Privacy Policy Tovaglie Perugine. Giudizio estetico e autonomia
Silvana Toppetti Vol. 5, n. 1 (2013) Conoscenza

Tovaglie Perugine. Giudizio estetico e autonomia

Formare il proprio giudizio estetico, cioè rendersi conto se una cosa è bella o no, è necessario per imparare a ragionare in autonomia.
Quindi posso dire:
– so guardare perché sono formato;
– so scegliere perché confronto ciò che ho appreso con quello che vedo e arricchisco il mio giudizio estetico;
– quando formulo pareri motivati esprimo la mia identità, dichiaro la mia appartenenza – sono umbro, sono italiano -, mi misuro con la realtà circostante, apro un ponte tra il passato – tradizione – e il presente – attualità – e progetto per il futuro.
Tutto questo mi permette di entrare in relazione costruttiva con gli altri: faccio circolare idee e pensieri; la relazione sociale, sostenuta da concetti consapevoli, genera fiducia verso l’altro (ti ascolto perché mi interessa ciò che dici e rispondo con mie idee) ciò costruisce rapporti sociali.
Nutrire la fiducia negli altri è, a mio giudizio, uno degli obiettivi da raggiungere oggi per ricucire il moderno tessuto sociale
Parlando di un utensile capisco che un oggetto d’uso ha una forma e questa nasce dalla sua funzione ; se imparo a decifrarla, leggo la storia da cui viene. Terminata questa analisi, se voglio, verifico nel presente, la necessità di conservare la forma dell’oggetto o adattarlo all’oggi: vale la pena produrlo? Quale ruolo ha nel presente?

Tovaglia perugina in lino
1 Particolare di tovaglia in lino bianco con fasce decorate in cotone indaco, XIV-XV secolo, Perugia Galleria Nazionale dell’Umbria. Quest’esemplare o altro, pressoché identico, ha costituito presumibilmente fonte di ispirazione per Brozzetti, Ceccucci e Sposini, i cui laboratori tessili ripropongono il disegno con lievi varianti.

 

Ecco perché è ancora utile parlare di Tovaglie Perugine, per conoscerle e chiedersi quale ruolo potrebbero avere se riprodotte oggi secondo i modelli originali.
Musei e luoghi di conservazione sono importanti se riescono a parlare a chi li frequenta e per riuscire a guardare in maniera consapevole un’esposizione (e non elencativa: cioè con uno sguardo acritico che si limitata a registrare come ‘importanti’ gli oggetti senza saperne bene valutare il perché) è necessario che il museo abbia un interlocutore informato, e il visitatore trovi nell’oggetto d’arte una risposta ad una sua curiosità o che il museo stimoli riflessioni spendibili nella realtà.
Un moderno modello di dialogo museale in Umbria, a mio giudizio, è il neonato Museo della canapa di Sant’Anatolia di Narco, dove dal seme della canapa a moderni tessuti (perfino una giacca di Brunello Cucinelli) si prova a raccontare il tutto.
Potrebbe essere qui, in questi settori particolari, la risposta ad un mercato prepotente che in nome del guadagno appiattisce il sapere.
Far riemergere tradizioni, non per fare “presepi” ma per arricchire con oggetti, portatori di valenze culturali, la vita dei cittadini, significa crescere. Non voglio due o tre canovacci al prezzo di uno, ma uno che racconti anche la mia storia.

Tovaglia Perugina
2 Particolare di tovaglia perugina, XVI secolo, Spoleto, Museo diocesano.

 

Definizione
Le tovaglie perugine rientrano nella produzione tessile e vanno collocate tra i prodotti popolari cioè realizzate con telai in legno di uso domestico. Nelle grandi case rurali, spesso, c’era una stanza “il telarino” dove un telaio manuale, con luce 90 o 120cm, vedeva, in momenti diversi della giornata, avvicendarsi lavoranti quasi sempre donne.

