Privacy Policy In memoria delle Frattocchie e della perduta “Battaglia di ponte dell’Ammiraglio”.
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In memoria delle Frattocchie e della perduta “Battaglia di ponte dell’Ammiraglio”.

Vol. 12, n. 1 (2020)

Il sole entrava prepotentemente nella sala di lettura, i tendaggi non attenuavano a sufficienza l’invasione dei raggi. Le sale di lettura, la biblioteca, come altre grandi sale erano situate al piano terra; davano su un giardino spazioso e ben curato inondato dalla luce. In uno spazio più raccolto e ombroso, tra due grandi palme e fiorite aiuole, giaceva la scultura Al partigiano caduto dell’artista Marino Mazzacurati.

L’Istituto di studi comunisti, questo il suo vero nome, è chiamato le Frattocchie dalla località dove ora ha sede. Una scuola di alfabetizzazione politica per operai e contadini (oltre che scuola di formazione per dirigenti di partito e amministratori),  che venne ideata e decisa dal gruppo dirigente del Pci nell’ottobre del 1944. Il perugino Armando Fedeli[1] fu incaricato di elaborare un progetto di formazione politica e di renderlo esecutivo. Fedeli venne poi nominato primo direttore della scuola, che  entrò pienamente in funzione all’inizio del 1945. La prima sede dei corsi fu a Roma in via Guidubaldo Del Monte e prese il nome dell’ideologo sovietico A. Zdanov (1896-1948), principale responsabile della politica culturale sovietica e uno dei probabili successori di Stalin.

Dopo un periodo sufficientemente breve la scuola centrale si trasferì a Frattocchie, località posta nelle vicinanze di Albano Laziale. Nel frattempo alla scuola era stato dato il nome di ‘Istituto Togliatti’ (contro il volere dello stesso segretario).

In questa località il Partito comunista aveva ricevuto in donazione una vasta e appartata area, comprendente alcune costruzioni e una villa. Nel 1950 il Pci decise di rinnovare ed ampliare il complesso con nuovi edifici e strutture per dare vita a una nuova e moderna scuola per quadri e dirigenti del partito.

Dopo molteplici e importanti lavori, durati circa tre anni, venne inaugurata il 9 gennaio 1955 ed entrò subito in funzione con la denominazione di “Istituto di studi comunisti”. Ma se questa si presentava subito come l’eccellenza, lo era perché nel paese esisteva e si allargava una rete, un sistema di formazione politica differenziata e finalizzata: le scuole femminili, la Centrale di Milano, la Marabini di Bologna, l’Istituto Novella a Roma, Grieco a Bari, Sereni a Cascina e l’Istituto Curiel di Faggeto Lario. Gli edifici, di recente costruzione, erano stati progettati razionalmente e finalizzati alla funzione che dovevano svolgere: un centro studi autosufficiente e con tutti i servizi necessari, anche per lunghi e molteplici corsi. Di fianco a questi vasti edifici, ma separata da siepi, alberi e un diverso ingresso, troneggiava una villa fine ottocento. Seppi solo dopo che era  adibita ad ospitare i membri della direzione del Pci sia quando si fermavano perché impegnati con i corsi o per periodi di riposo, sia per ricevere ed ospitare dirigenti dei partiti esteri, tanto che veniva soprannominata villa Togliatti.

Ero all’istituto da circa una settimana, la primavera di questo 1961 era lussuriosa e lasciava presagire una lunga estate da vivere pienamente. Il complesso era situato a pochissima distanza dalla località detta Osteria delle Frattocchie, proprio dove inizia la ripida salita per Albano Laziale. Vi si entrava deviando sulla sinistra e percorrendo un’altra piccola salita che terminava in un cancello.

Non si accedeva facilmente all’interno della zona occupata dall’Istituto. Esistevano due filtri che regolavano l’ingresso. Il primo, un casotto in muratura per un agente di Ps che controllava tutti quelli che volevano accedere alle Frattocchie. Il secondo, il beneplacito finale che veniva dalla sicurezza interna, con l’apertura  di uno dei due cancelli ciechi in metallo; per gli autoveicoli il grande, per il passaggio pedonale il piccolo. Il procedimento valeva anche per i frequentatori dei corsi.

