A. Johnson, "Il Signore degli Organi", Marsilio Editore, 2013
1 Adam Johnson, Il Signore degli Orfani, Marsilio, Venezia, 2013, pp. 554.

 

Della Corea del Nord sappiamo pochissimo. Ogni tanto arrivano notizie di esecuzioni sommarie ordinate dal Leader della più Grande Repubblica Democratica del Mondo e di esperimenti nucleari realizzati o minacciati. Sappiamo, certo, che di repubblica e di democratico quel paese non ha nulla, che anzi si tratta di un regime totalitario e che il feroce dittatore di turno segue il padre Kim Jong-il e il nonno Kim Il-sung, capostipite di una tirannia tutta familiare iniziata nel 1948. A scorrere le pagine della cronaca si comprende che le pochissime notizie che arrivano da quel paese sono difficilmente verificabili e che una cortina di silenzio, figlia del terrore che affligge il popolo nordcoreano, è il contenitore entro il quale si spendono i destini di milioni di persone sottoposte a violenze di ogni genere. Questo e poche altre cose. Ma se vogliamo inoltrarci in quel mondo, dobbiamo allontanarci dalle cronache e immergerci nella lettura di uno dei più bei romanzi degli ultimi anni. Il Signore degli Orfani di Adam Johnson è uno di quei libri che chiama in causa l’idea che abbiamo di letteratura: ciò che è o dovrebbe essere e del compito che le attribuiamo. Questo è uno di quei libri coerente con l’idea di Sciascia secondo cui non sappiamo nulla del mondo e degli uomini fino a quando la letteratura non ce lo svela.
Sette anni di ricerca prima di mettersi a scrivere, e quello che Johnson ha in mente non è il saggio su un regime totalitario ma un romanzo sulla vita dentro una dittatura. In apparenza niente di veramente nuovo ma, considerata l’impenetrabilità di quel regime, il progetto di uno svelamento delle sue caratteristiche è già un punto di partenza meritevole di attenzione. Se a questo aggiungiamo un plot efficacissimo e una scrittura elegante, ecco che ci troviamo di fronte a un romanzo bellissimo e originale. Ma non recente. Infatti la sua pubblicazione risale al 2012 e la conquista del Premio Pulitzer al 2013. In Italia è stato pubblicato nello stesso anno da Marsilio nella traduzione di Fabio Zucchella.
Questi pochi anni dalla pubblicazione non hanno alcun effetto sulla sua bellezza né sulla sua attualità (è recente la notizia di un nuovo esperimento e la richiesta della Corea del Nord di essere riconosciuta come potenza nucleare).
Il Signore degli Orfani è un romanzo di passione, coraggio, angoscia e amore: un concentrato di emozioni mai banale che si realizza nel flusso continuo della vita del protagonista, nel ritmo perfetto di una narrazione appassionata. Pak Jun Do cresce nell’orfanatrofio diretto dal padre. Della madre sa solo che è una donna bellissima rapita per diventare cantante dello stato. Ma Pak Jun Do è anche un ottimo risultato dell’indottrinamento, dell’assuefazione e dell’abnegazione al regime. Sopporta da buon figlio della patria indicibili angherie per diventare un soldato perfetto, un uomo fidato. Eppure, procedendo nella lettura, si percepisce sempre più una debolezza, uno spiraglio, l’annientamento non perfettamente riuscito della volontà del giovane. Il ritmo incessante degli avvenimenti si accompagna alla scoperta di una realtà spaventosa, una geografia umana e fisica che sorprende il lettore ad ogni pagina.
Per sfuggire allo sfruttamento continuo al quale è sottoposto nell’orfanatrofio, Pak Jun Do si arruola nell’esercito, aprendosi così a nuove non meno raccapriccianti esperienze. Impara il taekwondo e diventa in poco tempo capo di una squadra di incursori. Il combattimento al buio e la sopportazione del dolore sono elementi cruciali per chi viene destinato ai tunnel che, dalla Corea del Nord, si estendono fino all’interno del territorio sudcoreano. Cooptato dall’agente So, passerà al rapimento di cittadini giapponesi sulle coste nipponiche, in una sospensione angosciante dei sentimenti più umani. Una carriera plausibile in un mondo assurdo che va per salti e che lo catapulta nel nuovo incarico di addetto alle radiotrasmissioni sul peschereccio Junma, allo scopo di criptare i messaggi tra giapponesi, americani e sudcoreani nel Mar di Giappone. In quella veste ha l’opportunità di ascoltare le conversazioni tra due vogatrici statunitensi impegnate in un giro del mondo in barca a remi. Inizia da quella esperienza il controverso rapporto con l’occidente, un mondo totalmente sconosciuto, se non nei modi raccontati dal regime. Quando il peschereccio verrà abbordato da una nave da guerra americana, Pak Jun Do attirerà l’attenzione di un ufficiale che intuisce il diverso incarico al quale lui è probabilmente destinato non avendo, come si conviene a un pescatore, alcun tatuaggio sul petto. Un alterco tra ufficiali e l’indebita appropriazione della bandiera e del ritratto del Caro Leader cambiano i destini di tutti gli uomini a bordo, nondimeno di Jun Do che prima protegge la defezione di un ufficiale e successivamente, una volta accettato dall’equipaggio come uno di loro, non avendo una moglie, decide di farsi tatuare il volto dell’attrice nazionale Sun Moon e sottoporsi alle attenzioni degli uomini del regime.
Seguono terribili interrogatori e poi onorificenze e torture e un grave ferimento ad opera di uno squalo. Ma la vita continua a riservargli sorprese e incarichi inaspettati, come quello di far parte di una delegazione che andrà negli Stati Uniti, in Texas. Lì conoscerà un senatore e sua moglie che, mossa da un sospetto, darà vita a un equivoco sul vero ruolo e la vera identità di Jun Do (che lei crede sia in realtà il feroce Ministro delle prigioni nordcoreano), imprimendo un’ulteriore virata alla storia. Il romanzo cambia nuovamente registro quando, nella seconda parte, sarà un agente addetto agli interrogatori a raccontare, in prima persona, gli eventi che vedranno protagonista Jun Do: le aberrazioni, le torture, la paura capace di neutralizzare chiunque entri in contatto con la Divisione 42 (speciale formazione dei servizi segreti nella quale l’agente opera). Emerge un mondo meno esteso ma ancora più rappresentativo di una realtà pervasa da una paranoia collettiva, dalla sintonia malata di un popolo oppresso con il suo oppressore e dall’impossibilità di affrancarsi dal terrore quando il terrore diventa un luogo in cui sopravvivere.
Nonostante Pak Jun Do diventi un impostore – o forse proprio per questo – il Caro Leader lo accetta vicino a sé e gli permette di continuare nella farsa di una nuova identità. La trasformazione del protagonista a questo punto sembra realizzarsi, l’avvicinamento a Sun Moon e alla sua vita privata determinano la nascita di uno scopo e l’emersione della volontà, così tragicamente negata dagli abusi e dai controlli subiti. L’innamoramento per l’attrice e la crescente ripugnanza verso il regime generano una terza e più potente pulsione: la conquista della libertà. Ma la libertà è, per Jun Do, un progetto che non riguarda sé stesso, come se nella conquista della libertà altrui risiedesse la vera e propria vittoria personale. Dunque non è l’essere considerato eroe nazionale o l’aver vinto innumerevoli battaglie per la sopravvivenza, e nemmeno la resistenza al dolore ma l’aspirazione a una condizione sconosciuta è il vero motore del cambiamento e, al contempo, l’inizio della fine.

