Privacy Policy Stranieri in patria 2 FABRIZIO SEGARICCI
Mara Predicatori Vol. 13, n. 2 (2021) Arte

Stranieri in patria 2 FABRIZIO SEGARICCI

TFR, 2017 (work in progress). Light box e pellicola 16mm.

“… un processo creativo che è storico, contestuale, culturale
e coinvolge dunque non solo il suo essere per sé
ma anche l’essere con gli altri e per gli altri”
(Marco Dallari e Cristina Francucci)

Stranieri in patria
Sul n. 1 del 2021 di Studi Umbri (vol. 13) avevo introdotto quella che per me poteva essere una rubrica, “Stranieri in patria”, fatto anomalo per una rivista fino ad ora del tutto priva di rubriche. Una raccolta di presentazioni di artisti del mondo umbro che, pur operando in questa regione, di fatto si allontanano da certi modus operandi che la sottoscritta aveva ascritto ad un generico artista umbro “esemplare”. Dopo Mario Consiglio, al numero 2, diciamo della rubrica, presento il lavoro di Fabrizio Segaricci. Un artista che, ben lungi dal fare sperimentazioni formali pure con una cifra riconoscibile e ripetitiva che porta alle estreme conseguenze un’intuizione artistica, naviga nell’orizzonte del possibile e cala il suo sguardo sulle cose del reale quotidiano usando i linguaggi e le soluzioni estetiche più varie.

Profilo d’un uomo e di un artista
Fabrizio Segaricci nasce nel 1969 a Magione (PG) dove vive e lavora. Formatosi da autodidatta, nel suo percorso si è confrontato con un “sistema dell’arte” diverso da quello strettamente locale che è, per lo più, forgiato dalla presenza dell’accademia perugina. Inizialmente la sua ricerca è dedita alla pittura. Presto però si rende conto che ciò che vuol dire può emanciparsi dai limiti e dal condizionamento del linguaggio pittorico (e di qualsiasi altro mezzo formale) e inizia a sperimentare diverse formule. Incurante di una riconoscibilità estetica plateale, la sua attenzione è orientata, più che ai mezzi formali impiegati, a dei nuclei tematici per i quali percepisce un’urgenza espressiva. Centrali sono per Segaricci le contraddizioni esistenziali, siano esse di matrice storico-sociale o, piuttosto, legate alle micro-storie degli individui e a come il tempo ne modifica lettura e memoria. Opera quindi intorno al senso della Storia (con la s maiuscola) e sulle vicende dei singoli con una medesima forza, come a palesare che il “personale è politico” e viceversa. Il suo sguardo, infatti, si incaglia di volta in volta su uomini alla deriva; su notizie di cronaca che di fatto palesano contraddizione epocali e politiche; installazioni, videointerviste, fotografie restituiscono le diverse attribuzioni di senso che i singoli individui, nel divenire del tempo, conferiscono ad eventi e cose. E’ uno sguardo sottile, critico e poetico quello di Segaricci. Lo sguardo di un uomo ed operaio che sa tradurre in arte l’esperienza quotidiana di chi vive in una qualsiasi periferia del mondo, ma con coscienza di classe e profondità umana.

Dal globale al particolare, dalla critica sociale al riconoscimento dell’altro
I mezzi espressivi, come si diceva, sono secondari nella ricerca di Fabrizio. Le tecniche e soluzioni artistiche vengono quindi piegate al messaggio o, per meglio dire, alla necessità di restituire la realtà – e quel che lui ne percepisce – sotto una veste nuova. Critica o semplicemente altra.
Nel 2011, ad esempio, avvia una serie di lavori di pungente critica politica intorno al tema della mancata tutela e riconoscimento dei lavoratori nella nostra società, un file rouge che attraversa molti suoi lavori. Per farlo, dà corso ad una serie di opere che, semplicemente, in modo duchampiano, decontestualizzano alcuni elementi di uso comune. Articolo I è una grande installazione ambientale prodotta con dei comuni caschetti antinfortunistici dei colori della bandiera italiana che vanno a (ri)edificare, proprio a mo’ di tricolore, la facciata di un palazzo in restauro del centro storico di Trevi1. Il titolo dell’opera cita appunto l’articolo I della Costituzione italiana che dichiara “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Il caschetto diventa per sineddoche simbolo del lavoro operaio e della scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Così come l’imbracatura che realizza intorno alla scultura di Cesare Aureli raffigurante Galileo Galilei e John Milton presso il Complesso Museale di San Francesco, rititolata Cervelli in fuga2, diventa una chiara allusione all’incapacità italiana di trattenere in patria i cervelli per la insufficiente tutela delle figure professionali che fondano la nostra identità nazionale.

