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Massimo Capponi Carosello Home Vol. 12, n. 1 (2020) Innovazioni Scienza

Bambini e tecnologia

Vol. 12, n. 1 (2020)

Recensione a Manfred Spitzer, Digitale Demenz. Wie wir uns und unsere Kinder um den Verstand bringen, Droemer Knaur, Munchen 2012, trad.it. Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, Corbaccio, Milano 2013.

 

Technology is usually fairly neutral.
It’s like a hammer, which can be used to build a house
or to destroy someone’s home.
The hammer doesn’t care.
It is almost always up to us to determine
whether the technology is good or bad.
Noam Chomsky

 

La quarta rivoluzione, quella dell’infosfera, dell’onlife, della comunicazione ininterrotta, è cominciata ormai da molto tempo, anche se ne è stata data una definizione soltanto di recente (Floridi, 2014). Assistiamo quotidianamente ad un cambiamento del lavoro, dello studio, delle relazioni sociali, della nostra quotidianità, come mai prima d’ora era successo. Per questa ragione, per il cambiamento di abitudini, per la pervasività della tecnologia nelle nostre vite, ma anche per tutto ciò che la tecnologia offre di positivo, di utile, vi sono pareri contrastanti sulla bontà o meno di tutto ciò. La distanza tra coloro che sono convinti che l’occasione di progresso che abbiamo davanti è irripetibile e coloro che, invece, vedono nella diffusione di computer e smartphone una sciagura per l’umanità, è sempre più ampia: la vecchia distinzione di Umberto Eco (era il 1964) tra apocalittici e integrati sembra ancora attuale.

Un neo-apocalittico è sicuramente Manfred Spitzer, psichiatra tedesco, studioso di neuroscienze e autore di numerosi saggi sull’impatto (per lui terrificante) che le nuove tecnologie hanno sulla nostra vita, e soprattutto su quella delle nuove generazioni.

Nel suo volume del 2012, “Demenza digitale”, tradotto in italiano nel 2013 (331 pagine) e pubblicato da Corbaccio (Garzanti), Spitzer spiega il suo catastrofico punto di vista sugli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo e avranno sulla nostra vita.

La preoccupazione più grande dello studioso tedesco è per le nuove generazioni: memoria, attenzione, pazienza, ascolto, silenzio, ragionamento, lettura, riflessione, approfondimento, sembrano parole ormai legate al passato, che oggi lasciano spesso il posto a superficialità, velocità, frenesia, disattenzione, comunicazione simultanea, a un modo di lavorare, studiare e apprendere del tutto nuovo.

Come nota Spitzer, è vero, i media digitali fanno ormai parte della nostra cultura, “aumentano la nostra produttività, facilitano la vita e rappresentano un importante strumento di intrattenimento”, ma basare totalmente la propria formazione sulla rete Internet e sul digitale a lui non sembra essere la migliore soluzione, soprattutto per le generazioni in età scolare. In effetti, il cambiamento epocale sembra aver modificato interamente le nostre vite, anche se noi sembriamo le persone meno indicate a valutare tutto ciò, visto che abbiamo vissuto questo cambiamento alla luce di vecchi stili di vita pre-rivoluzione, e quindi ne siamo condizionati (infatti, per le nuove generazioni nulla è cambiato, in quanto i giovani di oggi sono nati in una società digitale). Nel mondo digitale si nota sempre più un uso pervasivo delle reti sociali. Spitzer, stranamente, dedica ampio spazio ai problemi, sicuramente importanti ma qui non fondamentali, del cyberbullismo e dell’anonimato in rete connesso ai social network, indicati come causa di fenomeni pericolosi come il mobbing in Internet, mentre dedica poche righe (anche se è autore di altri volumi sull’argomento) ad altre problematiche relative alla “vita sociale sullo schermo” come solitudine e alienazione (Turkle, 2011; Mazzucchelli, 2014), prodotti ormai riconosciuti della nuova comunicazione online, che condizionano in modo incredibile la nostra vita e che destano invece qualche seria preoccupazione.