A volte venivano giornalisti, anche stranieri, per saperne di più su questo ‘campus’ dei comunisti italiani e ne venivano sempre giudizi positivi se non di ammirazione.

Mi trovavo nella biblioteca dell’istituto impegnato in una ricerca che avrei dovuto illustrare nel pomeriggio al gruppo di studio. Tutto era silenzio.

Sentii dietro di me un passo leggero, pari allo spostamento d’aria provocato da qualcuno che mi passava accanto, sicuramente diretto all’uscita della sala di lettura.

Alzai gli occhi, come per un riflesso condizionato e la vidi di spalle; magra, snella, quasi esile, vestita completamente di bianco. Arrivata alla porta si voltò, il disordinato e biondissimo caschetto gli cadeva davanti agli occhi, quasi a coprirli, mi guardò per un attimo, che a me sembrò lunghissimo, aveva degli occhi grandi e scuri poi scomparve dietro la porta che dava nel corridoio.

Nell’istituto vigeva, fra le altre disposizioni per il suo buon funzionamento, anche quello della rigida separazione tra i maschi e le femmine ( separazione nei corsi e nelle camere, al primo piano quelle femminili al secondo quelle maschili). I responsabili dei corsi si erano un poco dilungati sugli inconvenienti che ne potevano nascere. A volte invece di inconvenienti nascevano bambini, che ritenevano non fosse un buon biglietto da visita per un Istituto di studi comunisti, insomma questioni di morale.

Nei giorni seguenti, la rividi e mi parlò, ne fui felice. Ci parlammo altre volte, non era semplice perché coincidevano solo i momenti dei pasti e quelli, per così dire, delle uscite libere, vincolate però da orari stabiliti ed a turni dettati dai responsabili dell’Istituto.

Si chiamava M., era figlia di un deputato del Pci o di un alto dirigente del Partito comunista, mi sembra del Piemonte, non ricordo bene. Mi sembrò di capire che era lì più per il volere del padre, che probabilmente lo considerava un dovere verso il partito, che per una sua spontanea passione.

Una passione l’aveva ed era Parigi, mi disse che ci andava spesso. Questa passione era visibilmente legata alle correnti dell’esistenzialismo, al pensiero del filosofo/scrittore francese Jean Paul Sartre, allora personaggio di riferimento letterario, culturale e politico.

Mi disse che non gradiva la compagnia delle altre ragazze del corso e si vedeva: le sembravano conformiste nei gusti e nei comportamenti; intimamente pensai che lo stesso pensiero lo aveva per l’universo maschile lì rappresentato di cui io facevo più o meno degnamente parte.

Tutto questo al posto di irritarmi e ferirmi mi intrigava e affascinava anche perché detto da una ragazza; intuivo un modo di pensare che non conoscevo ma certamente mi incuriosiva.

Una sera, mentre stavamo scemando dalla sala della mensa, si avvicinò e mi disse che se avessi voluto avremmo potuto vederci più tardi in camera sua. Così avvenne per alcune sere, poi il corso femminile terminò e partì.

La rividi una sola volta a Torino per le manifestazioni di Italia 61. Si festeggiava il centenario dell’unità d’Italia e il Pci si era molto impegnato per questo. Mi fece piacere rivederla, parlare e passeggiare insieme. Ma con un po’ di tristezza pensai che non c’era niente da festeggiare.

All’istituto i gruppi di studio si riunivano in apposite aule; le sedute comuni avvenivano nell’Aula Magna che era sufficientemente ampia e fornita di una presidenza per oratori e/o relatori.

Alle spalle della presidenza campeggiava un dipinto di Renato Guttuso: la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio. Un grande quadro (olio su tela di cm 500×300) che narrava in pieno stile realista lo scontro tra i garibaldini e l’esercito borbonico, impegnato ad impedire il passaggio alle truppe di Garibaldi ( ciò avrebbe significato la sicura conquista di Palermo). Il quadro era un’esplosione di rosso che dominava la scena: rosse le bandiere, rosse le camicie dei garibaldini.