Cervelli in fuga, 2011. Installazione ambientale presso il Museo di San Francesco di Trevi; Articolo I, 2011, Installazione ambientale presso

Se questi lavori sono di natura più militante e critica, parallelamente Segaricci porta avanti invece una ricerca più emotiva e sottile sul contesto umano locale. E’ il caso degli Umbrians (work in progress dal 2007). Il ciclo si compone di fotografie di uomini e donne che portano con sé delle contraddizioni rispetto alla linea comunemente percepita di “normalità”. Persone fragili, o ai margini della società o, ancora, che “giocano alla guerra” come adulti-bambini in una società che pretende di essere sempre più pacifista e buonista. Lo fa attraverso la fotografia che diventa incidentalmente uno dei suoi mezzi espressivi più usati.

Umbrians, Work in progress dal 2007. Fotografia

Della fotografia e della coerenza di uno sguardo
La fotografia di Segaricci non è una fotografia comunemente intesa. Con questa affermazione non intendo entrare nella annosa diatriba tra fotografia artistica e foto d’arte, ma accompagnare semplicemente il lettore a ponderare le ragioni e emotività intrinseche allo sguardo di questo autore. Egli non usa né stratagemmi formali e tecnici che restituiscano qualità estetica particolare ai suoi soggetti, né intende in modo esaustivo, obiettivo e didascalico campionare una particolare situazione. Il suo obiettivo si posa su storie di un’umanità che gli si apre con la propria orgogliosa singolarità. Nascono dopo un dialogo tra lui e il soggetto e tornano al pubblico pregne di una intensità emotiva prima che estetica. Atto non nuovo nella storia dell’arte, né nella fotografia, ma che guardando a ritroso tutta la produzione dell’artista ci offre in realtà una visione singolare, coerente, profonda e omogenea del suo operato apparentemente così eterogeneo.
Si veda ad esempio il ciclo Domenica è sempre domenica. Siamo qui di fronte a ritratti di nuclei familiari e persone che la domenica vivono il loro spazio di libertà lungo le sponde del Lago Trasimeno, luoghi quotidiani per l’artista.

Domenica è sempre domenica, work in progress dal 2013. Stampe fotografiche

Segaricci li incontra, ci parla, entra in una singolare confidenza con loro. Le immagini di questi uomini e donne sembrano raccontarci qualcosa di noi e della nostra quotidianità festaiola. Eppure no. Sono foto “fuori tempo” rispetto ai nostri costumi e abitudini. Tutti noi abbiamo ricordi di pic-nic e giochi sulla spiaggia di domenica e dei tempi in cui facevamo foto ricordo così (non selfie) . Ma non siamo più noi a fare queste cose e così. Quelle fisionomie, quelle pose, quei vestiti sono incongruenti rispetto a un “noi” e a quelle che vengono percepite come le mode e abitudini attuali. Osservando queste immagini avvertiamo come una vertigine nostalgica e atterrita perché ci accorgiamo che ad abitare “i nostri luoghi” e “le nostre abitudini” sono Altri. Sono “stranieri” e spesso persone di una estrazione sociale e culturale bassa. Sono loro adesso a vivere i luoghi pubblici, non noi. Segaricci restituisce così, in poche mosse, l’identità e l’alterità sociale e culturale attraverso l’evidenza delle cose. C’è il seducente riconoscimento e disconoscimento dell’Altro uguale eppure diverso da noi in queste fotografie. E’ una fotografia che dalla singolarità dei casi e dalla cronaca, riesce ad astrarsi e a volo d’uccello a restituire impressioni intime e globali ad un tempo. E non sono singoli scatti, ma cicli di foto che vuol dire cicli di incontri e persone che sostanziano la presenza di una alterità massiccia e silente che langue tra le manifestazioni più plateali della quotidianità mondana e chiassosa. Segaricci grazie al suo lavoro artistico ce li restituisce: con il loro sguardo frontale, diretto, in posa. Per il loro e nostro orgoglio identitario.