Sta di fatto che oggi, nella fascia d’età 11-25 anni, quasi la metà dei giovani passano circa sei ore della loro giornata sul web e la dipendenza da Internet è ormai riconosciuto come disturbo legato all’utilizzo intensivo e ossessivo della tecnologia digitale e soprattutto degli smartphone. Tutto ciò non riguarda però soltanto gli adolescenti, ma quasi tutte le fasce di età: controlliamo in modo frenetico la nostra casella di posta elettronica e le notifiche delle applicazioni di messaggeria istantanea, non disdegniamo qualche gioco online e siamo attivi, spesso inutilmente, sui social network, dove sovente preferiamo le relazioni virtuali a quelle in presenza. Le giornate passano con lo sguardo costantemente rivolto ad uno schermo. Si chiede Spitzer: “E’ veramente quello che vogliamo per noi e per i nostri figli?”. La demenza e il declino mentale in generale, oggetti di studio da parte dello psichiatra tedesco, sembrerebbero essere in stretta connessione con la capacità funzionale della mente che, come sappiamo, deve essere allenata con un costante lavoro fisico e mentale, ed è bene, dice Spitzer, che il lavoro mentale corrisponda ad una buona istruzione. Come avere il meglio dalla tecnologia senza diventarne schiavi? Lo studioso sottolinea il fatto che i giovani nascono oggi in un mondo che già di per sé usa in modo massiccio le tecnologie digitali e non hanno idea di come, tempo addietro, s’instaurasse un’amicizia, si facesse una ricerca di storia o si partecipasse a un gioco; inoltre, le ricerche recenti dimostrano, a differenza degli anni Ottanta, quando si riteneva che gli studenti che usavano un computer per studiare avessero un rendimento scolastico migliore, che oggi i risultati mostrano esattamente il contrario: le tecnologie digitali vengono usate principalmente per giocare e comunicare, e tutto ciò sottrae tempo allo studio e crea un clima di disattenzione e di frammentarietà, di preparazione precaria ed affrettata. Come Piattelli Palmarini aveva segnalato già molto tempo fa, si sono levate molte perplessità riguardo l’uso del PC in classe anche da parte del dipartimento dell’educazione degli Stati Uniti, che aveva già notato come non esista alcuna differenza nel profitto scolastico tra studenti che hanno a disposizione tecnologie digitali, anzi, molto spesso l’ambiente digitale peggiora le prestazioni degli studenti. Secondo il dossier “Making the Connection”, pubblicato nel 2015 dall’OCSE (http://www.oecd.org/publications/students-computers-and-learning-9789264239555-en.htm), un massiccio accesso a Internet peggiora le condizioni di apprendimento degli studenti, mentre un accesso moderato le rende migliori.

