legge Ariosto e lo sente attuale, la poesia è eterna. Io credevo che la possibilità di metafore si fosse esaurita ma poi ne ho trovate alcune che mi hanno sorpreso ed erano antiche. Senza dubbio quando Shakespeare parla del latte della bontà umana, non è una metafora ma sta bene no? Un poeta persiano disse “la luna specchio del tempo”: che bello no? La luna, quella cosa fragile e invece eterna e inoltre ha la forma di uno specchio, è uno specchio. Adesso sto leggendo un libro sull’India dove ho trovato una metafora che mi ha lasciato sorpreso. Lei sa che gli indù venerano quel dio terribile, Shiva, che è il dio della morte e della creazione. In quel libro c’è scritto che “l’Himalaya è il sorriso di Shiva”: che bello no? Le .terribili montagne rappresentano il sorriso di un dio terribile, l’allegria di un dio terribile; è splendida questa me­tafora e non ha alcuna importanza se è stata scritta in questo secolo o dieci secoli fa.

P.B. Quando uno scrittore può chiamarsi tale?

B. Qualcuno ha detto che bisognerebbe scrivere tre o quattro libri prima di dire: bene adesso posso pubblicare ed io ho fatto così. Mio padre era solito dirmi di non aver fretta. Così scrissi e stracciai almeno quattro libri, alcuni contenevano poemi ultraisti, cose molto brutte. Un giorno, quando avevo 24 anni, dissi a mio padre che ne avevo scritto uno che mi sarebbe piaciuto pubblicare, ma avrei voluto che lo leggesse apportando qualche correzione: “No – mi disse – nessuno può salvare nessuno, senza dubbio ci sa­ranno cose che io potrei correggere, ma sei tu che devi far­lo, devi commettere tu stesso i tuoi errori”. Lo pubblicai così, in 300 copie che non andarono in vendita e questo costò 300 pesos.

P.B. Che ricordo ha oggi di quel libro?

B. Lo regalai agli amici e non me ne rimase alcun esem­plare; mio padre invece ne conservò uno senza dirmi nien­te, che scoprii con commozione molto tempo dopo. Non credo che gli sia piaciuto molto, perché trovai che aveva pagine interamente cancellate e molti aggettivi e verbi mo­dificati. Il libro si intitolava Fervor de Buenos Aires e ho ri­spettato quelle correzioni nella riedizione delle mie opere.

P.B. Si è pentito di qualcosa che ha pubblicato?

B. Sì, di quasi tutto, io credo di aver pubblicato in verità un solo libro El libro de arena (II libro di sabbia, Rizzoli, Milano 1977), e un altro El informe de Brodie (II manoscrit­to di Brodie, Rizzoli, Milano 1971 e 1984) che si potrebbero salvare, e anche un altro La cifra. Gli altri si possono di­menticare e si dimenticheranno.

P.B. Quale dei suoi racconti lo soddisfa di più?

B. C’è il racconto “Il rito” e un altro “El congreso” che si trova nel El libro de arena. “El sur” di El informe de Brodie che mi piace ancora come “Funes el memorio­so” e pure “Juan Murana”.

P.B. E “Venticinque agosto 1983”?

B. Le racconterò la storia di questo racconto; lo scrissi diversi anni fa prima forse nel 1977, lo portai a “La Na­cion” e non lo pubblicarono. Non deve valere molto, pensai, e mandai un altro racconto e questo fu accettato. L’anno scorso, poiché aveva una certa attualità, lo pubblicarono e la gente pensò che lo avessi scritto in quel momento, in­vece avevo messo quella data a caso solo perché mi sem­brava molto lontana e quando lo pubblicarono stentai a ri­conoscerlo.

P.B. Perché salva El libro de arena?

B. Perché è scritto in un modo semplice, perché le fa­vole che racconta sono interessanti, perché si può leggere in un’ora, perché non ci sono parole difficili. Quando co­minciai a scrivere tutti eravamo influenzati da Lugones, scrivevamo tutti in un modo molto barocco, con molte me­tafore, ci sembrava che scrivere bene era scrivere come Lu­gones, invece oggi si preferisce la scrittura più semplice, meno artificiosa, e dire cose più semplici, quella era una possibilità splendida dello spagnolo, ma ce ne erano ancora delle altre.

P.B. Che ricordo ha di Lugones? 