Telaio tessile manuale tipico per la creazione di tovaglie perugine
3 Telaio Manuale in legno, Collezione tessile Tela Umbra, Città di Castello. Telaio manuale, a pedale controbilanciato, in legno d´abete conservato nel salone centrale della esposizione della collezione tessile di Tela Umbra a Città di Castello. Appartiene al patrimonio di strumenti tessili del laboratorio tifernate fondato da Alice Hallgarten Franchetti nel 1908 con un parco di oltre 40 telai, in parte reperiti nelle campagne circostanti e in parti fatti costruire da falegnami esperti su un disegno da lei stessa portato dall´Inghilterra. La tipologia strutturale di questo telaio è quella tradizionale, diffusa in tantissime aree italiane ed europee almeno sin dal Mille-Millecento. Su questo particolare esemplare si possono montare fino a 9 pedali e 16 licci ma il procedimento tecnico è simile in tutto a quello realizzabile anche su telai di minori o maggiori dimensioni, con altezza da 80 a 180, a uno o
due posti e con quantità assai superiore di pedali e licci: per esempio anche 40 per le coperte nuziali in uso un tempo nelle campagne umbre. Le lavoranti tessono azionando con entrambi i piedi i pedali, che – collegati con funicelle ai licci – fanno muovere in alto e in basso i fili dell´ordito che a mano a mano si srotolano dal subbio posteriore e che – intrecciandosi con quelli di trama, passati con la navetta da lancio a mano e accostati dal pettine inserito nella cassa battente – formano il tessuto. La quantità dei pedali e licci impiegati dipende dalla complessità dell´armatura del fondo e delle decorazioni.

 

Tecnicamente ci troviamo di fronte ad un tessuto in lino e cotone realizzato con intreccio a tela (in molti casi con legatura ad occhio di pernice o a spina) alle cui estremità, nel senso della trama, correvano le decorazioni. Queste erano a fasce (con intreccio a gros de tour) o bande con decorazione geometriche o motivi figurativi che si ripetevano ritmicamente, realizzati con trame lanciate.
Animali affrontati, scene di caccia, l’albero della vita, cavalieri, sirene stilizzate ridotte a moduli venivano ripetuti a decorare i tessuti.
Il filato della decorazione era azzurro intenso, tinto con indaco o guado.
L’indaco è un arbusto legnoso, con bei fiori (rossi o bianchi), vive in oriente, da esso si estrae la sostanza tintoria che dà il blu con procedimenti antichissimi di fermentazione.
La tintura, che si ottiene con tale colorante naturale, come dicevamo, produce un colore blu intenso; in questa il filato risulta come rivestito da una lacca, in quanto la sostanza tintoria, rimane in sospensione nell’acqua, non si scioglie, ma si deposita sulla parte esterna della fibra.
Nelle vecchie tovaglie, provate dall’uso, se vi sono abrasioni, emerge il grezzo del filato; questo determina un senso di scolorito, che non viene dall’alterazione della tinta, ma dall’emergere della fibra.
I tuareg, che avevano degli abiti tinti con l’indaco, erano detti “uomini blu” perché sulla loro pelle si depositavano residui della colorazione degli abiti.
Il guado, invece, è un’erbacea che veniva coltivata anche nel nostro territorio; soprattutto nel nord dell’Umbria, molti toponimi conservano il termine come Gualdo Cattaneo, Gualdo Tadino ecc.
Nella tintura con il guado è necessaria molta più materia prima e l’estrazione della sostanza colorante è più complessa, la tinta che si ottiene è sempre il blu intenso, perché anche nel guado è presente l’isatis tinctoria. Tantissimo guado veniva prodotto nel mondo antico, anche se la sostanza principe per ottenere il blu era l’indaco.

 

