Ricordo ancora con la nostalgia che tutti abbiamo per l’infanzia la nonna che si domandava e domandava a mia madre cosa preparare per pranzo, cosa mangeremo a pranzo, domani, per la festa in arrivo, per il resto della nostra vita, è una costante della nostra cultura ma non, come credevo, un retaggio di periodi di sottonutrizione e difficoltà a mettere qualcosa nel piatto, è proprio connaturato ai nostri istinti animaleschi. In effetti i nostri ben pasciuti animali domestici hanno come primo pensiero il mangiare ed a tutto si piegano pur di garantirsi questa funzione nonostante non abbiano mai sofferto i morsi della fame. Anche noi quindi come tanti Boby, Teo, Zara ecc. abbiamo ricorrente questo pensiero che invece che stemperarsi con l’agiatezza si rinforza nell’esigenza di trovare non solo qualcosa da mettere nel piatto ma un qualcosa speciale, più buono, più sano, più nutriente, non solo utile a farci svolgere le nostre funzioni giornaliere ma che ci permetta di mantenerci giovani, sani, belli.

Annibale Carracci, Il mangiatore di fagioli
1 Annibale Carracci, Mangiatore di fagioli (1584-1585), Roma, Galleria Colonna

 

Ora per qualche strano percorso cerebrale questi alimenti miracolosi non si vanno a cercare nei laboratori scientifici più avanzati ma nei campi abbandonati, nella memoria dei più anziani quasi come se venissimo da un’età dell’oro dal punto di vista alimentare invece che da un’età di stenti e rinunce e malattie legate alle carenze nutrizionali. Eppure ci viene facile immaginare che il farro che coltivavano i nostri bisnonni, le mangiatore di fagioli cicerchie e quella frutta bitorzoluta e infettata da parassiti possano contribuire a migliorare la nostra salute e ad allungarci la vita quando i nostri nonni che questo mangiavano sono morti senza denti, con tanti acciacchi ad un’età in cui noi ancora facciamo sport. Come spiegare questo comune sentire è un compito da sociologi quali non siamo ma portare un contributo alla conoscenza degli alimenti e liberarci di tanti pregiudizi è quello che vogliamo proporci con questo breve scritto. È di qualche tempo fa la pagina del Corriere della Sera tutta incentrata sulla sanità della polenta di mais derivata da coltura biologica confrontata a quella derivata da mais OGM e le relative opposte posizioni rappresentate per i pro OGM da Umberto Veronesi e per i pro Agricoltura Biologica da Mario Capanna. Anche se il sentire comune ci fa considerare la coltura biologica la più sana in realtà sono proprio i suoiprodotti che vengono messi sottoaccusa come veicoli di intossicazione con sostanze nocive e cancerogene[1]. Questo ribaltamento delle posizioni si basa sul fatto che le colture biologiche proprio perché prive del sostegno dei presidi fitosanitari di origine chimica sono più attaccate da insetti che scavando all’interno dei tessuti creano a loro volta l’ambiente ideale per lo sviluppo di funghi le cui tossine (aflatossine, fumosinine, ecc.) sono facilmente trasferibili nell’alimento e quindi al consumatore, i problemi di contaminazione di latte con aflatossine è una delle emergenze più sentite nei nostri istituti zooprofilattici, sfortunatamente tali sostanze sono state dimostrate essere potenti cancerogeni. Viene da pensare che richiedere alimenti biologici nelle mense scolastiche possa essere un attentato alla salute dei nostri figli, più che una protezione, e con questo si dimostra che il Principio di Precauzione, tanto invocato dal mondo ambientalista, non conosce schieramenti politici. Ma è meglio non generalizzare e includere tra le possibili cause della contaminazione degli alimenti da tossine micotiche altri attori quali lo stoccaggio dei prodotti, l’essicamento, la raccolta. E’ recente l’inchiesta televisiva che ha mostrato quanto siano presenti tali composti in paste ottenute da grano sicuramente non biologico, importato da luoghi lontani e che quindi ha subito ammuffimento durante il passaggio in nave[2]. Altre inchieste televisive hanno mostrato e sicuramente mostreranno come i trattamenti con presidi fitosanitari possano lasciare residui nell’alimento, magari ciascun composto sotto la soglia consentita, ma comunque sviluppare effetti tossici per la presenza di più composti, e questo per dire che anche l’agricoltura che fa ricorso massicciamente alla chimica non è la soluzione dei problemi. Ma cominciamo dall’inizio, quale è il problema? I problemi in realtà sono molti, si stima che la richiesta di cibo incrementerà di 2-3 volte rispetto ai consumi degli anni ’90 da qui al 2050[3]. Nello stesso tempo e probabilmente con lo stesso ritmo molti terreni agricoli verranno sottratti alla coltivazione di prodotti alimentari vuoi per la soffocante urbanizzazione, vuoi per la destinazione verso altre produzioni quali ad esempio l’energia, lo svago, la rinaturazione e riforestazione. Nelle aree sviluppate e più densamente popolate del pianeta si richiede anche un agricoltura ecosostenibile, che utilizzi pratiche rispettose dell’ambiente e per questo nella gran parte dei casi che riducono la produzione unitaria. Tale situazione viene sopportata a scapito delle grandi estensioni produttive poste in quei paesi poco popolati e poveri che per ottenere investimenti dall’estero sono disponibili a privarsi della fruizione del proprio terreno agrario a vantaggio di altre popolazioni (land grabbing). Considerando che il land grabbing non è una soluzione accettabile e non si perpetuerà nel tempo occorre praticare un’inversione di tendenza sia nelle nostre politiche agricole che nei nostri stili di vita, inversione che si sintetizza in due punti essenziali: mantenimento e recupero delle aree agricole di pregio, ricerca ed innovazione.