B. Personalmente sgradevole, era un uomo molto auto­ritario, ma la mia memoria è piena di versi di Lugones:

Ligeros suenos de los crepusculos suaves

 el jardin con sus intimos retiros

darà a tu alado ensueno fàcil jaula

donde la luna te abrirà su aula

[Sogni leggeri dei soavi crepuscoli / il giardino con i suoi intimi angoli / darà ai tuoi sogni .alati facile gabbia / dove la luna ti aprirà la sua aula][1]

La lenta musica di Lugones:

el cerro azul estaba fragante de romero

y en los profundos campos silbaba la perdiz

[il colle azzurro profumava di rosmarino / e pei profondi campi fischiava la pernice][2]

Adesso si sente un certo rifiuto per lo stile di Lugones.

P.B. Secondo lei quale è il momento più importante di Lugones?

B. Il momento modernista è il meno personale, mentre credo che sia più importante il periodo successivo, meno influenzato da Rubén Dario.

Il rapporto di Borges con lo scrittore Leopoldo Lugones, la figura più rappresentativa del modernismo in Argentina, fu sempre conflittuale, fatto di lodi e di ampie riserve verso l’indiscutibile maestro che amava i vaghi paesaggi e la musicalità del verso. Come tutti i giovani ultraisti della sua generazione, Borges reagiva in tal modo contro il mo­dernismo e i suoi stilemi, i suoi esotismi; si dichiarò aperta­mente “anti-modernista”. Forse la sua ribellione ha radici più naturali e psicologiche: sua madre ammirava, quasi in­condizionatamente Lugones, e l’atteggiamento del giovane scrittore è pure un modo di affermare nell’ambiente fami­liare la sua indipendenza, l’autonomia del suo pensiero intel­lettuale; con il tempo questa posizione fu rivista, un·velato accostamento a certe proposte moderniste, per esempio i temi orientali di alcuni suoi racconti sono indicativi. Non può stu­pire, d’altra parte, la polemica contro Rubén Dario e il mo­dernismo se lo si interpreta come scuola infrancesata. La nota anglofilia di Borges lo teneva lontano da quella sen­sibilità.

P.B. Che cosa è per lei la parola?

B. Io credo che la parola sia molte cose, prima di tutto è un mezzo di comunicazione, sono simboli che corrispon­dono a certe immagini convenzionali, inoltre le parole hanno una virtù magica, quella che io cerco nella mia poesia e che dipende forse meno dalle parole che dalla cadenza: cioè dalla musica delle parole.

P.B. Si logorano le parole?

B. Non credo. Non so se le parole hanno importanza: direi che un verso è non il suo significato ma il suono, per esempio, nel I canto del Purgatorio:

dolce color di oriental zaffiro / che s’accoglieva nel sereno aspetto / del mezzo puro infino al primo giro

credo che sia più importante il suono, quella lenta musica e non il paragone tra l’oriente una gemma preziosa. La poe­sia prima di tutto è musicalità, per questo non so se la poesia sia traducibile. Si traducono i concetti, il senso delle parole e forse si devono tradurre i suoni come fece Ezra Pound con alcuni poemi del IX secolo; quando io lessi la traduzione non li trovai belli, ma poi, studiando l’anglosas­sone, mi resi conto che Pound traduceva i suoni.

In queste risposte troviamo un Borges inconsapevolmente modernista e più vicino a Lugones, a cui dedicherà uno Stu­dio e il suo libro El hacedor [L’artefice, Rizzoli, Milano 1963]. Non sarà tanto la trama narrativa ad interessarlo nelle poesie quanto la loro musicalità. In questo scarto l’esi­stenza trascorsa nell’ombra deve pur avere avuto la sua parte.

P.B. E quando traducono una sua poesia?

B. A volte la modificano e la migliorano, altre volte non la migliorano e quando la traducono letteralmente non ri­mane niente. Nella poesia ha meno senso il significato che nella prosa, la poesia è suono.

P.B. Scrive attualmente?

B. Sì , continuo a scrivere racconti e poesie. Che altro rimane? Ho pochi amici, sono cieco, ho libri che non posso leggere, devo dettare quello che scrivo, faccio più poesia perché la prosa è più difficile da ricordare, il sonetto è più portatile e per questo sono tornato al verso regolare, perché posso ricordarlo meglio.

P.B.  Che le sarebbe piaciuto scrivere che non ha scritto?