Un aspetto interessante, preso in esame nel volume, è quello dell’abitudine dei nostri studenti di oggi alla riproduzione di contenuti attraverso quella modalità di composizione   dei testi chiamata “copia e incolla”. Come ha spiegato bene Carlo Giovannella, “oggi la quasi totalità dei lavori di ricerca assegnati agli studenti, a qualsiasi livello, genera la riproduzione più o meno elaborata di fonti reperite sul web, e sin qui poco male perché da qualche parte si deve cominciare. Il problema è che spessissimo, però, gli esiti della ricerca vengono presentati come frutto del proprio ingegno”. Non considerando la pur importante appropriazione indebita del lavoro di altri, prosegue Giovannella, le conseguenze ben più gravi di tale modalità di riproduzione sono la perdita della capacità di esprimersi nella propria lingua, l’incapacità di sviluppare collegamenti e integrazioni tra “oggetti del sapere” e il venir meno della capacità critica. Ma il copia e incolla – ricorda Spitzer – “è una funzione così diffusa che neppure ci ricordiamo come si faceva in passato a scrivere una lettera o un libro senza tale possibilità” e ci ricorda, sulla base di esperimenti ed esempi, che un contenuto, più viene elaborato in profondità, meglio viene memorizzato. Apprendimento e memoria vanno di pari passo, ma il numero di sinapsi coinvolte in un dato processo di memorizzazione di un contenuto dipende proprio dalla profondità di elaborazione: più è stato continuo il livello di concentrazione, maggiore è stata l’attenzione, più sarà facile ricordare le parole. Ora, con la rete Internet la procedura “copia e incolla” è straordinariamente funzionale a quella che Spitzer chiama “la superficialità dei media digitali”, un baratro che porta la società odierna verso la perdita totale del concetto di competenza, dalla scuola primaria all’università[1], sottraendo all’essere umano il lavoro mentale, passo fondamentale per apprendere. “Chi di noi non indulge nello «scaricare» testi, immagini e interi manoscritti nel proprio portatile, o nel computer da tavolo, dopo aver dato loro solo uno sguardo sommario? Li leggerò a tempo debito, ci diciamo, sapendo in parte di illuderci. Quando si andava in biblioteca, fosse essa la punitiva istituzione di stile europeo o la flessibile e sempre aperta banca di testi di stile americano, quanto meno si leggeva attentamente il brano in questione, per decidere se effettuarne o meno la laboriosa fotocopiatura. Prima che esistessero le fotocopiatrici, circa mille anni psicologici fa, si prendevano appunti, si riempivano schede. Oggi basta un click, basta memorizzare l’indirizzo di rete, e poi «ci ritorneremo». I ragazzini non sono più diligenti di noi, anche loro cliccano e archiviano, invece di leggere e digerire” (Piattelli  Palmarini, 2007). Come ha notato Longo, infatti, la rete non è soltanto trasmissione e distribuzione dei dati: “è anche metafora della cultura contemporanea, una cultura priva di organizzazione e di struttura gerarchica forte, che ha sostituito l’apprendimento con la documentazione, lo studio con la consultazione”. Il passaggio successivo alla consultazione – il “salvataggio” su supporto magnetico – sembra avere conseguenze disastrose su di noi e sulla nostra attività mentale.

Spostando il discorso sui videogiochi, da sempre un argomento molto discusso in ambito educativo, Spitzer si scaglia contro il mondo del gaming elettronico e in rete, pur con qualche difficoltà concettuale e qualche lacuna. Infatti, lo studioso se la prende con i videogiochi violenti, causa di atteggiamenti aggressivi nei giovani, ma da qui tenta di disapprovare l’intero mondo dei videogiochi, quando sappiamo, dalla maggior parte della letteratura scientifica sull’argomento, che molti ambienti  di gioco digitale sono utilizzati a scopi didattici, non ultimo l’uso dei videogame e del cosiddetto edutainment (education+entertainment) nei disturbi specifici di apprendimento e nel mondo dei bisogni educativi speciali in genere. Recentemente l’apporto dei videogiochi nell’apprendimento è stato sottolineato in riferimento ad alcune ricerche apparse in “Agenda Digitale”. Dai lavori riportati, l’utilizzo di piattaforme gamificate in processi di formazione e insegnamento ci dice che si acquisisce in media l’11% in più di conoscenza concreta, il 14% in più di abilità basate sulle conoscenze appena apprese e si riesce a conservare circa il 10% in più di informazioni nel lungo periodo. “I videogame rendono l’apprendimento più efficace e significativo: promuovono la motivazione, dando riconoscimenti e premi in tempo reale, attraverso il divertimento; danno la possibilità di creare scenari coinvolgenti, che più simulano la realtà più sono efficaci in termini di apprendimento significativo; si basano su scopi educativi che possono essere personalizzati e modulati, previa chiara e corretta analisi dei bisogni degli apprendenti; consentono una migliore e più efficace valutazione e autovalutazione” (Maurizio, 2020). L’osservazione di Spitzer nei confronti del gioco elettronico non violento si limita al tempo perso davanti agli schermi, ma qui le sue critiche non riescono a trovare altri lati negativi, oltre al banale constatare che a maggior tempo speso videogiocando corrispondono prestazioni scolastiche insoddisfacenti, mentre una sconfinata serie di ricerche mette in evidenza alcuni vantaggi importanti come il consolidare le proprie attitudini al problem solving, la creatività e il pensiero critico come prodotti dell’uso dei giochi per la consòle o per qualsiasi altro device elettronico (Maurizio, 2020).