2 Sterro per edificazione su terreno agrario
2 Sterro per edificazione su terreno agrario

 

Purtroppo affacciandosi alle tante ringhiere dell’Umbria si scopre un paesaggio che è peggiorato drammaticamente, i campi coltivati sono stati sostituiti da strade, capannoni industriali spesso dismessi, centri della grande distribuzione, e recentemente da campi solari. L’Umbria “cuore verde d’Italia” è diventato solo un bello slogan ormai non più rappresentativo della realtà. Tale depauperamento del nostro paesaggio, che si ripercuoterà anche sul turismo, si spiega solamente con la bassa se non nulla redditività dell’agricoltura. Al momento ci alimentiamo a basso prezzo sfruttando le importazioni che non ci garantiscono la qualità sia per le tecniche di produzione non controllabili, sia per il trasporto e lo stoccaggio che sicuramente depauperano la qualità del prodotto. Con l’aumento dei consumi nei paesi emergenti probabilmente le derrate rimarranno in gran parte nelle zone di produzione, i prezzi cresceranno e per alimentarci saremo costretti a spendere molto per avere un prodotto di qualità bassa; non so quanto sarà semplice recuperare all’agricoltura i terreni, le competenze, le professionalità, la dedizione. Non possiamo quindi permetterci di perdere tali patrimoni, a tal fine bisogna ripagare l’agricoltura con il prezzo dei prodotti e se non bastasse con incentivi alla protezione del paesaggio, ma soprattutto occorre trovare dentro l’agricoltura le forze per mantenersi. La strategia che l’Italia ha scelto in tutte le regioni è la qualità, dove per qualità si intende l’unicità del prodotto non riproducibile altrove e con caratteristiche di particolare pregio, i famosi prodotti tipici, che tramite DOP, IGP certificazioni varie riescono a sottrarsi al prezzo fissato sui mercati mondiali e spuntare prezzi remunerativi. Ciò comporta costi di certificazione, inclusi i costi della ricerca per mettere a punto metodi certi di certificazione, e si presta a frodi, perché spesso la unicità del prodotto che si commercia è limitata al luogo di origine piuttosto che a qualità organolettiche ben distinguibili. In Umbria i principali prodotti tipici sono la Fagiolina del lago, la Lenticchia di Castelluccio, il Sedano nero di Trevi, lo Zafferano di Cascia, è evidente come tali colture non possano soddisfare tutte le esigenze dei produttori in quanto si caratterizzano per la produzione in piccole enclave di territorio e comunque sono prodotti che hanno una domanda contenuta per cui non è con questi che si può riattivare l’agricoltura delle principali zone agricole della regione: la piana di Assisi, la valle del Tevere, la Conca Ternana. In realtà i prodotti tipici difficilmente riescono ad interessare le grandi regioni agricole del paese: la pianura padana, il tavoliere delle puglie, proprio perché per essere tipico e caro il prodotto deve essere anche raro. L’agricoltura che conta non si fa con queste colture ma con le colture ad ampia diffusione il grano, il mais, il riso, la patata, il pomodoro ecc. e sono queste che hanno più bisogno di essere incentivate e salvaguardate.