B. Mi sarebbe piaciuto vivere quello che ho scritto: quale altro destino mi rimane adesso se non quello letterario: ho 84 anni, non posso cercare un altro destino e inoltre penso che il destino letterario non è più povero degli altri, no? Soprattutto per quanto riguarda la lettura, scrivere può essere un errore ma leggere è un piacere, una felicità… e scrivere pure… anche se dopo non piace quello che si è scritto.

Si può pensare a un destino letterario come destino di vita, vivere la vita attraverso le creature create, portatrici dei sogni e delle fantasie dell’autore. Borges non è cambiato, ha lasciato il giardino della vecchia casa di Palermo per que­st’altro spazio più raccolto del suo appartamento, dove riceve insieme ai visitatori le notizie del mondo, avido di particolari con cui alimentare le sue fantasie. Nonostante l’età viaggia molto e ricorda i suoi viaggi con entusiasmo, ma nella lettura solitaria l’uomo entra in altre dimensioni, coglie altre sem­bianze e nella conoscenza ritrova la piena felicità del pensie­ro. È così che egli supera o dimentica la sofferenza e si muove in un regno d’incontaminata felicità.

P.B. Che relazione ha con il libro?

B. Il libro è molto importante.

P.B. Più importante che la relazione con gli esseri uma­ni?

B. No, ma forse uguale: leggere è come parlare, Emer­son disse che una biblioteca era una specie di gabinetto magico pieno di morti, ma quando uno apre un libro, questi morti si svegliano e ci parlano. Inoltre esiste la possibilità di rileggere ed evocare altre sensazioni.
Io ho scritto un racconto su una biblioteca infinita, “La biblioteca di Babele”, ma si potrebbe fare un altro rac­conto, e io l’ho fatto, su una parola soltanto che va cam­biando il suo senso e che pure è infinita: si chiama Undr che in islandese significa meraviglia, ha relazione con wonder in inglese e Wunder in tedesco, ma Undr come parola è più bella, non le pare? Ora vorrei dettarle una poesia che ho cominciato l’altro ieri e volevo continuare oggi, se lei ha dieci minuti per me.

Il rispetto per il maestro mi spinge a chiudere il regi­stratore, ma di questi momenti non dimenticherò le sensa­zioni. Mi chiede di accompagnarlo nella sua stanza, piccola con un letto stretto di ferro, un comodino, una vetrinetta con libri vari e una scrivania ingombra. Vedo poi dei ricordi di viaggio, un bronzetto che riproduce la statua equestre di Bartolomeo Colleoni, ricordo di un viaggio a Venezia, e un orologio di sabbia copia di uno che aveva Kipling nel suo studio. Poi mi mostra la sagoma di una tigre fantastica con uno strano mantello fatto di nuvole e di palme, credo di ce­ramica. Dove meglio che nella stanza di Borges poteva stare questa tigre blu, bianca e verde? A proposito mi dice che da sempre gli sono piaciute le tigri e ancora oggi le sogna.
Da un cassetto prende un foglio scritto a macchina, me lo consegna e si fa portare dalla domestica la macchina da scri­vere. Mi preparo per scrivere e nel frattempo Borges si siede accanto a me, il bastone fra le gambe, le mani appoggiate sulle ginocchia.
Devo leggere lentamente, una riga dopo l’altra.
Già dal primo verso mi accorgo che Borges è nel suo mon­do, io resto fuori a riceverne i segni. Ripete alcuni versi con tono soave e declamatorio senza modificarli; altri, dopo alcuni momenti di silenzio, in cui il suo volto ha l’espressio­ne assorta di un assente, vengono cambiati. Finito il breve rito della dettatura, lieve tirannia alla quale sottopone tutti i suoi ospiti, mi accompagna all’ingres­so per il saluto, la mano tesa è tremula.

Buenos Aires, 14 gennaio 1984

 

[1] Versi di Luna crepuscular di Leopoldo Lugones.
[2] Versi di Salmo pluvial di Leopoldo Lugones.

 

Lucrecia Porto Bucciarelli, è nata a Buenos Aires, dove ha insegnato italiano. Da molti anni trasferita in Italia, ha poi insegnato lingua e letteratura spagnola presso l’Università  di Perugia. Attualmente è lettrice di Lingua spagnola presso l’Università di Macerata. è autrice di numerosi articoli didattici,  nonché di libri scolastici per bambini. L’intervista che pubblichiamo è comparsa una prima volta in “Uomini e libri”, n° 99, giu/lug 1984.