Raccontare un museo è difficile. Si corre il rischio di banalizzare la complessità  costituita dalle scelte operate a monte di ciò che il visitatore registra durante la sua visita e di attestare il livello del racconto a quello, pur importantissimo, dell’editoria turistica. Oppure, e questa è l’altra faccia della medaglia, si traccia un itinerario riservato ai soli specialisti.
Nel caso del Museo della Cattedrale un primo e imprescindibile punto di partenza è costituito dall’intreccio che esiste tra la storia del luogo e gli spazi espositivi, che sono ricavati all’interno delle antiche strutture abitative dei canonici.
Le prime notizie certe riguardo alla presenza di una comunità residente nelle pertinenze della Cattedrale risalgono al 1036, anno di un documento che chiarisce e mette fine a una causa tra il vescovo Andrea e Leone Bovo, praepositus del Capitolo.
I membri della fraternitas clericorum Perusinorum avevano adottato la regola agostiniana (sicuramente dall’età di Clemente III, come si evince da una bolla del 1189),  mentre  la fine ufficiale di questo modus vivendi viene sancita da una bolla di papa Giulio II datata 1 maggio 1512.
L’istituzione capitolare si occuperà di ogni aspetto inerente la vita della Cattedrale e delle sue proprietà, tra le quali dovevano esserci gli spazi abitativi in uso ai Canonici.
Il numero dei membri costituenti il Capitolo variò nel corso dei secoli, ma sembra possibile riconoscere nell’intero complesso di immobili concentrato  attorno ai due chiostri di San Lorenzo l’insula sacra, cioè l’isolato ben distinto e caratterizzato, ancora oggi emergenza architettonica autonoma nel contesto dell’acropoli cittadina.

Museo del Capitolo, Perugia
1 Il Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo a Perugia

 

La sede del Museo, dunque, racconta questa importante stratigrafia nello sfalsamento dei piani e nella convivenza, a poca distanza l’uno dall’altro, di elementi strutturali alto-medievali, (quando non risalenti alla fase etrusco-romana di occupazione dell’acropoli), di spazi voltati quattrocenteschi, di sale pertinenti alla vita dell’antica Università.  Essa raccoglie le collezioni, formate da oggetti di tipologia diversa e che comprendono, oltre a dipinti e sculture, anche un’importante collezione di manoscritti che coprono un arco cronologico compreso tra il VI e il XVI secolo dopo Cristo, nonché  numerosi oggetti di uso liturgico e devozionale, per giungere infine, ma non meno importante, a una ricchissima collezione di tessili antichi.
Il più antico nucleo di opere intorno cui prese vita il Museo del Capitolo venne raccolto dal Canonico monsignor Luigi Rotelli (Corciano, 26 luglio 1833 – Roma, il 15 settembre 1891),  su espressa delega e per volontà dell’organismo capitolare.
Luigi Rotelli, entrato in Seminario nel novembre del 1841, divenne presto Canonico della Cattedrale e professore di Sacra Teologia, e fu uno dei più stretti collaboratori, ancorché giovanissimo, di Gioacchino Pecci, vescovo di Perugia dal 1846, cardinale dal 1857, e poi papa con il titolo di Leone XIII dal 1878.
La profonda cultura umanistica valse nel settembre del 1871 al giovane canonico il compito di «sistemare il Chiostro a disegni, lapidi marmoree, busti e altri frammenti artistici rinvenuti nei nostri fondi e di fare altri necessari restauri nel suddetto loggiato»[1], come riferiscono gli Atti Capitolari. Si tratta dei materiali lapidei ancora visibili in massima parte nel Chiostro superiore della Cattedrale, con alcune “assenze” dovute a furti o a rimozione per cause di conservazione e studio.
I manufatti che Monsignor Rotelli ebbe l’incarico di sistemare erano assai differenti per tipologia, cronologia e provenienza: dagli stemma gentilizi di famiglie perugine, a parti decorative provenienti dagli edifici dell’acropoli romana, a parti derivanti dagli altari smontati dalla cattedrale durante i secoli, nonché da chiese della città e del circondario. Come si vede, ci si limitò ai soli materiali lapidei, quasi si trattasse di assegnare un luogo adeguato a manufatti erratici.
L’idea che guida il nostro Canonico nella disposizione dei pezzi lungo le pareti del Chiostro non sarà quella di formare gruppi più o meno omogenei per tipologia o per cronologia, quanto piuttosto quella di mostrare e conservare manufatti artistici, nonché di arricchire  nel modo più consono lo spazio accanto alla Cattedrale.
Conosciamo l’elenco dei pezzi sistemati da Rotelli grazie alla pubblicazione di un volume che fu dato alle stampe nel 1911. Il testo venne steso da monsignor Giuseppe Cernicchi [2], che morì prima di poterlo pubblicare, e editato da don Ferdinando Morini per adempiere le ultime volontà dell’autore.