3 Campi solari su terreno agrario
3 Campi solari su terreno agrario

 

La salvaguardia commerciale è l’aspetto più difficile da raggiungere perché vista la libera circolazione delle merci ottenuta con gli accordi GATT e la costituzione del WTO, per questi prodotti ormai esiste un mercato mondiale che stabilisce il prezzo e il produttore italiano è costretto a subire a fronte di costi di produzione molto elevati il prezzo mondiale che risulta insufficiente a coprire i costi vivi della produzione, ragion per cui le aziende chiudono o si riconvertono ed il territorio agrario scompare spesso in maniera non più recuperabile. L’intervento protettivo su tali produzioni può essere di due tipi incidere sui costi di trasporto e mettere limiti molto stringenti sulla qualità dei prodotti. Ovviamente anche i costi dei trasporti sono soggetti a controllo internazionale e comunque risulta difficile incrementarli per l’ovvio effetto inflattivo, per cui rimane solamente il metodo del controllo qualità per sfavorire le importazioni, le disposizioni sugli OGM sembrano quindi più funzionali a questo aspetto che a quello sanitario ed ambientale. Tuttavia sembrano esercitare uno scarso effetto se vero quanto riportato dal Rapporto di Nomisma del 2004 che, sulla base dei dati del 2001, spiegava come tutti i prodotti DOP ed IGP usassero soia da OGM in una percentuale che Nomisma stimava del 36%[4]. Sarebbe forse più opportuno e più utile incrementare i controlli e quindi respingere alla frontiera quelle derrate alimentari che non rispettano criteri di sanità e qualità, vedi le granaglie contaminate da tossine micotiche, vedi gli olii di olivo con percentuali di acidità elevatissime prima della raffinazione da parte dei trasformatori locali. La politica del km 0 potrebbe essere una grande incentivazione alla produzione agricola ma necessità di azioni e strutture per renderla praticabile, attualmente si lavora invece solo a vantaggio della grande distribuzione che a fronte del ventilato incremento di occupazione, per altro di basso livello, consuma territorio e richiede investimenti pubblici per le infrastrutture. Un coadiuvante di tali politiche può essere l’incremento della redditività delle colture con innovazioni che riducano i costi ed aumentino la produzione. La genetica vegetale potrebbe qui essere un’attrice protagonista ammesso che si accetti l’utilizzazione di tecniche avanzate anche transgeniche.

4 Fiori di piante transgeniche di tabacco con diverso livello di metaboliti secondari
4 Fiori di piante transgeniche di tabacco con diverso livello di metaboliti secondari

 