E’ in questa sala che i dirigenti del Pci, con alle spalle quel quadro, tenevano le loro lezioni/conferenze su alcuni temi oggetto del corso.

I diversi argomenti alla base dello studio (economia politica, storia del movimento operaio, le tesi del Pci e così via) erano gestiti da insegnanti che curavano lo svolgimento di quel corso introducendolo, consigliando libri da leggere e fornendo delle dispense curate da loro stessi.

Successivamente impegnavano alcuni di noi a relazionare un argomento che veniva poi discusso da tutti, in modo tale che il lavoro e lo studio individuale si intrecciassero con quello collettivo. Gli insegnanti, seppi poi, stendevano in sintesi un giudizio, alla fine del corso, su ognuno dei partecipanti. Questi resoconti/valutazioni venivano, in un secondo tempo, consegnati alla commissione quadri della direzione del Pci.

Quest’attività di studio ci teneva impegnati praticamente per tutta la giornata. La routine si interrompeva solo quando qualche membro della direzione/segreteria nazionale del Partito comunista veniva a parlare di aspetti specifici della linea politica del Partito comunista. Ne vennero diversi e, a volte, alcuni si fermavano con noi e così la discussione si protraeva più informale e forse per questo più interessante.

Mi ricordo piacevolmente la conferenza/dibattito con Giorgio Amendola che pose al centro del suo intervento la necessità dell’unità dei lavoratori, delle loro rappresentanze politiche e sindacali,  la vera base per creare una alternativa politica nel paese. Bravissimo, il più politico, il più concreto di tutti quelli che ascoltai alle Frattocchie quell’estate. Amendola sprizzava simpatia con quel vago e lontano accento partenopeo. Le sue frasi molto distanti dalla retorica erano d’immediata comprensione del suo pensiero politico.

La domenica si era liberi dagli impegni dell’istituto. La maggioranza degli allievi preferiva cogliere l’opportunità per andarsene a visitare Roma; da soli o in piccoli gruppi. Non era un mio obiettivo, ero stato a Roma svariate volte. Solo la prima uscita della mia permanenza alle Frattocchie consumai il pomeriggio ad una visita/sopralluogo, dal vago sapore archeologico e sentimentale, di una borgata romana.

Un altro pomeriggio domenicale, con un amico di Reggio Emilia decisi di fare una passeggiata in un lungolago a pochi minuti da Albano.

Preferivamo andare al lago di Albano dalla parte di Marino, anche per la presenza di spiaggette, piccoli moli e balere; là passammo alcune giornate tentando di socializzare goffamente con le ragazze, al suono della musica di N. Fidenco ‘Legata a un granello di sabbia’.

Passeggiavamo accanto a un piccolo molo e ad una striminzita spiaggetta. Il posto era quasi deserto. Dalla strada che portava alla riva del lago veniva sordo il rombo di un motore, una millecento Fiat si fermò a pochi metri dalla sponda del lago.

Gli sportelli dell’auto si aprirono simultaneamente e ne uscirono fuori tre o quattro ragazzi, la cui età raggiungeva a malapena i diciotto/vent’anni, che vociando e spingendosi a vicenda si diressero verso la riva. Nel mentre si liberavano dei pochi indumenti, per gettarsi poi in acqua. Continuarono lì a spingersi a lottare fra loro urlandosi addosso.

Li guardammo e ci guardammo stupiti; intanto dall’auto (che aveva ancora tutti gli sportelli aperti) scese l’uomo, tra i trentacinque e i quaranta anni, che era alla guida. Non molto alto, snello, dalla corporatura robusta e atletica, capelli scuri e corti. Sul viso scavato e dall’aspetto ascetico portava dei grandi occhiali da sole. Indossava dei jeans e una leggera camicia dalle corte maniche.

Si avviava verso la riva lentamente, un po’ pensieroso, con le mani infilate a metà nelle tasche dei jeans, incurante di ciò che faceva il gruppo dei giovani.