Agostino Di Duccio, Cristo (1474)
2 Agostino Di Duccio, Cristo (1474), Museo del Capitolo (PG)

 

Della maggior parte dei frammenti viene indicata la provenienza: in numerosi casi essi costituivano parti  di altari o di apparati decorativi rimossi dalla Cattedrale; quello che ci colpisce, invece, è che molti di essi provenissero dal Municipio (così è indicato, senza ulteriori precisazioni), in un caso addirittura dal “Forte Paolino” –  ora, la rocca paolina – e da altre chiese della città, quali per esempio la basilica di san Domenico, ai danni della quale si stava compiendo la demaniazione a seguito dell’editto Pepoli .
Altri pezzi provenivano poi da chiese che erano ab antiquo nell’orbita della Cattedrale; ultimo, ma non meno importante, viene segnalato un gruppo di elementi di età classica (“fogliame greco romano”; “testa romana”) o etrusca, oltre a  alcune urne etrusche rinvenute in non meglio precisati «terreni appartenenti al Capitolo».
Aldilà dell’opera di studio di ogni singolo pezzo che è in fieri, quello che ci preme sottolineare è che sul finire del XIX secolo la Cattedrale, e il Capitolo che la governava, rivestiva un ruolo attrattivo cui era demandata l’opera di conservazione e esposizione di parte delle testimonianze storiche della città.
Per dovere di completezza indichiamo che nel chiostro venne murata, sempre per volere del Capitolo e sempre a cura del canonico Rotelli, che ne redasse il testo in latino, l’epigrafe che ricorda la celebrazione, nel periodo compreso tra il 1216 e il 1305, di cinque conclavi all’interno degli spazi capitolari.
L’operazione di recupero e conservazione voluta dal Capitolo e curata dal canonico Rotelli sul finire del XIX secolo segna di fatto l’avvio della storia di ciò che ora è il Museo Capitolare, che troverà pieno compimento circa cinquanta anni dopo, grazie all’opera di Umberto Gnoli e della “Brigata perugina degli amici dell’arte”.
Questo genere di sodalizi nacquero agli inizi del XIX secolo e si formarono con la duplice finalità di concorrere alla conoscenza del territorio in cui si proponevano di operare e di salvaguardare le presenze artistiche, proponendo e finanziando attraverso raccolte di fondi operazioni di recupero e restauro.
Come è stato notato, la scelta di chiamarsi “Brigata” indicava un clima di partecipazione e condivisione tra “amici” di interessi culturali, quasi a voler scongiurare il rischio di sodalizi tra pedanti eruditi.
A Perugia la “Brigata” nacque nel luglio 1909 dal progetto di un gruppo di illustri cittadini di Perugia che volevano valorizzare, restaurare, difendere e promuovere il patrimonio storico-artistico della città con restauri, manifestazioni e convegni.
L’attività del sodalizio fu importante anche per la nascita del Museo, poiché già dal 1912 si delibera sulla possibilità di chiedere al Capitolo di destinare a Museo un locale tra quelli di sua proprietà, raccogliendo e esponendo oggetti artistici più pregevoli.
La richiesta della Brigata non sortì un effetto immediato, ma evidentemente aveva contribuito a focalizzare l’attenzione, anche del Capitolo, sulla possibilità di allestire una raccolta museale aperta al pubblico dei visitatori.

Lastra Gesù benedicente
3 Verso lastra con Gesù benedicente (sec. XII), Museo del Capitolo (PG)

 

