Vecchia edizione de "Il Guerrin Meschino" di Andrea da Barberino, 1410
1 Andrea da Barberino, Il Guerrin Meschino (1410)

 

Gli elementi narrativi trasmessi dal folklore spesso sono come le briciole di pane seminate da Pollicino. Ci aiutano a ritrovare un sentiero. Detto diversamente, ci permettono di risalire ad orizzonti spirituali di lontani cicli culturali, avvolgendoli e facendoli scivolare sino a noi. In questo senso, di notevole interesse è il folklore medievale, o di origine medievale, intorno ad Artù, Parsifal, il Graal e il Prete Giovanni. Insigni studiosi hanno indagato e reso esplicito quanto si nascondeva nelle narrazioni cavalleresche che ruotavano intorno a questi personaggi. Un ciclo di tipo analogo, che anche in Italia ebbe una diffusione trasversale non paragonabile a quella di nessun classico o dello stesso Dante (diciassette manoscritti, dodici incunaboli, sedici cinquecentine, quarantasei edizioni dal 1618 al 1929; traduzioni immediate in francese e in spagnolo, rivisitazioni cinematografiche e teatrali, ecc.), è quello del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino (1370-1432). Alla fatica di Mauro Cursietti (Antenore, Roma-Padova 2005) si deve l’edizione critica del testo, il cui titolo originario, voluto dall’autore, era Il Meschino di Durazzo. Il Cursietti ricostruisce, con un lavoro filologico esemplare, sia l’autentica fisionomia del testo quattrocentesco sia il tortuoso processo di trasmissione che nei secoli ha portato a notevoli alterazioni di struttura e di linguaggio. La storia prende le mosse dall’assedio e caduta di Durazzo a danno di Milone, figlio del duca di Borgogna e padre di Guerrino. Mentre i genitori sono imprigionati dai nuovi conquistatori, il nostro eroe è posto in salvo dalla nutrice, ma la nave sulla quale sono imbarcati è preda dei pirati e Guerrino è venduto come schiavo a Salonicco. Adottato da un mercante, per il suo aspetto e per la sua povertà riceve il soprannome di “Meschino”. Il suo anonimato non durerà però a lungo; grazie ad una serie di avventure è affiancato dal figlio dell’Imperatore. Inizia allora una vera e propria quête alla ricerca dei genitori e dell’origine, durante la quale libererà la Grecia dai turchi, compirà lunghi ed interminabili viaggi (dalla Mecca al paradiso terrestre), dando prova di straordinario valore. Si spingerà fino all’Etiopia del Prete Gianni, alla grotta della Sibilla di Norcia – è questo il momento della vicenda che qui ci interessa approfondire – agli alberi del Sole e della Luna; entra nel regno incantato di Alcina e si spinge fino in Irlanda. Alla fine del suo pellegrinare, avendo scoperto la sua origine, ritorna in Italia, libera Durazzo, ritrova i suoi genitori e ristabilisce il padre come signore di Durazzo, mentre lui si sposta a Taranto, dove vivrà per molti anni insieme alla bella principessa Artemisia. Dopo la morte della sua amata, mentre è sul punto di ritirarsi nel deserto per condurre una vita da eremita, anche Guerrino muore.

Adolfo De Carolis, La Sibilla Appenninica (1907-1908), tempera disciolta nella caseina e ritocchi ad olio, Ascoli Piceno, Palazzo del Governo
2 Adolfo De Carolis, La Sibilla Appenninica (1907-1908)

 

Questa, in estrema sintesi, è la storia che nell’edizione del Cursietti si snoda in otto libri e duecentottantadue capitoli. L’episodio centrale della saga del nostro cavaliere è il suo ingresso nel regno della Sibilla Appenninica (parte finale del Libro IV e tutto il Libro V). È da notare come questa però non sia la sola Sibilla menzionata nel racconto (l’etimologia del nome resta sconosciuta; è una sorta di “profetessa”, ma anche incantatrice); accanto a lei compaiono quella Sabea e quella dell’Atlante. Ma ritorniamo alla nostra Sibilla Appenninica. Il luogo prossimo al suo regno è definito con un netto carattere di primordialità: sono presenti falchi, grifoni e fiere delle più diverse specie. Per giungere alla grotta della Sibilla Guerrino passa per un castello e per un romitorio. Quasi si trattasse dei simboli dei due stadi dell’azione e dell’ascesi che precedono la conoscenza, che la figura della Sibilla personifica. Guerrino si lascia alle spalle castello e romitorio per accingersi ad una pericolosissima prova; i pii romiti cercano di dissuaderlo ad inoltrarsi nel regno della fata dove andrebbe a «rischiar la vita col pericolo di dannarsi per l’inferno eternamente». La Sibilla è presentata come detentrice di un’antichissima sapienza, anteriore al cristianesimo. All’ingresso della grotta è inciso un tremendo monito: “Chi entra qui dentro e passa un anno senza cercare di sortirne, non morrà sino al giorno del giudizio, alla qual epoca sarà eternamente dannato”, quasi un richiamo all’illusorietà della longevità rispetto all’eternità. Nella grotta, che assomiglia ad un labirinto, Guerrino incontra vari esseri mostruosi prima di giungere alla presenza della Sibilla e della sua corte di cinquantatre damigelle. Guerrino è assediato dalla maga, ma riesce a resistere, per mezzo della preghiera, alle sue lusinghe e a tutti i suoi tentativi di seduzione. Da lei riesce, infine, a sapere che i suoi genitori sono vivi; riconquista così le sue origini e abbandona il regno incantato. Il resto della storia l’abbiamo già accennato.
Fino all’edizione del Cursietti si è sempre collocato il regno della Sibilla – protagonista dell’episodio del Guerrino – nei monti Sibillini, dove si trovano una “grotta della Sibilla” ed una “fonte del Meschino” (cfr. L. Paolucci, La Sibilla appenninica, Firenze 1966; gli studi di Desonay, di Rajna e di Febo Allevi). Ma il Cursietti ha mostrato che, quando si parla di Nocea/Norcia, «non si tratta affatto di Norcia in Umbria, come si è sempre creduto, ma di Lucera, in provincia di Foggia, indicata in fonti storiche anche con la denominazione di Nuceria e presente con il nome di Norcia, anche in una delle profezie di Merlino volgarizzate da Paolino Pieri […]. La sua sede si trova nell’Appennino che attraversa la Puglia e la Calabria. L’espressione “l’Alpi d’Appennino nel mezzo d’Italia” non indica perciò l’Italia centrale, ma semplicemente la collocazione mediana dei rilievi, interni rispetto alla costa. La conferma che cancella ogni identificazione con la Norcia umbra è offerta dal racconto del viaggio di Guerrino da Reggio Calabria a Nocea (VI 4), dove si dice chiaramente che la città si trova al di là dell’Aspromonte. Infine la stessa Sibilla parla di queste nostre montagne di Calavria (VXV 4), riferendosi evidentemente a rilievi situati nelle vicinanze» (Cursietti, cit., p. 332, nota 3).
La Sibilla ha dunque perso il suo regno in Umbria ma l’ha ritrovato in Calabria. Ora, non togliendo questa scoperta nulla al valore simbolico del ciclo del Meschino, apre però due interessanti linee di indagine. La prima è l’identificazione del percorso calabrese del Guerrino e dunque dell’itinerario che lo porta alla grotta; la seconda è data dalle problematiche storico-religiose legate all’identificazione della Sibilla nursina, che ora, spurgate da questa erronea sovrapposizione, possono ripartire e attendono di essere risolte, ovviamente per quello che la documentazione può consentire.