Nell’ultima parte del libro, Spitzer tenta di disegnare l’identikit dei nativi digitali, quei ragazzi che, secondo la celebre definizione di Prensky, sono la generazione di giovani che sono “madrelingua” del linguaggio digitale di computer, videogiochi e Internet. Secondo lo psichiatra tedesco, il nativo digitale, perennemente online, è in costante contatto con amici o parenti tramite email, sms o social network. Certamente, l’aver condensato una serie di possibilità applicative all’interno di un device mobile come lo smartphone ha fatto sì che si creasse una relazione molto stretta tra utente e dispositivo. E all’età di ventuno anni (secondo uno studio del 2008 riportato nel volume), controllando il telefono una volta ogni 11 minuti, ha già “inviato 250.000 email o sms, trascorso 10.000 ore al cellulare, giocato 5.000 ore con i videogiochi, trascorso 3.500 ore sui social network” (anche se oggi possiamo immaginare che questi dati siano piuttosto cresciuti di recente); “la sveglia è sostituita dal cellulare, prima di alzarsi il ragazzo controlla i messaggi ricevuti, di sera invia il suo ultimo sms intorno alle 23.00 e viene cullato nel sonno dalla musica dell’Ipod […] lo stile di vita di un nativo digitale non può non avere conseguenze”. E le conseguenze individuate da Spitzer sono, come si può immaginare, catastrofiche: i giovani d’oggi, considerando obsoleti e superflui i metodi tradizionali di apprendimento, non riusciranno a ricordare niente, non sapranno nemmeno cercare le informazioni in rete, utilizzeranno gran parte del loro tempo e delle loro energie per scambiarsi messaggi o per intrattenersi o distrarsi, saranno incapaci di riflettere e dipendenti dalla rete e dalle apparecchiature mobili. Leggeranno un ebook senza conoscere il piacere di sfogliare un libro di carta e, vista la già citata predisposizione della Google Generation al “copia-e-incolla”, non compiranno il circolo ermeneutico della comprensione: cliccando qua e là acriticamente, senza mai tornare a una fonte attendibile, cercheranno in maniera orizzontale (vale a dire superficiale), anziché verticale (senza andare in profondità).

Accanto a tutto ciò, i ragazzi di oggi, si sa, amano svolgere più compiti contemporaneamente, in base a quella modalità di organizzazione del lavoro chiamata “multitasking”. Il termine è preso in prestito proprio dall’informatica, che vede in questa modalità operativa la capacità di un sistema operativo di portare avanti l’attività di più applicazioni nello stesso lasso di tempo. Per i nativi digitali, invece, è una specie di strategia di gestione delle risorse cognitive personali, che consente di affrontare la complessità e l’ampiezza dei compiti da svolgere quasi dividendo i propri pensieri tra i vari “task” da portare a termine. Spitzer è, naturalmente, molto critico nei confronti di questa strategia: la distrazione, il continuo passaggio da un’attività all’altra, la precarietà della concentrazione, mettono i multitasker nelle condizioni di superficialità e inefficacia. Ma il multitasking è, secondo alcuni, “un’attività che si perde nella notte dei tempi, legata alla capacità innata dell’essere umano di distribuire le proprie risorse (controllo cognitivo) in base alle attività da compiere e di gestire attività automatizzate (ad esempio camminare eretti e usare gli occhi) che non richiedano sforzi eccessivi con attività che hanno bisogno al contrario di risorse utili per focalizzare l’attenzione e fare delle scelte. La decisione su come distribuire queste risorse è dell’individuo, anche se per ottenere i risultati desiderati esso deve sempre fare i conti con i processi mentali che rendono possibili le sue scelte e decisioni. A determinare il successo o meno della pratica del multitasking sarà la capacità di recuperare le risorse e le informazioni necessarie, e di passare rapidamente da un’attività all’altra senza causare alcuna interferenza (elementi distrattori) che possa bloccare o rendere impossibile una delle molte attività in essere” (Mazzucchelli, 2017). D’altra parte, proprio questa potrebbe essere uno di quegli allenamenti mentali di cui proprio Spitzer parla quando si riferisce ad attività che potrebbero, in qualche modo, preservare da forme di demenza. Il tratto accettabile delle osservazioni del neuroscienziato tedesco è che nella società contemporanea si è diffuso un grave equivoco: quello di credere che i ragazzi possano imparare senza sforzo e con minima attenzione. Si crede che si possa tranquillamente apprendere divertendosi, ma si sa, conoscere richiede costante impegno e fatica da spendere. Per Spitzer, “la profondità del lavoro mentale necessaria per l’apprendimento è stata sostituita dalla superficialità digitale”.

