Percorrendo via Pellini fino a imbattersi in via Antinori, prima di incorrere nelle malefiche colonnine arancioni munite di autovelox che ingentiliscono il panorama, alla propria destra si può ammirare la porta di sant’Andrea, dalla quale si accede al rione di santa Susanna.
Posta tra i territori etruschi e umbri in posizione dominante sul Tevere, Perugia, nasce da insediamenti riunitisi nel VI secolo avanti Cristo sui colli Landone e del Sole. I due colli erano originariamente separati da una sella – Corso Vannucci – che, in epoca medioevale, è stata riempita e livellata e, a giudicare dalle condizioni del lastricato, mai più toccata.
La costruzione delle mura etrusche di Perugia, in blocchi di travertino a secco, avviene tra il VI e il III secolo avanti Cristo. Il loro perimetro, che misura all’incirca tre chilometri, è stato tracciato seguendo l’anatomia dei tanti colli che rendono squisito e sudato il piacere di camminare in città. Lunghi tratti delle mura sono ancora oggi ben conservati e visibili, specie nelle cartoline. La cinta muraria originale era munita di sette porte d’accesso, sei delle quali tuttora esistenti e riconoscibili, sia per le impostazioni che per la tenace sopravvivenza di parte delle strutture originarie etrusche agli spogli e rimaneggiamenti di epoca romana e medioevale.

Porta Santa Susanna a Perugia
1 Porta Santa Susanna ritratta in una vecchia cartolina

 

Fra XIII e XIV secolo, con la scusa dell’espansione della città, le antiche mura e alcune delle porte vennero spogliate e in parte inglobate in nuove costruzioni. Alcune sezioni furono completamente smantellate e, nei loro pressi, si sentiva spesso fischiettare in modo del tutto casuale. Una delle ricorrenze più sentite dagli abitanti di Perugia è stata per lungo tempo la cosiddetta sassaiola o battaglia dei sassi, e non aggiungo altro.
Fu eretta una nuova cinta muraria, dal perimetro di circa sei chilometri, che, oltre allo scopo difensivo, svolgeva anche quello di contenitore del terreno franoso della città, morfologicamente caratterizzato da rilievi e avvallamenti. Le porte pertinenti prendevano il nome dalle corrispondenti, per orientamento, più interne. Furono edificate anche le ‘postierle’, porte secondarie poste alle spalle delle principali in corrispondenza di rientranze delle mura, concepite per consentire il passaggio pedonale nei punti più ripidi. A questa erezione risalgono anche le porte Libitine, o ‘porte del morto’, chiamate così in ossequio a Libitina, antica dea dei funerali dal nome ammiccante: avevano l’uscio a un’altezza pari a quella del pianale di un carro, per facilitare il trapasso.
In accordo a un’antica legge etrusca che prevedeva tre accessi principali lungo le cinte murarie, e in considerazione della pianta etrusca a forma di trifoglio che spiega come mai a Perugia sia tanto sentita la festa di san Patrizio – e di conseguenza come mai tanti stranieri il 17 marzo festeggeranno l’Unità d’Italia con i colori della padania – si posso individuare i tre principali accessi etruschi nell’arco etrusco detto di Augusto a nord, Porta Marzia a sud e Porta Trasimena a ovest. Le altre porte etrusche tuttora esistenti sono l’Arco dei Gigli o dei Montesperelli, l’Arco della Mandorla o Porta Eburnea e Porta Cornea o Bernarda o dei Cormitoli, detta anche Arco di sant’Ercolano.
Originariamente, la Porta di santa Susanna era rappresentata da un orso in campo turchino. Il colore alludeva ottimisticamente alle acque del lago Trasimeno, nella cui direzione la porta si apriva, mentre l’orso è probabile alludesse a un orso. Il nome del rione, santa Susanna, è sopravvissuto a un’antichissima chiesa che sorgeva nei pressi dell’attuale san Francesco al Prato.
In epoca medioevale, l’arco a tutto sesto – tondo – della porta fu modificato in sesto acuto – ogivale – e furono asportate alcune delle decorazioni, poi utilizzate per inventare la ciaramicola. Sulla facciata esterna, quella occidentale, resta un leone, che nel medioevo rappresentava la resurrezione perché, secondo i bestiari più informati, quando i cuccioli di leone nascono, giacciono come morti per tre giorni e la vita entra in loro solo quando il padre gli alita sul muso. Il leone era anche un simbolo guelfo, nonché attributo dei santi Girolamo, Adriano, Eufemia e Tecla, della dea Cibele, della personificazione dell’Asia, dell’Orgoglio e dell’Ira.
Nei bestiari medievali si narrava anche dei cuccioli di orso – rivelando qualche trascurabile limite in materia di zoologia – che nascevano privi di forma e venivano plasmati dalla madre che li leccava. Per la Chiesa questo divenne un simbolo risicato della conversione dei pagani al cristianesimo. L’animale è un attributo di sant’Eufemia, che doveva essere una via di mezzo tra Biancaneve e un domatore di fiere, e della personificazione della Gola. Due orse aggredirono i fanciulli che avevano deriso il famoso Eliseo. La ninfa Callisto fu mutata in un’orsa da Diana.
La Porta Trasimena era nota anche come Porta Senese, della Luna e di san Luca, per la vicina chiesa di san Luca Evangelista.
Sulla sommità dell’arco vi è scolpito un sagittario con una mezza luna che i bestiari medievali identificano anche come una lasca, tipico pesce del lago Trasimeno.
La porta di sant’Andrea, che prende il nome dall’omonima chiesa parrocchiale situata alla sua sinistra, sorge presso un’antichissima chiesa dedicata a santa Mustiola, il cui arco di ingresso fu murato accanto all’uscio della camera per la guardia daziaria. Verso la metà del XV secolo, la chiesa di santa Mustiola divenne sede della Confraternita di sant’Andrea, detta poi della Giustizia. Nel 1552 l’edificio fu ceduto, allo scopo di consentire l’erezione del monastero delle Cappuccine di santa Chiara, dette anche Rinserrate di santa Mustiola.

