Movimento operaio nel 1969 a Mirafiori
1 Mirafiori durante la stagione del cosiddetto “Autunno Caldo”

 

(scena 1)

Aldo si alzò di scatto dalla sedia allontanandosi di qualche passo dal tavolo su cui erano allineati alcuni libri e, in un angolo, una piccola Olivetti teneva incoccato sul rullo un foglio riempito a metà. Mosse alcuni passi in direzione della finestra aperta sul verde del  parco di villa Balestra.  Sembrava, quella che stava per esprimere, non una considerazione a caldo, sul momento, ma il frutto di una meditata riflessione.  “Sì, sono d’accordo a rimarcare le differenze tra la visione consiliare di Gramsci e quella centralistica e autoritaria di Togliatti ma senza mettere in contrapposizione Gramsci con una concezione e una pratica democratiche di transizione verso il socialismo …” Lasciò il discorso a metà rivolgendosi ai suoi interlocutori, il tono della voce pacato e tranquillo ma con una postura del corpo che esprimeva un atteggiamento di sfida. Intorno al tavolo sedevano tre persone. Sul lato più corto, a capotavola vicino alla macchina da scrivere, Rodolfo giovane assistente universitario incamminato lungo quella che si intravvedeva già come una brillante carriera accademica. Alla sua sinistra Filippo, barba e capelli corvini fluenti, una Gauloises perennemente attaccata alle labbra, un maglione marrone leggermente slabbrato, l’inseparabile eskimo verde agganciato alla spalliera della sedia, sembrava incarnare l’archetipo del rivoluzionario. Un pensiero legnoso, schematico ma una vivacità intellettuale di primissimo livello. Alla destra di Rodolfo sedeva Lucrezia, acuta perspicace ma anche di un equilibrio argomentativo davvero invidiabile. Ma molto altro aveva di invidiabile. Alternava con la stessa disinvoltura l’abbigliamento trasandato tipico delle donne impegnate in quell’inizio degli anni Settanta con delle mise elegantissime e raffinate che sfoggiava qualche volta a lezione. In tutti e due i casi non poteva passare inosservata. Un viso molto bello, occhi grigio verdi, labbra carnose, capelli biondo scuro, se avesse avuto qualche centimetro di statura in più avrebbe potuto partecipare addirittura a un concorso di bellezza, di quelli tanto vituperati e aborriti. Era comunque una star in facoltà. Fu Filippo a reagire a Aldo, “L’importante è che non esca appannato il senso di una posizione politica che fa del volontarismo e del protagonismo della classe operaia, in senso ovviamente antisistema, il fulcro dell’azione rivoluzionaria oggi …  un volontarismo che non deve escludere neanche, se necessario, l’uso della violenza come leva di emancipazione proletaria”. Lucrezia era l’unica dei quattro ad avere dimestichezza con i temi economici, si inserì nella discussione anche con l’intento di evitare che gli animi si accendessero in modo eccessivo: “Che nessuno di voi due sottovaluti però le reali condizioni dei rapporti di forza all’interno dei quali deve svilupparsi la dialettica rivoluzionaria …. E questi rapporti sono in primo luogo definiti dalle condizioni economiche e sociali, dai rapporti di produzione …”
Avevano lavorato tutto il pomeriggio ma erano riusciti a riempire solo due cartelle di quel lavoro che avrebbe dovuto rappresentare la bozza di una voce di un dizionario di storia del movimento operaio europeo che il titolare di cattedra aveva affidato a loro in quanto studenti più brillanti di quel corso, sotto il coordinamento di Rodolfo. Il lavoro era stato lungo ma la produzione scarsa, si erano soprattutto arrovellati in estenuanti discussioni di carattere ideologico tanto appassionanti quanto improduttive. “Finiamola qui compagni – Rodolfo aveva intenzione di partecipare a una partita di calcetto organizzata per le otto e mezza – si è fatto tardi. Ci vediamo domenica intorno a mezzogiorno a piazza del Popolo, dobbiamo essere per l’ora di cena a Urbino, il convegno inizia lunedì mattina”.  Lucrezia e Aldo si avviarono insieme, avevano un tratto di strada in comune, lui diretto alla sua piccola camera in affitto in via della Lega Lombarda, lei nel bell’appartamento del padre notaio ai Parioli.  In strada furono avvolti, quasi investiti, dalla luce tenue e ambrata del tramonto romano nel mese di maggio. Restarono in silenzio a lungo, poi mentre in lontananza risuonava  lancinante il suono della sirena di un’ambulanza, Lucrezia gli chiese con voce allegra e un po’ canzonatoria “Ma cosa stai pensando così assorto? Non ti va proprio giù la discussione di prima ….”. “Non prendermi in giro  … ti dirò la verità … stavo pensando alle rondini che al mio paese in serate come questa tagliano il cielo intorno alle torri e ai campanili con i loro richiami striduli e vivaci … è uno spettacolo che starei a guardare per ore”. “Non ti facevo così romantico – gli disse lei con una voce nuova, che a Aldo suonò un po’ strana – ti manca il tuo paese?” “Ma no, in fondo ci torno ogni fine settimana … è strano, quando stai lì dopo un po’ ti senti come soffocare, ti senti stretto, poi quando sei fuori ti manca quel senso di comunità che, in fondo, non è forse altro che un senso di protezione”. “Hai un animo fine Aldo” gli disse salutandolo con la dolce carezza di un dito sulla guancia mentre si infilava di corsa sul tram.