Lo osservammo con curiosità: che ci faceva quest’uomo con quella banda di giovinastri romani?

Quando la distanza tra noi e lui si fu ridotta lo riconobbi immediatamente, al di là di ogni ragionevole dubbio. Troppe volte avevo visto il suo inconfondibile viso sui giornali e letto articoli che parlavano di lui, dei suoi processi e dell’irregolarità della sua vita ma anche dei suoi libri e delle sue poesie.

Diversi anni prima, forse nel ‘56, avevo letto il suo primo romanzo Ragazzi di vita mentre, a causa di un intervento chirurgico, ero degente in ospedale a Perugia.

Quella Perugia da cui proveniva un suo grande amico, il poeta Sandro Penna, con cui ci disse poi, saputo che ero perugino, amava fare lunghe passeggiate notturne nei lungotevere romani.

Ci avvicinammo, lo salutammo e con pudore gli chiedemmo conferma: era Pier Paolo Pasolini. Ne nacque immediatamente e spontaneamente un dialogo. Si informò sulla nostra presenza in quel luogo e ci sintetizzò l’opinione che aveva del partito comunista. Lo descrisse come il partito più onesto e pulito in un paese profondamente corrotto e avviato al degrado. Da qui la sua adesione alla politica del Pci (che lo aveva espulso anni prima per ‘indegnità politica e morale’, una formula che nella mia breve esperienza interna al Pci avrei sentito risuonare più volte).

Ci parlò della sua esperienza come curatore della rubrica ‘Dialogo con i lettori’ di Vie Nuove, una popolare rivista del partito comunista che gli era stata sollecitata e poi affidata su proposta di Antonello Trombadori,  il politico del Pci più influente sui problemi dell’arte e della cultura.

Era molto soddisfatto di questo impegno, disse, perché lo metteva in comunicazione con gli umori profondi del paese e con le aspirazioni, il sentire delle giovani generazioni, a cui teneva moltissimo.

La voce suonava apparentemente gracile, screziata, con note aspre e acute, a volte incerta e dimessa. Una voce che però ti suonava amichevole, anche quando non ti trovavi d’accordo con quello che diceva.

Lo incontrai ancora due o tre volte, dopo alcuni anni, sempre a Roma, dove allora viveva con la madre. Poi di nuovo quando stava girando “12 dicembre” un film su e per Lotta continua.

L’ultimo incontro a Perugia: era venuto a giocare una partita di calcio, una sua grande passione. Fu poco prima della morte avvenuta il 2 novembre 1975 ad Ostia, massacrato sicuramente da più persone. Un sedicenne se ne assunse interamente la responsabilità, non riuscendo però ad essere del tutto convincente.

[1] Armando Fedeli (Perugia il 28 gennaio 1898 – 10 ottobre 1965), operaio, perseguitato politico, miliziano in Spagna, liberato dopo la caduta del fascismo nel 1943 è stato uno dei principali organizzatori della Resistenza in Umbria, venne eletto deputato alla Costituente. Anche un altro dirigente umbro fu direttore di queste prime scuole di partito. Carlo Farini (Ferrara il 27 febbraio 1895, – Roma il 30 gennaio 1974), fu perseguitato politico, si arruolò nelle Brigate Internazionali in Spagna, ristretto in campo di concentramento in Francia. Dopo la liberazione dirigente del Pci a Terni e parlamentare alla Costituente eletto in Umbria.

***

Una postilla a proposito del dipinto di Renato Guttuso che dominava l’Aula Magna.

Anche se talvolta la memoria si lascia sopraffare da vaghi e nebulosi ricordi e fantasie, minando così la verità degli avvenimenti, dobbiamo comunque credergli fino a prova contraria, per non negarci anche il futuro e consegnarci definitivamente all’oblio.

Questo pensavo mentre tornavo al dipinto di Guttuso posto scenograficamente nell’aula magna delle Frattocchie. Ma dietro questo quadro si nascondeva, e si nasconde ancora, una specie di commedia degli equivoci, alimentata da quelli che ne parlano e da quelli che ne scrivono (e sono molti, al punto da diventare una parodia a loro insaputa).