La paura del transgene risiede tutta nel “non sappiamo cosa abbiamo combinato” che in prima istanza non è vero in seconda istanza e vero per tutte le nostre attività. Non è vero che non si sa niente perché l’avanzamento delle metodiche ci permette di sapere molto di quello che abbiamo combinato, vale a dire in quale punto del cromosoma si è inserito il transgene, se e quali geni della pianta sono stati alterati dall’inserimento, se e quanto il transgene si esprime, se e quanto altri geni potenzialmente coinvolti con il transgene siano stati alterati, se le proteine e le sostanze vegetali fiori accumulate nella pianta siano state modificate in seguito al trasferimento genico. Sappiamo anche che sono prodotti ormai utilizzati in vaste zone del mondo e non sono mai stati provati effetti nocivi di tali colture per la salute. Come per tutte le nostre azioni c’è una parte che rimane oscura vale a dire non conosciamo quello che non conosciamo e quindi potrebbe anche avvenire che come per le colture biologiche si scopre che possono favorire l’insediamento di ceppi fungini tossici anche per le colture OGM si potrebbero trovare conseguenze negative per ora non identificate. Certamente una conseguenza negativa è la resistenza di tali colture a un solo erbicida e quindi alternare colture diverse non comporta l’utilizzo di erbicidi diversi e facilità la formazione di una flora di sostituzione sempre più difficile da debellare[5]. Va inoltre spesa ben più di una parola sull’importanza delle modalità di produzione delle tecniche della agricoltura biologica, il rispetto dell’ambiente di produzione di cui tale tecnica si fa garante è un valore irrinunciabile e quindi proteggere le falde acquifere dalla contaminazione con i reflui, mantenere alto il contenuto di sostanza organica nel terreno, minimizzare il rilascio nell’atmosfera di sostanze potenzialmente pericolose sono valori fondamentali per il cui conseguimento si introducono o reintroducono tecniche di produzione altamente valide quali la rotazione la consociazione ecc.. Purtroppo l’agricoltura biologica non accetta di integrare nei suoi disciplinari l’utilizzazione di piante modificate proprio per ottimizzare tali esigenze, e quindi che producono sostanze tossiche o repellenti per i patogeni, che aumentano il valore nutrizionale del prodotto ecc.. E soprattutto non accetta il metodo considerandolo figlio di chissà quale Satana con una sorta di antiscientismo preconcetto. Come già anticipato si possono non accettare alcune delle produzioni di tali tecnologie, come motivato per l’inserimento della resistenza agli erbicidi, anzi ad un solo erbicida, ma non si può comprendere il rifiuto della metodica che altro non è se non lo sviluppo e l’ampliamento di tecniche già ampiamente utilizzate quali l’incrocio controllato, l’incrocio interspecifico, la mutagenesi. Ci sarebbe invece da combattere verso la limitatezza nel numero e nel tipo di prodotti transgenici figlia soprattutto del controllo di poche aziende sui brevetti[6] che proteggono non solo i prodotti ma anche i metodi di costituzione degli OGM, metodiche peraltro figlie di ricerche iniziate e condotte per la gran parte presso istituzioni pubbliche. Non avere il lacciolo dei brevetti permetterebbe di applicare tali tecnologie anche su specie a diffusione limitata e locale e quindi moltiplicare per n gli organismi transgenici disponibili. Avere quindi pomodori di determinate varietà, resistenti a patogeni specifici, adattare, per quanto possibile, le esigenze termiche di una coltura alle condizioni del proprio ambiente e quindi aumentare le alternative colturali di una certa zona, il che oltre che fornire più possibilità di reddito all’agricoltura, rende più ampio la gamma di prodotti a km 0, e non ultimo come importanza, aumenta la biodiversità e la varietà del paesaggio. Ciò nonostante per quanto siano grandi le potenzialità della genetica è ingenuo sperare che possa risolvere da sola i tanti problemi posti per garantire la sicurezza alimentare (cibo per tutti) che forse val la pena riassumere: aumento della popolazione, riduzione delle superfici coltivabili, destinazione dei terreni a produzioni non alimentari, land grabbing, finanziarizzazione dei mercati agricoli, che ha portato a volatilità dei prezzi e speculazioni [7] che non garantiscono certezze alla piccola media produzione, peraltro la più rilevante in Italia, e che quindi viene indotta ad uscire dal sistema produttivo per riconvertirsi. Come sopradetto le problematiche vanno ben oltre le tematiche specificatamente agricole ma coinvolgono aspetti economici di politica nazionale ma soprattutto internazionale, aspetti di ordine commerciale ed anche aspetti sociologici ed antropologici. Noi nella nostra piccola Umbria possiamo solamente fare due azioni conservare ed innovare, conservare il nostro ambiente, i nostri terreni agricoli, il nostro paesaggio e nel contempo innovare le produzioni, aggiungere nuove colture al pur vasto inventario di specie che vengono coltivate, aggiungere nuovi stili di vita e nuovi stili alimentari, soprattutto mangiare meno e diversificare la dieta. La Commissione Europea ha messo sul piatto 3 milioni di euro per progetti che studino gli insetti come nuove fonti di proteine[8]. Perché no?

 

[1] “Corriere della Sera” del 9.10.2011, pag. 29.

[2] “Presa Diretta”, Rai3 del 9.10.2011.

[3] Bongaarts, J. (1996) Population pressure and the food supply system in the developing world. in “Population and Development Review” 22, pp. 483-503.

[4] Nomisma 2004 – Biotecnologie e Zootecnia. Scenari, potenzialità e ambiti di scelta per le produzioniitaliane di qualità.

[5] Chaudhry, O.(2008) Herbicide resistance and Weed-resistance management. http://www.weed-science.org/paper/Book_Chapter_I.pdf

[6] Jorgensen, R. (2007) The freedom to innovate: a privilege or a right? in “The Plant Cell” 19, pp. 1433-1434.

[7] Campli, M. (2011) La sicurezza alimentare: le priorità di una sfida antica e contemporanea, in “Agriregionieuropa” 7 (26), settembre 2011.

[8] Work programme 2012 (2011), Cooperation Theme 2 European Commission C5068 of 19 July 2011.

 

Francesco Damiani è Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e responsabile della Unità Operativa di Perugia dell’Istituto Di Bioscienze e Biorisorse.