***

Aveva smesso da poco di piovere e Urbino era avvolta in una foschia di nuvole basse che sembrava si rincorressero. La piccola utilitaria di Rodolfo saliva lentamente le balze che dalla strada statale portavano verso il centro storico, l’atmosfera si faceva sempre più rarefatta. Attraverso le nuvole si incominciavano a intravedere gli scorci delle superbe linee rinascimentali dei palazzi che disegnavano il profilo della città. In macchina avevano ospitato anche il secondo assistente della cattedra, che era più avanti negli anni, aveva da poco superato la trentina, e che era di opinioni politiche decisamente differenti da quelle dominanti nel gruppo. Era vicino agli ambienti della destra clericale integralista e a suo modo – e questo li accomunava in un’ispirazione  di fondo – alternativo al sistema. Sul sedile posteriore erano stipati in tre in uno spazio davvero ristretto. La scomodità del viaggio dal punto di vista di Aldo era stata largamente ripagata  dal calore e dalla forma della coscia di Lucrezia. Dopo una breve ma appassionata discussione sulle differenze, qualcuno parlava proprio di elementi contrapposti, tra le opere filosofiche del giovane Marx e quelle della sua maturità, avevano deciso di sintonizzare la radio su “tutto il calcio minuto per minuto” scoprendo che ognuno teneva per una squadra diversa, Rodolfo per la Roma, l’altro assistente per il Milan, Lucrezia per la Lazio, Aldo per la Juve e Filippo ovviamente odiava il calcio quasi come la religione. Sbucarono sul piazzale da cui si vedeva stagliarsi verso il cielo la splendida facciata del palazzo Ducale. Fermarono la macchina e scesero in contemplazione del capolavoro del Laurana. Dopo aver cenato si dettero appuntamento per le otto del mattino per prepararsi al dibattito che si sarebbe tenuto nel corso del convegno. Aldo alternava momenti di lettura di “Addio alle armi” con lunghi tratti in cui spegneva la luce della stanza e contemplava il profilo dei tetti e dei campanili che vedeva attraverso la finestra. Per quattro o cinque volte si divertì a questa alternanza tra il romanzo che con il suo ritmo palpitante lo scuoteva lanciandolo verso spazi avventurosi e quelle linee di notturno e solare equilibrio che si stendevano sull’anima come un balsamo lenitivo. All’improvviso ebbe un sobbalzo, un leggero rumore lo fece trasalire, una mano strusciava lievemente sul tamburo della porta come incerta a decidersi e bussare. Era lei.

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Dopo aver fatto l’amore Lucrezia si allungò distesa su un fianco il braccio sinistro oltre la testa. Silenziosa, assorta. Aldo non si stancava di guardare il profilo del corpo di lei.  Quel corpo splendido si stagliava nel quadro della finestra che incorniciava i tetti delle case e la facciata della chiesa sulla piazza. Un alone di luce di un chiaro colore del miele penetrava nella stanza nella consapevole esclusiva funzione di avvolgere quell’equilibrio di erotismo e sublime armonia. Qual’ era tra quelle perfezioni la vera opera d’arte? Non ne dubitò neanche per un momento.