E’ disarmante pensare che si faccia informazione con il sentito dire (si dice che…l’ho letto da qualche parte…), ripetendo, concordando, ribadendo, reiterando e riaffermando una notizia un fatto iniziale che nessuno ha verificato! Quello che così arriva (separato da qualsiasi contesto in cui è inserito il fatto o l’affermazione) si sedimenta nella memoria di ciascuno e a volte la chiamano ‘percezione’.

Una ragazza ad un intervistatore che gli chiedeva se sapesse chi fosse Aldo Moro, rispose candidamente “delle Brigate Rosse”. Quella ragazza non era stupida, aveva uno sguardo sveglio e frequentava l’università. Quando le Brigate Rosse hanno rapito e assassinato Moro lei non era nata, al momento dell’intervista avrà avuto venti anni o poco più, e sarà stata quindi distante da quei fatti di almeno quarant’anni.

Questo esempio (e se ne potrebbero fare tanti altri) mostra  il risultato di quello che si è detto finora e non riguarda il singolo individuo ma coinvolge intere generazioni.

Ma ripartiamo da Guttuso. Enrico Crispolti ne ripercorre la vita artistica in un bellissimo volume monografico, Leggere Guttuso (Arnoldo Mondadori editore, 1987). Così inizia il commento del critico di Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio: “La grandissima tela dedicata ad un episodio noto e vivo nel ricordo e nella fantasia popolare, ma in realtà militarmente non di grande consistenza che spianò comunque definitivamente a Garibaldi l’accesso a Palermo. Guttuso ha cominciato a studiarla nella seconda metà del 1950…delineandole conclusivamente la composizione nei primissimi del 1951, per realizzarne la versione pittorica definitiva lungo la seconda metà e i primi mesi del 1952. E l’ha esposta nell’estate nella propria sala, di forte conferma del proprio “realismo sociale”, nella Biennale veneziana”. Vengono poi riportate alcune altre informazioni del dipinto: Olio su tela, quadro cm. 521×321, in basso a destra la firma “Guttuso Roma ’51-52”.

Dunque la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, collocata alle Frattocchie, è una successiva versione, replica, variante, di quella dipinta da Renato Guttuso nei primi anni ‘50 ed esposta alla biennale di Venezia del 1952. Questa prima versione vede Luigi Longo, Giancarlo Pajetta e altri dirigenti del partito comunista e della Resistenza, nelle vesti degli eroici combattenti garibaldini, il viso di Guttuso è doppio, anzi sdoppiato: quello di un carrettiere morto e di un garibaldino con la spada sguainata. Presente anche Elio Vittorini “ Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato!…” in divisa borbonica mentre viene colpito da una spada garibaldina.

Infatti, nella versione dipinta da Guttuso per l’inaugurazione dell’Istituto di studi comunisti del 1955, non ci sono più i volti dei dirigenti comunisti, né il carretto siciliano alla cui base  giaceva Guttuso (vittima inconsapevole del feroce scontro), ma in compenso fanno la loro comparsa le bandiere rosse accanto alla tricolore bandiera italiana.

Così erano stati modificati parecchi particolari che sottintendevano un cambiamento nell’interpretazione di quell’avvenimento da parte di Guttuso (e non solo suo), ora quel dipinto di stile realista voleva suggerire un partito nuovo, nazional popolare, ma non chiuso e settario.

Questa seconda versione del 1955 è quella posta alle spalle della presidenza nell’aula magna dell’Istituto di studi comunisti alle Frattocchie.

Il dipinto esposto alla biennale del 1952 è ora alla Galleria degli Uffizi mentre l’altro, che arricchiva visivamente l’Aula magna delle Frattocchie, si può vedere alla Galleria d’Arte Moderna di Roma (Insieme Al Partigiano caduto dello scultore Mazzacurati).

Fin qui tutto chiaro. Quello che chiaro non è come sia stato possibile creare equivoci, anche divertenti e ironici, su questi due quadri e la loro attribuzione e collocazione.