In conclusione, molte delle critiche espresse da Spitzer nei confronti dei nuovi media sembrano frutto di enormi pregiudizi nei confronti del mondo digitale; è pur vero che spesso il mondo dell’educazione sembra essere preda delle grandi multinazionali delle reti sociali, del gioco, dell’intrattenimento e dell’informatica distribuita, che cercano di diffondere macchinari e dispositivi puntando sul fatto che la rivoluzione digitale è un’occasione unica per l’ambiente scolastico e per noi tutti, ma non è cercando di eliminare tutto questo, senza valide ragioni, che si ottiene qualcosa di veramente utile alla nostra società attuale. Una piccola delusione Spitzer ce la riserva nell’ultimo capitolo del libro, intitolato “Che fare?”. Le indicazioni per riequilibrare l’asimmetria tra la pervasività della tecnologia e la normalità delle nostre vite si riassumono in una visione che passa da affermazioni del tipo “i media digitali fanno parte della nostra cultura … aumentano la nostra produttività, facilitano la vita … il mondo sarebbe destinato a crollare senza un’elaborazione digitale delle informazioni … non si tratta di combatterli o eliminarli” a considerazioni come “danneggiano l’organismo … il cervello avvizzisce … nei nativi digitali il rendimento mentale è sotto la media”, passando per consigli condivisibili ma che qui appaiono fuori luogo come “mangiate sano … ascoltate musica … cantate … dedicate mezz’ora al giorno al movimento … aiutate gli altri … sorridete … il denaro non rende felici … semplificatevi la vita”, fino al definitivo “evitate i media digitali”, che appare nelle pagine finali del volume. Purtroppo, non è stata nemmeno presa in considerazione la prospettiva di una educazione all’uso dei media (media education), che ormai da molto tempo occupa un posto rilevante nei programmi scolastici e nella ricerca in educazione, e che sarebbe certamente un valido ambiente per cercare di restituire alla tecnologia il suo ruolo di semplice sostegno alle attività umane. Le giovani generazioni vanno supportate in modo tale che possano sviluppare un pensiero critico e responsabile rispetto ai media, senza per questo rinunciare ai numerosi vantaggi offerti dalla tecnologia, poiché i ragazzi di oggi hanno il diritto di conoscere la realtà che li circonda. Forse, più che distruggere tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia, converrebbe quindi insistere su un’alfabetizzazione all’uso dei media (media literacy) in ambiente scolastico, che orienti i giovani ad un uso consapevole dei numerosi strumenti oggi a disposizione. Alcune magagne della rivoluzione digitale riportate da Spitzer, come insonnia, depressione e varie dipendenze potrebbero, tra l’altro, essere problemi immanenti della nostra società, più che dei media digitali. Non sappiamo ancora se soffriamo di solitudine e quindi ci rivolgiamo ai social network per colmare un vuoto, oppure le reti favoriscono esse stesse una specie di isolamento dalle relazioni in presenza. Le nuove tecnologie digitali hanno reso la comunicazione, simultanea o differita, molto più agevole, ma è altrettanto vero che molte delle osservazioni svolte da Spitzer nei confronti dei media digitali si riferiscono a problematiche reali e non ancora risolte, o tantomeno indagate. L’uso ininterrotto di strumenti come televisori, lettori dvd e tablet, oltre che i robot, il cui consumo da parte delle nuove generazioni è da molto tempo in crescita, può avere un’influenza negativa nell’apprendimento e Spitzer sottolinea giustamente l’importanza, nell’età dello sviluppo, dell’apprendimento attivo, della motricità fine, della com-prensione del mondo, dell’agire nell’ambiente, opposto all’essere passivi di fronte allo schermo di un computer, dell’uso della matita al posto di tastiera e mouse. Le ricerche citate nel volume di Spitzer affermano che i media visivi, nella prima infanzia, non solo sono inutili, ma inibiscono gravemente le capacità di apprendimento: i bambini piccoli che guardano con una certa frequenza dvd e/o televisione conoscono un numero nettamente inferiore di parole rispetto ai coetanei che conducono una vita tenendo questi strumenti a una certa distanza. Gli adolescenti, sempre più impegnati nella vita online, sembrano avere addirittura meno occasioni di instaurare amicizie reali, paradossalmente per “mancanza di tempo”, quel tempo che spesso viene dedicato a curare la propria immagine online e le relazioni virtuali.