***

Durante i lavori del convegno Aldo avvertiva sempre più rimontante una sensazione di estraneità che ad un certo punto cominciò a rasentare l’indifferenza. Come fosse un osservatore esterno, capitato lì per caso. “Più va avanti la discussione più  diventa  palese  che nessuno intende il confronto come un momento per far crescere una ricerca comune in direzione, non dico della verità che sarebbe troppo, ma almeno di una convinzione condivisa. Ognuno si muove lungo un suo percorso predefinito e l’unica preoccupazione incalzante è quella di smontare le argomentazioni dell’altro”. Era confuso, nervoso. Si rendeva conto , mentre parlava, che si stava avvitando su se stesso, che faceva un’enorme fatica a trasmettere agli altri il senso pieno di quello che rimuginava. Tanto più faticava a comunicare tanto più gli appariva chiaro, di una evidenza palese, che ci si era ormai infilati in una sorta di ginnastica delle idee, un’intellettualizzazione autoreferenziale che si svincolava sempre più da quello che doveva rappresentare il contenuto reale della contrapposizione o della divergenza. Si approfittò della pausa caffè per una serie di riunioni di gruppi separati, una specie di spogliatoio delle squadre in partita, per affinare le argomentazioni rispettive. Più cresceva la raffinatezza e la sottigliezza delle considerazioni più il contenuto appariva astruso fino alla capziosità. Il confine tra giusto e sbagliato, tra velleitario e realistico si faceva sempre più sottile e sfumato.  A quel punto nessuno sapeva più quale fosse il senso e l’oggetto della discussione. L’erotizzazione delle parole e dei concetti incombeva come una cappa plumbea. Aldo non se la sentiva più di partecipare a quella giostra senza senso. Il suo intervento per richiamare l’attenzione sui rischi di quell’approccio non aveva sortito alcun risultato. La deriva appariva sempre più incontrastabile. Finì per essere incompreso anche dai suoi che con qualche battuta malevola lo apostrofarono di arrendevolezza. Decise di uscire all’aria aperta. Sentiva salirgli dentro un sentimento di richiamo da parte del territorio. Come se il territorio, il suo territorio, fosse sinonimo di realtà, fosse l’antidoto efficace contro quella deriva intellettualistica. Un bisogno incontenibile di una saggezza pratica, di un’entità raziocinante sulla realtà, un ancoraggio alla fattualità delle cose. La necessità, per come lui la vedeva, che tutti i partecipanti a quel convegno, venissero obbligati a un lavoro preventivo, propedeutico, a un apprendistato che li rendesse immuni contro quell’ inarrestabile formalizzazione del pensiero. Un apprendistato individuale o collettivo. Un bagliore gli attraversò la mente, un lampo di luce accecante gli fece perdere per un attimo l’equilibrio. Si appoggiò con le spalle alle pietre di un palazzo che stava lì da secoli: e se quell’apprendistato individuale e collettivo fosse la democrazia borghese? Si scosse immediatamente, la notte e la mattinata erano già state piene di troppe emozioni.  Sulla piazza vide una bacheca con gli orari degli autobus extraurbani . Tra mezz’ora ne sarebbe partito uno per Roma, lungo il tragitto sarebbe passato anche nelle vicinanze del suo paese. Del suo territorio. Salì in albergo, raccolse le sue quattro cose e scese lungo la via che portava alla stazione degli autobus. Un pullman rosso fiammante con sopra la scritta “Roma” sembrava aspettare solo lui. Comprò il biglietto e salì a bordo. Appena seduto, il mezzo si mosse lentamente. Aldo si sentì subito meglio.

Frame de "La Classe Operaia Va in Paradiso" di Elio Petri, 1971, con Gian Maria Volonté
2 Gian Maria Volonté in La Classe Operai Va in Paradiso (Elio Petri, 1971)

 

(scena 2)