Uso
Le tovaglie perugine sono state sempre oggetti d’uso e popolavano la via quotidiana; erano: asciugamani, tovaglie, tramezzi per la tavola e le troviamo anche sugli altari dove completavano la mensa per i riti religiosi.
Dal punto di vista storico, le tovaglie ad indaco sono da collocarsi tra il XIV e il XVII sec; erano prodotte anche in altre regione dell’Italia, soprattutto nel centro, ma il corpo umbro si distingue per qualità e quantità.
Questa produzione diventerà uno degli oggetti d’arte che darà identità all’Umbria con il nome di Tovaglie Perugine.
E’ alla fine dell’Ottocento che tali manufatti vengono ricercati e studiati ed è questo il momento in cui saranno codificate. Se ne parla e la loro fortuna si snoderà su due canali: il collezionismo, che comporterà anche il mercato e la musealizzazione.
La valorizzazione delle tovaglie perugine si intreccia con l’operazione culturale che ha come obiettivo quello di fornire modelli alle moderne ‘industrie artistiche’. Nasce infatti nel momento in cui nell’industria inizia a fare i primi passi il concetto di ‘arte applicata’, cioè ricerca artistica applicata all’oggetto d’uso prodotto meccanicamente e in serie. Studio la forma di una foglia, ne trovo il contorno, il colore,ecc ed il risultato lo applico, come decorazione, ad una tenda o ad un bicchiere.
Questa forma d’arte trova le sue origini nel nord d’Europa e in Italia, teorizzata da Alfredo Melani, trova la sua prima scuola nell’ Istituto d’Arte Applicata che sarà aperto all’interno del Castello Sforzesco a Milano Lo stesso Melani, mosso dallo spirito dell’arte industriale, stringerà con l’allora emergente Ulrico Hoepli, (1889-1909) un sodalizio che lo porterà a pubblicare diversi testi d’arte applicata.
Al Melani non sfuggono le Tovaglie Perugine e in un numero di ‘Arte Italiana Decorativa e Industriale’, rivista del 1903, le analizzerà e darà lucidi dei motivi decorativi.
Sempre per capire l’importanza dell’ arte applicata dobbiamo ricordare che è questo il momento in cui nasce il grande museo di South Kensington a Londra, che diverrà il famoso Victoria and Albert Museum. Questa raccolta conserva oggetti d’artigianato con l’intento di farli diventare modelli d’arte applicata; troveremo qui tanti reperti che vengono dalla prolifica produzione italiana.
Sembra di essere andati fuori del seminato con questo discorso, ma se il clima culturale non fosse stato questo, anche le nostre tovaglie sarebbero state uno dei tanti oggetti del passato belli ma senza un reale spazio nel presente; invece viste attraverso questa ottica se ne capisce il valore. La loro importanza non era solo quella di un importante reperto dell’antichità, ma anche forme d’arte ricche di potenziale economico da poter trasferire al prodotto industriale. Questa formula: tradizione e moderna produzione potrebbe essere trasferita all’oggi.
È su questo panorama che s’innesta il collezionismo: altro fattore determinante per la conoscenza e la conservazione di tale prodotto tessile.

 

Collezionismo
Citiamo per tutti l’esempio di un collezionista perugino, Mariano Rocchi (1855-1943). Rocchi è sensibile al moderno discorso sulle arti applicate e, sull’onda di questa moda, raccoglie molti reperti d’artigianato, come dimostra il bel catalogo della sua raccolta; tra gli oggetti presenti nella sua collezione, un grande spazio hanno le tovaglie perugine.
È talmente famosa la sua collezione che ad inizio Novecento presterà esemplari a tre esposizioni a carattere nazionale (Torino, Perugia e Roma) e visitatori ed acquirenti stranieri frequenteranno la sua raccolta che da Perugia verrà spostata (1907) a Roma in uno stabile di via Nazionale che, come propaganda il volumetto illustrativo, è anche dotato di un moderno ascensore.
A fine Ottocento inizi Novecento il nascente gusto per la produzione popolare , il collezionismo ed il conseguente mercato, toglieranno le tessiture ad indaco dall’ombra; da questo momento tutti gli intenditori d’arte, gli studiosi, in genere, gli storici dell’arte (si nomini per tutti Walter Bombe) vanno a cercarle, saranno rilevate e segnalate tutte le volte che compaiono nei dipinti; i ripetuti studi le renderanno bandiera del Rinascimento italiano.
Anche una serie di moderne imprese, che producono tessiture artigiane, le cominciano a riprodurre; più che copiarle le interpretano creando fantasiosi tessuti che ne continuano la tradizione in maniera autonoma.
Vengono inseriti nuovi colori : ruggine, giallo, rosso, semplificati i modelli decorativi, da oggetti d’uso diventano accessori decorativi testimoni del gusto del passato.

Tovaglia Perugina, inizi del '900
4 Piccola tovaglia quadrata degli inizi del Novecento con fondo bianco ad occhio di pernice e decorazione per trame lanciate e serrate in cotone color ruggine. Bel motivo di draghi alati che si abbeverano ad una fonte. Spoleto, collezione Amleto Morosini.

 

Non si può chiudere questo ragionamento senza ricordare che un punto di ricamo (e chi se ne intende sa che faceva parte dell’istruzione delle giovani umbre di qualche generazione fa) come il Punto Assisi inventato nei primi anni del Novecento deriva dalle tovaglie perugine.

 

Silvana Toppetti ha insegnato Storia dell’Arte e delle Arti Applicate, nello specifico si è dedicata  allo studio dei Tessuti antichi e moderni. Ha scritti in merito diversi articoli e collaborato a varie pubblicazioni,  in particolare:  Alida Becchetti e Sivana Toppetti, Punto Assisi, Edizioni Minerva, Assisi (PG) 1991.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.