Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nell’università (1938/1943).
1 Silvia Haia Antonucci, Giuliana Piperno Beer, Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nell’università (1938/1943), Gangemi Editore, 2015

 

“Il passato è un’immensa pietraia che tanti vorrebbero percorrere come se si trattasse di un’autostrada, mentre altri, pazientemente, vanno di sasso in sasso, e li sollevano, perché hanno bisogno di saper cosa c’è sotto”

José Saramago, Il viaggio dell’elefante

 

Così, pazientemente di sasso in sasso, citando la metafora di Saramago posta in esergo, sono andate le autrici del testo che ho tra le mani: Sapere ed essere nella Roma razzista. Silvia Haia Antonucci e Giuliana Piperno Beer si sono equamente divise la stesura di questo lavoro, un lavoro prezioso per l’acribia con cui si ricostruisce nei dettagli una parte del nostro passato, quella parte buia che tanti, troppi, vorrebbero dimenticare. La ricerca di Antonucci e Beer si focalizza su una parte di quel buio, una parte piccola se si vuole, breve nel tempo e limitata nello spazio, ma importante per capire cosa e come ha vissuto chi ha vissuto quegli anni. Archivista, Haia Antonucci dirige l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, a lei la responsabilità della prima parte del testo dove si ricostruisce, con grande ricchezza di documenti e accurato apparato di note, quel che accadde all’indomani della promulgazione delle leggi razziali.
L’analisi prende le mosse da quelli che furono i prodromi delle leggi (una sintetica cronologia la troviamo in appendice), e ci viene ricordato che tra i primi provvedimenti ci furono quelli riguardanti la scuola. Dall’anno scolastico 1938/1939 studenti e docenti di razza ebraica venivano di fatto espulsi da tutte le scuole del Regno. Dalle elementari all’università, un numero enorme di bambini, ragazzi, e giovanotti da un giorno all’altro si ritrovarono senza saper dove andare. Il trauma fu violento, e ad acuirlo va ricordato che per il popolo ebreo (per tutti gli ebrei, meglio: per l’ebreo in quanto tale) lo studio è, da tempo immemorabile uno dei precetti fondamentali. Molti passi talmudici stanno lì a ricordarcelo, che quasi si potrebbe dire non si dia fede senza studio. La Beth ha-Midrash, letteralmente la Casa dello Studio, è un’istituzione millenaria. Togliere all’ebreo la possibilità di studiare è grave quasi quanto togliergli la possibilità di mangiare e bere e respirare.

 

Il lavoro di Haia Antonucci descrive puntualmente la reazione della comunità romana, che dopo un primo breve periodo di smarrimento, si organizza per far fronte all’evento. A usare un termine di attualità, potremmo dire che si è trattato di un caso emblematico di resilienza, cioè una forma di resistenza attiva, ossia, detto in termini più banali, ci viene raccontato di come la comunità seppe fare di necessità virtù. Si organizzarono scuole di ogni ordine e grado, in parte sfruttando le maglie della legge ed i relativi controlli, che erano meno ferrei di quanto il regime volesse far apparire, profittando poi del gran numero di docenti che purtroppo s’erano trovati all’improvviso senza cattedra e senza stipendio. Si organizzò anche una sorta di università clandestina in collaborazione con l’Institut Technique Supérieur di Friburgo. Va sottolineato come quella che si andò formando non fosse affatto una scuola confessionale (nella tradizione ebraica una yeshivah), ma precisamente una normale scuola i cui programmi riflettevano esattamente i programmi ministeriali delle altre scuole. E così abbiamo detto della prima parte del libro, esauriente e documentata, ma, come dice un grande storico dell’ebraismo, Y.H. Yerushalmi[1], “per chi è alienato dal passato le spiegazioni non sono sufficienti: bisogna anche saper evocare quel passato”. Quindi la seconda parte del libro, curata da Giuliana Piperno Beer, docente di storia con al suo attivo diverse ricerche relative alla condizione degli ebrei, in particolare in epoca napoleonica e durante il periodo delle leggi razziali, questa seconda parte, dicevo, ci apre una prospettiva del tutto diversa.
Piperno Beer ha realizzato una serie di interviste, che, secondo le tecniche della storia orale, ha poi trascritto avendo cura di rispettare il preciso dettato dell’interlocutore. Conservando cioè eventuali sgrammaticature, inevitabili nel discorso parlato, come pure salti logici e/o temporali, che nulla tolgono al valore di verità delle testimonianze raccolte, ma, al contrario, danno un forte senso di realtà a tutta la parte, diremmo così storicamente documentale, che le precede. A volte curiose, a volte sorprendenti, le narrazioni dei protagonisti dell’epoca (ormai pochi i sopravvissuti, e anche questi ben avanti negli anni) sono molto spesso commoventi. Il racconto di come hanno vissuto quell’esperienza, tra stordimento ed euforia, lo stordimento, che qualcuno paragona allo stordimento conseguente a una forte bastonata sulla testa, a cui si reagisce con la volontà di continuare a studiare, a fare una vita, per quanto possibile, “normale”. Nella maggior parte dei casi, e questo non deve stupire, con poca coscienza dell’immane tragedia che si stava abbattendo su tutto l’ebraismo europeo. Il lavoro, l’impegno concreto della comunità, delle famiglie quindi, seppure con difficoltà e facendo ricorso a tutte le energie disponibili, riuscirono ad erigere una sorta di barriera protettiva per tutti quei bambini, ragazzi e giovanotti, che dovettero subire le conseguenze di una delle più stupidamente crudeli leggi emanate dal regime.
Il sapere e l’essere posti nel titolo del libro, e che vanno intesi come diade inscindibile per la vita dell’ebreo, se ancora vale il ciceroniano historia magistra vitae, siano anche un invito a riflettere su quanto nella scuola, e più in generale nella società, sta accadendo oggi.

 

[1] Yosef H. Yerushalmi, Zakhor, Storia ebraica e memoria ebraica, Parma, Pratiche ed., 1983.

 

Giorgio Pangaro, redattore di Studi Umbri, cura con L. Cimmino la collana di testi “Corpo a corpo” tra letteratura e cinema per Rubbettino Editore.