La pizza era di quelle giuste, alta soffice pastosa. Niente a che vedere insomma con quelle, basse e scrocchiarelle che si mangiavano abitualmente a Roma. D’altronde Filippo era originario di Sapri e aveva un gusto quasi maniacale per la pizza. Diceva spesso che la mozzarella e il pomodoro non dovevano essere appoggiati come un cappello sopra alla base ma dovevano penetrare e fecondare la pasta soffice e un po’ spugnosa. Quella sera aveva convinto Aldo a seguirlo in quel localino di cui lui era un frequentatore abituale. Erano tutti rientrati da Urbino da qualche giorno ma non si erano ancora ritrovati nell’appartamento vicino a villa Balestra in cui lavoravano alla stesura della voce del dizionario europeo del movimento operaio. La formazione non si era ancora ricomposta, una formazione che Aldo aveva rotto in modo assai plateale con il suo abbandono. Filippo era molto curioso di conoscere le ragioni del turbamento che aveva travolto Aldo quella mattina e le motivazioni profonde che avevano portato l’amico e compagno a quella decisione. Non aveva alcuna intenzione di aspettare che se ne discutesse in gruppo, ammesso che questo sarebbe avvenuto. Una permanente inquietudine spaccava l’animo dei singoli e si configurava come una delle caratteristiche dello spirito del tempo.  La conversazione, macchinosa smozzicata, stentava a avviarsi. Entrambi sapevano perché erano lì ma sembrava che nessuno volesse per primo affrontare l’argomento. Filippo non si era neanche tolto l’eskimo nonostante fosse ormai chiaramente fuori stagione e per di più pure a tavola lo teneva abbottonato fino al collo. Appariva ancora più legnoso del solito, a disagio, come se qualcosa gli rodesse dentro. Lo sguardo era sfuggente, cupo. I capelli arruffati e visibilmente bisognosi di uno shampoo. Ad Aldo dava l’impressione di uno che negli ultimi giorni ha riposato male o proprio non ha dormito. Si decise lui ad affrontare il tema. “Quella mattinata è stata per me tremenda. Non so bene cosa mi sia successo, ma mano a mano che la discussione andava avanti mi sentivo sempre più a disagio … come un nodo che saliva su dallo stomaco verso la gola … una sensazione di ansia crescente, di totale insofferenza per quanto accadeva sotto i miei occhi. Era come se io fossi venuto lì con l’idea di avvicinarmi un po’ alla verità, per lo meno per fare un po’ chiarezza nei miei pensieri e invece mi fossi ritrovato di fronte ad un balletto, una specie di minuetto settecentesco totalmente sganciato, avulso dalla problematiche reali … una delusione terribile …” “Anch’io ero molto a disagio e lo sono ancora … non so bene cosa mi sta succedendo ma sento sempre più urgente il bisogno di un impegno totalizzante .. la necessità di mettermi a disposizione totalmente alla causa, anziché continuare con queste discussioni inconcludenti … non mi basta più l’attività di studio di riflessione .. la preparazione a un domani che non si sa mai quando arriverà … sento il bisogno di agire, di fare qualcosa, di passare all’azione …” Aldo lo guardava con un’espressione di sottile preoccupazione. Teneva gli occhi fissi in quelli dell’amico che però non corrispondevano il suo sguardo. Erano sfuggenti in continuo movimento, ora puntavano in basso ora scivolavano di lato ma mai dritti in quelli di Aldo. Sembravano in preda a uno shock nervoso. “Cosa intendi con fare qualcosa, passare all’azione? Anch’io sto pensando di impegnarmi di  più di mettere la mia intelligenza al servizio di un’azione comune … stavo riflettendo in questi giorni se non è giunto il momento di impegnarsi in politica sul territorio.  Sai che  da molto tempo animo un cineforum e un circolo culturale al mio paese, ho anche aggregato un sacco di giovani … mi piacerebbe portare quest’esperienza a un livello più direttamente politico per verificare se ci sono margini per incidere sulla realtà sociale del territorio“. “Aldo, noi siamo due marxisti, stiamo dalla parte del proletariato e della storia che necessariamente ci darà ragione … noi vogliamo cambiare il mondo, ma il problema è quando, con quali tempi e con quali mezzi. Il mondo si è messo a correre, nuovi soggetti si affacciano in America Latina e in Africa. Il partito comunista qui da noi è ormai un soggetto ossificato, imborghesito, del tutto inutilizzabile ai fini di una rottura rivoluzionaria. Io non ci credo più, come tu stai dicendo ad un impegno sul territorio, a una marcia all’interno del sistema democratico che democratico non è più. Il mondo si è messo a correre in direzione del socialismo, dobbiamo anche noi fare qualcosa, agire … oggi, adesso”. “E’ un bene che il mondo si sia messo a correre, come dici tu. È bene che nuovi soggetti rivoluzionari si affaccino sulla scena, guarda quello che sta facendo il popolo vietnamita … ma le cose devono avere la loro maturazione, il movimento degli studenti e degli operai deve arrivare a forme sempre più alte di collaborazione e di coordinamento, non può avvenire tutto e subito …” “E no – scattò Filippo ficcando finalmente i suoi occhi in quelli di Aldo con uno scintillio quasi febbricitante – è qui che non siamo d’accordo … è questo il momento, bisogna inserire un elemento di rottura, volontaristico … altrimenti sarà la reazione ad agire, non passa giorno che non si facciano sempre più forti i rumori di un colpo di stato, di una reazione violenta che ci metta definitivamente a tacere. È a Cuba, a Guevara al generale Giap che bisogna guardare non alle ossificate e omologate socialdemocrazie europee!”