L’azione come pratica artistica e sociale
Abbiamo così visto che i lavori di Segaricci talvolta criticano, talvolta includono l’alterità e restituiscono un’immagine inedita del nostro presente. Altre volte l’artista non si accontenta di registrare le cose con il suo sguardo divergente. Diventa proattivo mobilitando e trasformando pratiche quotidiane in azioni artistiche. E’ il caso di Progetto Oskar (dal 2012), l’intervento artistico che prevede la piantumazione di pomodorini Oskar in zone abbandonate e dismesse del Lago Trasimeno nel tentativo di coinvolgere la popolazione e i passanti nella loro cura. Segaricci chiede i permessi, crea una panchina, mette a disposizione la strumentazione base. Va lui a coinvolgere la gente e a spiegare che aiutandosi vicendevolmente, non solo i pomodori poi saranno di proprietà di chi ne ha cura, ma vi sarà un ritorno comune per il benessere dell’intera comunità in termine di impiego e cura delle risorse collettive. Presso il museo della Pesca, poi, per la sua mostra personale, presenterà la documentazione di questo lavoro e un vaso di “passata” realizzato con i pomodori coltivati collettivamente. Così facendo Segaricci abdica completamente alla ricercatezza estetica pura e mette al centro del dibattito artistico la pratica collettiva e sociale. L’impegno del singolo e del pubblico nell’edificazione di un bene comune allargato. E’ un modo simbolico, come lo è tutta l’arte, per portare il politico e il sociale anche nella più effimera delle dimensioni umane, quella culturale, ma che è (o dovrebbe essere, diciamo) a fondamento di tutte le civiltà.

Progetto Oskar, 2012-2014. Stampe fotografiche

Delle documentazioni altrui: del tempo, dello spazio e della vita
La fotografia ratifica ciò che è avvenuto ed è stato in un dato momento. Ma allo stesso tempo documenta una distanza. Quella imposta dal tempo che scorre, certamente, ma anche quella del nostro sguardo che da lontano può rileggere e reinterpretare in una prospettiva storico-emotiva-culturale diversa gli eventi. E’ in questo iato, tra realtà e interpretazione, che l’artista cala la metafisica dei cicli di opere in cui utilizza materiali di archivio reperiti casualmente nei mercatini. Mi riferisco a progetti come Io e Madame Ohf (work in progress dal 2009) e di TFR (work in progress dal 2017).

Io e Madame Ohf, Work in progress dal 2009. L’immagine al centro è riferita all’installazione con materiali di archivio presso il Museo della Pesca di San Feliciano (Magione, PG), 2019

Nel primo l’artista recupera da un rigattiere una valigia colma di lettere e fotografie di una ignota donna da lui chiamata appunto Ohf. La sua operazione consisterà nel travasare tutto il materiale trovato in un video di pochi minuti. Il video prodotto condensa in un rapido succedersi di immagini (quelle della vita di ciascuno ma semplicemente con un viso di donna bionda) l’esistenza di una persona dalla nascita alla morte. Uno scorrere di momenti simbolo: la nascita, la crescita sancita dai compleanni, i primi successi, i regali, gli amori, i figli, l’invecchiare … Una vita tutta lì. La sua. La nostra. Omaggio artistico all’esistenza. Gloriosa e fragile come quella di ciascuno. Sigillata in cera lacca. Il mistero del senso che ciascuno dà allo scorrere dell’esistenza che, in ogni caso, è destinata alla tragedia della morte e sparizione, eppure nel ricordo è pregna della fragranza dell’esserci e della gioventù.

Con Tfr, invece, Segaricci riallestisce alcune bobine (pellicole in 16 mm in via di deterioramento) e documenti di alcune manifestazioni operaie rinvenute anch’esse casualmente. Si tratta di saggi di una vita in bianco e nero di un mondo di provincia visto dal basso della condizione operaia ma che, nello spazio dell’arte contemporanea, tornano ad essere presenti. L’artista monta su light box le pellicole collocandone alcuni stralci in successione fitta, poi fornisce una lente di ingrandimento per guardare ogni singolo fotogramma come un unicum in un continuum. Rititola tutto “TFR” ovvero trattamento di fine rapporto. Semplicemente alterando la normale visione e il contesto di percezione di quel materiale, ci dona un nuovo sguardo e nuovi interrogativi sulla nostra identità passata che, evidentemente, è anche l’identità presente. La storia vista ancora una volta da una qualche periferia. Uomini comuni che edificano cose comuni come i diritti garantiti alle nostre vite di benpensanti.