Porta Santa Susanna a Perugia
2 Porta Santa Susanna oggi

 

Allungato il brodo, è interessante notare che dal momento che le porte medievali erano nominate in funzione dei rioni a cui introducevano, la porta di sant’Andrea è anche la porta di santa Susanna, mentre quella più antica è ormai conosciuta solo come Porta Trasimena.
Santa Susanna è stata una giovane martire romana del IV secolo. Pare fosse parente sia dell’imperatore Diocleziano che di Papa Gaio. Avendo rifiutato di andare in sposa al figlio dell’imperatore, Pierdiocleziano, fu condannata a morte e decapitata in casa propria.
Tradizionalmente santa Susanna viene raffigurata a mani giunte e con lo sguardo rivolto al cielo, o impugnante una palma e una spiga. Le mani giunte rappresentano devozione e preghiera, ma sono anche uno degli attributi dell’Innocenza. La palma in origine era l’emblema delle vittorie militari, portato nei cortei trionfali dei romani. Fu adottato dalla Chiesa come simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. Nei temi profani la Vittoria consegna ai vincitori un ramo di palma, che è anche un attributo della Fama. La palma è anche un attributo della Castità medievale e della personificazione dell’Asia. Nell’iconografia dei santi compare come simbolo generico dei martiri, allo scopo di complicarne l’identificazione. Un gruppo di bambini che reggono rami di palma rappresentano i Santi Innocenti. Anche la Felicità e i suoi sette figli reggono rami di palma, mentre un albero di palma costituisce il bastone da viandante di san Cristoforo. Un sobrio perizoma fatto di foglie di palma è caratteristico degli eremiti nel deserto, in particolare san Paolo e sant’Onofrio. Un ramo di palma è tra gli attributi dell’Immacolata Concezione e un altro viene consegnato alla Vergine dall’angelo che le annuncia l’approssimarsi della morte. Per nulla scaramantica, lei ricicla il dono passandolo a san Giovanni Evangelista, del quale diventa un attributo. Durante la fuga in Egitto, Giuseppe coglie dei datteri dalla palma sotto la quale la Sacra Famiglia riposa, mentre la folla che incontra Gesù al suo ingresso a Gerusalemme sventola rami di palma, come messaggio subliminale.
Cerere, antica dea delle messi, appare incoronata di spighe e a volte ne regge un covone, come l’Estate e l’Abbondanza. Nell’iconografia religiosa la spiga compare spesso col vino come simbolo eucaristico. La spiga è spesso un attributo dei martiri, forse per un errore di battitura.
Osservando le matricole del Nobile Collegio del Cambio durante le frequenti occasioni in cui vengono mostrate al pubblico, ci si potrebbe chiedere chi siano i due uomini che spesso sono raffigurati nell’atto di molestare santa Susanna.
Negli Apocrifi del Vecchio Testamento si narra la storia di Susanna e i vecchioni, la cui simbologia è migrata nel corpus iconografico della santa martire.
Susanna era un’eroina leggendaria che trionfò sulla perversa malvagità di alcuni uomini. La vicenda si svolse a Babilonia. Moglie di un ebreo facoltoso, la giovane era oggetto del desiderio di due anziani della comunità, un ricco possidente e il suo fedele latore di notizie, che insieme concepirono una macchinazione per sedurla. Ella era solita fare il bagno nel proprio giardino e là i due uomini le tesero un agguato: quando le ancelle la ebbero lasciata sola, essi balzarono fuori dal loro nascondiglio e, essendo dispensati grazie al proprio fascino dal bisogno di pagare per fruire dei piaceri della carne, la minacciarono che se non gli si fosse concessa avrebbero giurato di averla colta in flagrante adulterio con un giovane, colpa che allora era punita con la morte. Susanna li respinse con sdegno e i due vecchi, adirati, misero in atto la propria minaccia: Susanna venne trascinata davanti alla corte sotto la falsa accusa, giudicata sommariamente colpevole grazie al peso politico e finanziario degli accusatori e condannata a morte. Quando tutto sembrava perduto, il giovane Daniele si fece avanti e interrogò i due accusatori, ricorrendo all’espediente di udirli separatamente, e ne ottenne testimonianze contraddittorie che provarono l’innocenza della giovane. Il Vecchio Testamento, di solito prodigo nel fornire i particolari truculenti legati a pene e punizioni, tace circa la sorte dei due vecchioni, al pari dei bestiari medievali.
In ebraico, il nome Susanna significa giglio, che è il fiore della purezza. L’episodio figura nell’antica arte catacombale, forse come esempio per i perseguitati della liberazione del giusto dal male. Nel Medioevo, Susanna divenne un simbolo della Chiesa minacciata dai pagani; gli artisti dell’epoca prediligevano il tema di Daniele che ristabilisce la giustizia, mentre dal Rinascimento in poi le preferenze andarono al soggetto di Susanna al bagno, che offriva un’occasione per raffigurare il nudo femminile.

 

Antonio Senatore è scrittore e critico d’arte. Ha collaborato con riviste e istituzioni museali sia in Italia che all’estero. Attualmente opera nel circuito dei musei civici di Perugia e insegna Storia del design presso il NID – Nuovo Istituto di Design.