Un'immagine tratta da "Lavorare con Lentezza" di Guido Chiesa, 2004
3 Frame da Lavorare con Lentezza di Guido Chiesa (2004)

 

Calò un lungo momento di silenzio come se quella galoppata li avesse sfiancati entrambi. Si concentrarono sulle pizze. Filippo si accese una delle sue sigarette, tirò una boccata e si appoggiò allo schienale della sedia. Sembrava rilassato ora, in pace con se stesso. Aldo invece si era fatto più teso, nervoso. Le parole dell’amico lo avevano turbato e messo in qualche modo sotto scacco. Finalmente riuscì a riprendere il filo del discorso “Insomma tu non hai più alcuna fiducia nel ruolo delle masse …  in un percorso di attivazione e allargamento progressivo dei poteri dal basso … in un’azione di emancipazione collettiva … “.  “ Sono parole per anime belle, Aldo, non ce la farete mai … sono le avanguardie che fanno la storia, solo loro possono essere la guida di un processo rivoluzionario … il gioco oggi si fa duro, il conflitto è mondiale, da una parte le forze rivoluzionarie dall’altra le metropoli imperialiste .. bisogna scegliere da che parte stare. E qui da noi in Italia l’unica fonte di ispirazione che ci è rimasta, visto il totale imborghesimento delle forze che si richiamano al movimento operaio e vista l’egemonia del Pci, è soltanto la Resistenza. Oggi una nuova Resistenza, ma quella vera, la nostra, non quella tradita da socialisti e comunisti”. Erano seduti a un tavolo d’angolo, il locale era affollato ma intorno a loro c’erano alcuni tavoli liberi. Nonostante questo Aldo abbassò la voce quasi avesse timore di pronunciare quelle parole “Ma dove vuoi arrivare? Stai pensando alla lotta armata?” gli disse tutto d’un fiato. Filippo si accese un’altra sigaretta ne tirò una lunga boccata, di colpo sul viso gli si era disegnata una strana espressione, quasi di superiorità e di alterigia, come di chi ha maturato una scelta importante e ora si sente appartenente a una categoria superiore, di eletti. “Quello che sto per dirti, non appena saremo usciti da questo locale dovrai dimenticarlo, anzi non lo avrai mai sentito. Ho aderito a una cellula dei Gap … sai cosa sono i Gap vero?” Aldo annuì quasi con mestizia, non avrebbe mai pensato che una serata come quella iniziata per conoscere le ragioni della sua fuga da Urbino, sarebbe finita in quel modo. Filippo, come volesse dare ancora più forza alla sua affermazione, “E’ quel gruppo fondato da quel miliardario milanese, è solo qualche settimana che sono dentro, non ho ancora partecipato a nessuna azione …”. Era chiaro che la serata finiva lì, uscirono dalla pizzeria e si incamminarono in direzioni opposte. Qualche giorno dopo si tenne la riunione del gruppo di lavoro. Filippo partecipò con grande coinvolgimento, il suo contributo fu acuto e particolarmente perspicace. In qualche momento sembrava addirittura allegro, cosa assolutamente singolare per lui. Verso la fine dell’incontro comunicò agli altri tre, con un tono quasi indifferente, che il padre era stato colpito da una malattia debilitante e quindi non era più in grado di lavorare e mantenerlo all’università di Roma. Sarebbe dovuto tornare a Sapri per badare al padre e fare qualche lavoretto per mantenersi. Si sarebbe trasferito all’università di Salerno. Si salutarono con grande calore, promettendosi di restare comunque in contatto. Non lo avrebbero mai più rivisto.