Iniziamo con il blog ‘Isola natura’ dove si traccia un profilo del pittore e delle sue opere.  Sotto l’immagine di un  dipinto si trova l’esatta didascalia ‘Renato Guttuso: La Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio 1951/52. Olio su tela cm 321 x 521- Firenze Galleria degli Uffizi’.

Sarebbe tutto al suo posto ma poco avanti si trova scritto: “Il dipinto venne regalato da Guttuso al Pci e venne collocato nel salone delle riunioni della scuola del partito alle Frattocchie (nella zona dei castelli romani). Negli anni 90 dopo lo scioglimento del Pci e la chiusura di Frattocchie il dipinto fu venduto alla Galleria degli Uffizi di Firenze dove si trova attualmente”.

Ovviamente il quadro acquistato ad un asta dalla Galleria degli Uffizi è quello del 1952, mai appartenuto al Pci. Il primo proprietario è stato Giangiacomo Feltrinelli, documentato anche dai cataloghi di una mostra itinerante dei dipinti di Guttuso in alcune capitali dell’est europeo: riferendosi al quadro Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio si esplicitava la proprietà, quella appunto di Feltrinelli. Venne ceduto a un imprenditore bresciano e poi nel 2004 passò all’asta e fu acquistato, per 750 mila euro, dalla Galleria degli Uffizi.  L’altro quadro era stato donato al Pci per l’Istituto di studi comunisti che aveva sede alle Frattocchie e ora, come abbiamo già detto, si trova alla Galleria d’arte moderna di Roma.

Passiamo ad un articolo tratto da “Il Foglio”, a firma di Francesco Cundari, del 16 settembre 2008, intitolato ‘Andavamo alle Frattocchie’. L’occasione è la notizia che il Pd organizza momenti di formazione politica su richiesta e iscrizione. Le lezioni dalla durata di tre giorni si terranno a Castiglione del Lago, Cortona, Camucia e Montepulciano.

In questa sede non ci interessa il contenuto complessivo dell’articolo, ma questa perla: con cui descrive il quadro “[…] campeggiava in fondo all’Aula Magna – “La battaglia di Ponte Ammiraglio” – con Luigi Longo e Giancarlo Pajetta raffigurati nelle eroiche vesti dei garibaldini, con lo stesso Guttuso nei panni di un carrettiere ferito, e con Elio Vittorini in divisa borbonica. Non per nulla il quadro fu dipinto in quegli anni Cinquanta inaugurati per il Pci dalla clamorosa fuoriuscita dal partito del direttore del Politecnico, salutato su Rinascita da Togliatti con il famoso articolo: “Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”. Ovviamente questa descrizione è quella del dipinto ora collocato agli Uffizi e mai andato alle Frattocchie!.

Il sito pressreader.com pubblica un articolo del Corriere Fiorentino del 12 marzo 2017 a firma di Franco Camarlinghi: si parla della scuola delle Frattocchie e si cita il quadro nell’Aula Magna, dove sono rappresentati i dirigenti del Pci tra i garibaldini e perché non ci siano dubbi pubblica il dipinto a coronamento dell’articolo. E’ quello che si trova agli Uffizi, mai stato alle Frattocchie.

E ora Palazzo Strozzi, Firenze, dal 16/03 al 22/07 del 2018 la mostra “Nascita di una nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano”. L’opera di Guttuso è la Battaglia di ponte dell’Ammiraglio che stava all’Istituto di studi comunisti.

Artspecialday che presenta la mostra scrive: “la prima opera che accoglie il visitatore è La Battaglia di ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso”. Senza tante spiegazioni mette l’immagine di quella in mostra alla Galleria degli Uffizi.

Convegno WWF 27-28 giugno 2014, “Conosciamo il fiume Oreto e la sua valle, Il ponte dell’Ammiraglio”. Si fa la storia del ponte che parte dal 1131, anno della costruzione, fino ad oggi, accompagnata dalle immagini delle varie epoche storiche: incisioni, stampe, disegni, foto ed infine il dipinto  Battaglia di ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso. Vi è pure la data 1951/52, peccato che l’immagine riprodotta è quella delle Frattocchie.