Il volume di Spitzer sottolinea giustamente alcuni modi di utilizzo delle tecnologie digitali che possono rivelarsi rischiosi per i giovani, ma proprio nell’età della formazione è utile la nascita di uno spirito critico e della consapevolezza di un uso corretto delle possibilità  e delle risorse che lo sviluppo tecnologico offre alla società attuale. L’obiettivo della nostra società, in chiave educativa, rimane comunque quello di stabilire ciò che dà un senso e una vantaggio alla formazione delle nuove generazioni. E allora può essere utile riprendere la massima di Noam Chomsky, citata in esergo, secondo cui la tecnologia è neutra: assomiglia a un martello, che può essere usato sia per costruire una casa che per distruggerla, ricordando che dipende quasi sempre da noi decidere l’uso, buono o cattivo, che vogliamo farne.

 

Riferimenti

Floridi L., La quarta rivoluzione. Come linfosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano 2017 (ed. originale 2014)

Giovannella C., Il copia-incolla” come stile di vita: ecco perché la scuola deve intervenire, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-copia-incolla-come-stile-di-vita-ecco-perche-la-scuola-deve-intervenire/

Longo G.O., Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza, Bari 1998.

Mazzucchelli C., La solitudine del social networker, Delos Digital, 2014 (ebook)

Mazzucchelli C., 100 strategie analogiche per resistere al digitale (e allo smartphone), 2017 (ebook)

Maurizio C., Didattica, così i videogame aiutano lapprendimento, https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/didattica-cosi-i-videogame-accendono-lapprendimento/

Piattelli Palmarini M., Contrordine: il pc non aiuta a studiare, “Corriere della Sera”, 15 maggio 2007

Turkle S., Alone Together. Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, Basic Books, New York 2011, trad.it. Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice Edizioni, Torino 2012.

[1] Alcune università hanno addirittura fatto un passo importante per contrastare questa situazione, fornendo ai docenti l’uso di un software antiplagio online (http://www.compilatio.net) per analizzare le tesi dei laureandi e verificarne l’originalità e la quantità/provenienza delle fonti consultate.

 

Massimo Capponi è ricercatore Universitario Confermato all’Università di Perugia, insegna Informatica applicata all’educazione nel corso di laurea in Scienze dell’educazione.

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