Adam Johnson, scrittore
2 Lo scrittore statunitense Adam Johnson

 

Nel dipanarsi degli eventi emerge in tutta la sua aberrante potenza la sintassi del regime, le forme di una sottomissione che passa attraverso le storie narrate dagli altoparlanti presenti in tutte le case. Una propaganda ipnotica e surreale che racconta di eroi del paese, di potenza militare e democrazia compiuta attraverso le forme di partecipazione di tutta la popolazione alla produzione necessaria e all’autodifesa dai sempre possibili attacchi del mondo circostante.
E poi la continua minaccia americana, abilmente neutralizzata dall’acume del Caro Leader, capace di grandi decisioni e mosso, oltre che dalla protezione divina, dall’amore per il suo popolo. La dissolutezza e l’indolenza degli americani è tutta in quelle foto dal satellite che riprendono un mondo illuminato in piena notte, mentre nella Corea del Nord la sera si spengono le luci (nelle strade come nelle case) per favorire il meritato riposo di uomini e donne. Quelle foto, distribuite al popolo, parlano di un mondo che incarna tutto ciò che la Grande Repubblica Coreana rifiuta perché origine di tutti i mali.
Molte pagine belle ma a Johnson basterà una manciata di righe per far comprendere al lettore l’universo entro il quale si origina l’interpretazione di quella lontana realtà di depravazione: un dialogo tra Sun Moon (la cantante della quale si innamora Jun Do e per la quale farà tutto ciò che sarà necessario per avvicinarla) e una vogatrice americana. Si tratta in verità di un breve monologo nel quale l’immaginario individuale e la visione collettiva formatasi attraverso la propaganda si sovrappongono in una descrizione sconvolgente e letterariamente perfetta:

“Io so bene che la sofferenza arriverà anche per me. È così per tutti. Il mio turno potrebbe essere appena dietro l’angolo. Mi chiedo cosa tu debba sopportare tutti i giorni in America, senza un governo che ti protegga, senza qualcuno che ti dica cosa fare. È vero che non vi danno le tessere delle razioni, che dovete cercare il cibo per conto vostro? È vero che voi lavorate senza altro scopo che avere una ricompensa in denaro cartaceo? Cos’è la California, il luogo da cui provieni? Non l’ho mai vista in fotografia. Cosa si sente dagli altoparlanti americani quando scatta il coprifuoco, cosa viene insegnato nelle vostre comuni sull’allevamento dei bambini? Dove va una donna con i suoi bambini la domenica pomeriggio? E se una donna perde il marito, come fa a sapere se il governo le assegnerà un buon rimpiazzo? Chi cercherà di ingraziarsi, per far sì che i suoi figli abbiano il miglior leader nelle Truppe della Gioventù?”

La consapevolezza di leggere un romanzo non basta, quella realtà delirante prende il sopravvento e parteggiare per il protagonista è un po’ come prendere le difese del proprio mondo, così lontano, pur nei suoi guasti, da quella realtà. Le aberrazioni del totalitarismo diventano sempre più il delirio capace di trasformare un popolo, di sottometterlo sì ma anche di annientarlo psicologicamente, di spersonalizzare fino a che nemmeno un residuo di coscienza individuale si salvi. E quando qualcosa resiste, si attivano la delazione e la pena: i campi di rieducazione o la vendetta sui familiari.
La lingua è dolce anche quando rappresenta l’orrore, leggera per certi versi, ma dotata di una forza intrinseca capace di parlare per immagini e rendere perfettamente l’idea di schegge di umanità in lotta tra l’abdicazione all’autorità e la ricerca della libertà. E non manca l’ironia, né una sorta di comicità del protagonista, dapprima ingenuo e avventato poi sempre più cosciente e determinato.
Nella scelta dei nomi Johnson gioca con le parole: l’assonanza di Jun Do col nomignolo John Doe attribuito negli Stati Uniti alle persone dall’identità sconosciuta o tenuta segreta e il nome dell’amata cantante Sun Moon – che suona come orientale ma è l’insieme di due termini inglesi -sono piccole perle rivelatrici di un’attenzione che non viene mai meno. E poi il continuo cambio di passo, il triplo registro (prima parte in terza persona, seconda raccontata da un misterioso ufficiale incaricato degli interrogatori e tra le due le incursioni dalla voce del regime che ammonisce, accarezza e educa dagli altoparlanti): tutto gestito con sicurezza e stile.
La trasformazione di quella realtà in metafora della genealogia del potere, contiene in sé i tratti distintivi di un autoritarismo in cui parola e esercizio della tirannia attraverso la violenza procedono di pari passo. La violenza interviene laddove la parola fallisce. È nella narrazione, nella costruzione fantastica di un mondo, che i totalitarismi di ogni genere trovano ragione di sé,seppure ognuno in un modo che gli è proprio.
Il Signore degli Orfani è solo in apparenza un libro di divagazione; nelle sue oltre cinquecento pagine ci sono tutti gli elementi che ne fanno un grande romanzo, l’incontro perfetto di testimonianza, realtà e fantasia. Un libro nel quale la storia di un uomo incrocia la Storia di un popolo e la narrazione si fa ammonimento, qualora avessimo dimenticato a quali derive apre il potere esercitato attraverso la comunicazione.

 

Marcello Marino ha insegnato Etica della Comunicazione all’Università per Stranieri di Perugia e Pedagogia Generale e Sociale all’Università di Perugia e all’Università di Siena. Ha pubblicato saggi in varie riviste e monografie per Franco Angeli, Rizzoli e Morlacchi University Press.