Poi ci sono i grandi visionari. Ad esempio Fulvio Ichestre nel suo blog, sotto la riproduzione del dipinto ora alla Galleria degli Uffizi pone questa didascalia: “Guttuso, Battaglia di ponte dell’Ammiraglio, che per 6 mesi ho visto ogni mattina alla Scuola del Pci di Frattocchie”.

Sul sito 150anni.it si fa la storia della spedizione dei Mille e fra le tante immagini che accompagnano la storia non poteva mancare il dipinto di Guttuso. Ecco la didascalia: “R. Guttuso, La battaglia di ponte dell’Ammiraglio, 1952, olio su tela,  Galleria d’arte moderna, Roma”. No, quel dipinto si trova agli Uffizi.

In decine di casi poi si fa confusione o si dispone di informazioni errate circa la data di attribuzione dei due dipinti o la dimensione dei quadri ed è un vorticoso mescolarsi di date e misure…Ma non finisce qui:

La Repubblica del 20 aprile 2016, nel suo supplemento ‘il venerdì’ pubblica un articolo di Giuliano Malatesta dal promettente titolo “Classi politiche: ritornano le scuole di partito”. Questo è l’inizio dell’articolo “Al chilometro 22 della via Appia il cartello che avvertiva di svoltare a sinistra, in prossimità dell’ottocentesca villa di Frattocchie, non esiste più. Come non si ha più traccia del celebre biliardino dove i compagni si sfidavano nelle pause delle lezioni che si svolgevano nell’austera aula magna della villa, nella quale campeggiava severo La battaglia dell’ammiraglio, il quadro di Renato Guttuso che ritraeva Luigi Longo e Giancarlo Pajetta nelle vesti di eroici garibaldini e il povero Elio Vittorini, colpevole di aver polemizzato con il Migliore, in divisa borbonica.”

Oramai ci siamo abituati e sappiamo che la descrizione fa riferimento al dipinto di Guttuso ora proprietà degli Uffizi e non a quello un tempo collocato nell’aula magna delle Frattocchie; anche il titolo che è stato attribuito al dipinto fa simpaticamente riferimento ad una battaglia navale.

Il 5 febbraio 2018 a “Otto e mezzo”, trasmissione televisiva, si discute di formazione delle classi dirigenti da parte dei partiti politici. Poi il punto di Paolo Pagliaro, un video con un commento che lo accompagna: parte da una valutazione delle Frattocchie, giustamente come un esempio da seguire e a cui tutti fanno riferimento ma che rimane un esempio irripetibile anche perché i tempi sono cambiati e i partiti di massa non ci sono più. Quello che si prova a fare da parte dei partiti, oggi, è qualche sparuta ‘convention’ ma per il resto la ‘formazione di una nuova classe dirigente’ è lontana anni luce.    Poi sia all’inizio che per concludere, come a identificare con una icona il contenuto del video, sullo schermo compare un’immagine: è la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio. Quella delle Frattocchie? Macché, è quella del 1952 ora esposta alla Galleria degli Uffizi. E così via…

 

Aldo Peverini ha scritto articoli e saggi sulla pubblicità e la comunicazione sia commerciale che politica, compresa un’indagine/ricerca sullo stato della pubblicità in Umbria, poi pubblicata. Lavora da circa trent’anni nel settore della comunicazione e della pubblicità, sia commerciale che istituzionale e politica, fondando agenzie di comunicazione o come consulente. Ha recentemente curato il volume Quando la politica era passione una cronistoria, degli anni ’70 in Umbria, raccontata, commentata e con un ampio corredo fotografico. E’ l’autore dei testi e della sceneggiatura della Storia di Perugia a fumetti pubblicata per la prima volta nel 1980, di cui ora è in corso la stampa della terza edizione, in un nuovo formato editoriale. La Storia di Perugia ha ricevuto il primo premio ex aequo per la sezione ragazzi alla prima edizione del Premio Letterario Regionale promosso da Umbria Libri nella edizione del 2018 .

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