Conoscere come atto di riconoscimento
Segaricci, dunque, è uno “straniero in patria”. Lavora in un modo divergente da quello umbro. Non sperimenta ossessivamente un materiale. Non interroga un testo di riferimento, non è geloso per un a formula artistica trovata. Le sue opere si compongono di detriti della vita sociale, ma non in un modo meramente descrittivo. L’esemplarità delle vite, anche quelle minime, risuona di Storia e di Universali tra le trame dei lavori di Segaricci. C’è il gusto agro-dolce del tempo che muta tutto e ribattezza in ogni istante il senso esistenziale ed ideologico che ci muove. C’è la cronaca che tuttavia non è episodica e destinata alla dimenticanza e alla perdita di significato nel lungo periodo, ma diventa attimo esemplare. Nelle sue opere il reale è descritto come un vuoto (ciò che fu e poteva essere: Madame Ohf e TFR) o ciò che sembra ma non è (gli Umbrians e Domenica è sempre domenica). La loro seduzione quindi non è quella estetica del ben fatto e della rassomiglianza e fedeltà al reale, né del tecnicamente originale, bensì quella acuta e metafisica che ci fa vedere il reale sotto un sembiante altro, in divenire, in disgregazione percettiva. Ad immagini di un’esattezza documentale, preferisce il senso astraente di un orologio senza lancette. Alla mano sapiente del creatore, preferisce la mano del corniciaio che valorizza quel che già c’è.
La conoscenza che filtra attraverso la sua poetica (sono strenuamente convinta che l’arte abbia per ciascuno una funzione conoscitiva profonda) è quella che trasforma l’ego alter in alter egoi: lo spettatore entra in comunione con i soggetti delle sue opere, li comprende. Che non vuol dire “conoscere il tasso di salinità delle sue lacrime”, ma entrare in connessione empatica e attraversare in sé l’altro che è anche me.

Ad ognuno il suo spazio

Dal 2004 a oggi Segaricci ha esposto in numerose mostre personali e collettive in prestigiosi spazi pubblici e privati italiani e stranieri tra i quali Circolo Quadro Milano, Palazzo Lucarini Trevi, CRAC Centro arte contemporanea Cremona, Contemporary Claster Roma, Viafarini Milano, Sassetti Cultura Milano, Teatro Accento Roma, Trevi Flash Art Museum Trevi-Perugia, Museolaboratorio Città Sant’Angelo Pescara, Pinacoteca Bãrao de Santo Ãngelo/Istituto de Artes Rio Grande do Sul-Brasile, Istituto Italiano di Cultura Madrid, Museum of New Art Detroit.
Si è ritagliato uno spazio in luoghi di ricerca, sperimentazione e dibattito culturale diverso dai circuiti critico-culturali umbri. Io lo seguo dal lontano 2003 e raramente perdo le occasioni per vedere l’evolvere della sua ricerca. Forse perché come lui faccio parte di quella cerchia di persone che non vogliono essere e esserci ma provare a capire il perché essere e esserci.

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iMi rifaccio a un passaggio di Edgar Morin nel volume La testa ben fatta (Raffaello Cortina Editore, 2000, pp. 98-99) in cui opera una distinzione tra lo spiegare e il comprendere.

1L’opera era parte di una più articolata mostra realizzata presso il Centro per l’Arte Contemporanea Palazzo Lucarini Contemporary e dal titolo Ad altezza d’uomo https://www.palazzolucarini.it/ad-altezza-uomo-ipotesi-sul-concetto-di-identita-nazionale/ a cura di Maurizio Coccia con la partecipazione di  Francesca Brozzi, Matilde Martinetti, Mara Predicatori, Viaindustriae e gli artisti Agata Ghada Prosdocimi, Virginia Ryan, Fabrizio Segaricci, Bahia Sheeba & Aissa Deebi

2L’opera era sempre parte della mostra Ad altezza d’Uomo ma nella sede distaccata del Museo di San Francesco di Trevi (PG). L’artista è intervenuto direttamente su una scultura presente in loco semplicemente sovrapponendogli l’imbracatura.

Mara Predicatori, curatrice e pedagogista, in seguito a studi artistici e psicologico/pedagogici intraprende attività sia di promozione e curatela mostra, sia di formazione per una ampio spettro di pubblici. Dal 2003 ad oggi ha ricoperto ruoli di curatela presso il Trevi Flash Art Museum of International Contemporary Art (oggi chiamato Palazzo Lucarini Contemporary Art Center) assolvendo anche al ruolo di responsabile delle attività didattiche. Insegnante di scuola primaria, è anche docente di Pedagogia e Didattica dell’Arte e di Didattica dei Linguaggi artistici presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia. Contemporaneamente ha svolto e svolge attività di consulente per istituzioni, pubbliche e private, sui temi della didattica dei linguaggi artistici e didattica museale.

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