Entra in scena, a questo punto, Umberto Gnoli, che contribuì in modo determinante alla nascita del Museo, dando un apporto scientifico di alto profilo alla conoscenza dei materiali. Umberto Gnoli (Roma, 1878 – Campello sul Clitunno, 1947) compie la sua formazione a Spello e il periodo della sua permanenza nella cittadina umbra lo mette evidentemente in contatto con  le presenze romaniche del territorio, sulle quali discute la tesi con Adolfo Venturi.
L’arte della regione umbra fu da sempre al centro dei suoi interessi critici, grazie ai quali furono precisate molte attribuzioni e contesti artistici. Inoltre ebbe modo di frequentare altri importanti storici dell’arte. Dal 1910 è Ispettore ai monumenti per l’Umbria per la provincia di Perugia e in questa veste riesce a far trasformare l’allora Pinacoteca comunale del capoluogo in Regia Galleria Nazionale. E’ durante gli anni della sua soprintendenza che viene istituito il Museo del Capitolo, per il quale Gnoli redige anche il Catalogo.
Nell’introduzione del Catalogo si esplicita che Il Museo apre nella «ricorrenza del quarto centenario della morte di Pietro Perugino» e che «per onorare la memoria del più grande pittore umbro la miglior forma fosse quella di raccogliere in una collezione ordinata e completa, e di rendere costantemente visibile al pubblico, le varie insigni opere di arte di cui […] si è venuta arricchendo questa insigne basilica dedicata a San Lorenzo».
Dunque, anche il nostro Museo nasce sotto l’ala del genius loci, di quel Perugino che Gnoli stesso aveva contribuito a far conoscere con la pubblicazione di documenti e con i suoi studi.
Il neonato Museo raccoglie, sempre citando dall’introduzione, ciò che «proveniva da chiese soppresse o da donazioni o da modificazioni apportate alla decorazione della Cattedrale». Inoltre, finalmente, si vedrà ciò che, per la sua ubicazione, non s’era potuto offrire alla vista del pubblico e il riferimento esplicito è alla pala di Luca Signorelli, non apprezzabile al meglio «per le infelicissime condizioni di luce e di sicurezza in cui veniva a trovarsi nella cappella di S. Onofrio, e per le modificazioni che la Cappella stessa ha subito attraverso i secoli».
Dunque la raccolta capitolare sarà integrata da opere che non provengono solo dalla Cattedrale, ma anche dalle chiese periferiche e non più frequentate dalle comunità del territorio.  Questo passaggio evidenzia che l’istituzione museale nasce con una vocazione non limitata alla conservazione dei manufatti legati alle vicende del Duomo, ma votata a testimoniare e preservare anche quel tessuto connettivo costituito dalle opere probabilmente meno ragguardevoli da un punto di vista meramente estetico.
Le sale adibite a Museo erano due, la cosiddetta “Sala dei rinfreschi” (superato l’ingresso, sulla sinistra) e ora adibita a sala di accoglienza dei visitatori e biglietteria, e quella cosiddetta  “del tesoro”, sulla destra.
Gli oggetti esposti vennero divisi in due macrocategorie, le opere di pittura e codici in una sala, suppellettile liturgica e tessili in un’altra, secondo un criterio di matrice idealistica, secondo il quale le opere di pittura e miniatura andavano “privilegiate”, come testimonianza più alta dell’ingegno umano. Peraltro questo criterio, che ora non sarebbe così unanimemente accettato, rispondeva alla formazione e agli interessi di studio di Umberto Gnoli.
Non erano previsti targhette apposte sulle opere, né didascalie; era invece disponibile il piccolo catalogo curato da Gnoli stesso, ancora oggi primario e insostituibile strumento di conoscenza per chi si occupi del Museo Capitolare. Ancora oggi, nell’attuale sala della biglietteria, sono visibili sulle pareti alcuni cartellini recanti i numeri della vecchia disposizione delle opere. Il Museo era aperto tutti i giorni su richiesta dei visitatori, che dovevano rivolgersi in sacrestia.
Il catalogo del 1923 si chiude con una postilla riguardante la vera da pozzo ottagonale che si trovava al centro del Chiostro: si trattava di un dono della Congregazione di Carità al Municipio, che lo diede in custodia al Capitolo. La collocazione originaria del pezzo, secondo quanto indica lo Gnoli, sarebbe stata quella di un cortile di fronte all’ingresso della vecchia sede dell’Ospedale di S. Maria della Misericordia, in via Oberdan.
Con queste caratteristiche, il Museo rimase aperto sino alla fine degli anni ottanta del Novecento, quando i locali non risultarono più praticabili dal pubblico e si resero necessari importanti lavori di consolidamento strutturale e di recupero funzionale.
La sede museale risultò così notevolmente ampliata, mentre il riallestimento venne curato dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici negli anni tra il 1998–99, utilizzando anche fondi per il Giubileo del 2000. Il 1 aprile di quello stesso anno il Museo venne riaperto di nuovo al pubblico.

Verso lastra S. Giovanni Evangelista, XIII sec.
4 Verso lastra con San Giovanni Evangelista (sec. XII), Museo del Capitolo (PG)

 

L’ultimo, ma non meno importante passo è stato compiuto dall’apertura al pubblico del percorso archeologico, grazie al quale i visitatori sono condotti da personale del Museo a scoprire o, meglio, riscoprire una parte consistente della città.
Il Museo conta ora ventitré sale e le opere sono disposte secondo un criterio cronologico, che segue un andamento ascendente.
L’ultima operazione rilevante dal punto di vista espositivo è stata ultimata nel 2011, quando si è proceduto al rimontaggio delle parti principali della decorazione dell’altare della Pietà, dovuta allo scultore fiorentino del rinascimento Agostino di Antonio, noto come Agostino di Duccio ( Firenze, 1418 – Perugia, dopo il 1481).
L’altare si trovava nella navata sinistra della Cattedrale e venne realizzato tra il 1473 e l’anno successivo grazie al lascito testamentario di Niccolò Ranieri per l’ospedale di Santa Maria della Misericordia.
Le lastre marmoree raffiguranti Maria e San Giovanni evangelista furono riutilizzate da Agostino e l’allestimento consente di ammirare anche la faccia in passato non visibile, con i bassorilievi medievali che erano, con tutta probabilità, pertinenti al portale della Cattedrale nella sua fase romanica.

 

[1] Archivio Capitolare di Perugia, Atti Capitolari, vol. XXVII (1871 – 1877), p. 33.

[2] G. Cernicchi, L’Acropoli sacra di Perugia e suoi archivi al principio del secolo XX, Perugia 1911, pp. 27 – 32

 

Chiara Basta ha collaborato con la Soprintendenza ai Beni Storico Artistici di Milano e di Brescia. I suoi interessi di studio vertono sulla scultura. Lavora al Museo del Capitolo della Cattedrale di Perugia. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni per Skira, Einaudi, Rizzoli.