Privacy Policy Adolfo Sterich, Racconti (1992)
Racconti Adolfo Sterich Vol. 9, n. 1 (2017)

Adolfo Sterich, Racconti (1992)

Contagi

contagi di adolfo sterich, 1992

Una calda sera di luglio, in un locale in riva al mare, Leo guardava il nipotino Bilbo che lo salutava ridendo sul cavalluccio di una piccola giostra.
Nel tavolo accanto un suo coetaneo, con occhiali spessissimi, chiedeva al figlio adolescente di prendere tre gelati winner. Il ragazzo, con gesti vivaci ma impacciati, si avvicinò al frigo gelati Algida e, dopo vani sforzi, tornò dal padre inciampando nel tavolo di Leo.
Il padre si concentrò per un attimo e, combattendo l’oscurità del loro piccolo mondo, riuscì a prendere i gelati, poi, tenendo il suo sul tavolo, avvicinò gli occhi a pochi centimetri e lesse ad alta voce le singole lettere: W I N N E R.
Il sorriso timido della moglie contagiò la famigliola e tutti, ridendo, mangiarono il proprio con piccoli morsi golosi.
Beati i monocoli nella terra dei ciechi, pensò Leo, e cercò con gli occhi Bilbo, ma non vide niente.

 

Colpo d’occhio

colpo d'occhio di adolfo sterich, 1992

Signor Gracco non mi sente?
Mi scusi ero distratto.
Per un attimo aveva incontrato lo sguardo mobile del cerbiatto e ne era rimasto turbato, quasi paralizzato.
Aveva invano cercato quello sguardo intenso e furtivo in ogni donna.
Il custode gli mostrò gli aironi, i cigni, i daini e tutti gli animali del parco.
Era piacevolmente stanco quando, dopo aver mangiato l’ultima crocchettina di patate, rubata per celia a un commensale, stava per uscire e fumare un toscano riserva.
Con un’irruenza selvaggia entrò un cacciatore e gettò sul tavolo un fagiano ancora caldo di vita.
Sei pazzo urlò il custode alzandosi.
Il cacciatore trattenne la naturale tracotanza e, soltanto un attimo dopo, capì di avere sbagliato stanza.
Mi scusi signor Gracco, ma è incomprensibile come mio fratello, dopo tanti anni, confonda la sala degli ecologisti con quella dei cacciatori.

 

Il bove stanco

il bove stanco di adolfo sterich, 1992

Lo scalino del treno allo stesso livello del marciapiede e la linea cuneiforme della navicella della metropolitana gli erano apparse come l’estetica dell’efficienza e razionalità urbanistica di Londra.
Si fermava tre giorni e la sera dell’arrivo aveva potuto soltanto respirare golosamente l’aria di Bloomsbury.
Il programma era serrato, Wallace Collection, Tate Gallery, Soane’s Museum, National Gallery; i musei erano aperti dalle 10 alle 17 e poi voleva vagabondare per le strade della città.
La sera del terzo giorno camminava per Piccadilly Road verso Gloucester Road, dove si recava per ritirare la borsa in albergo. Aveva la testa piena di quadri e mondi e cercava di dare un ordine alle suggestioni, alle impressioni, alle riflessioni, e si rese conto di amare molto più gli studi preparatori che le opere compiute dei grandi, in particolare di Tiziano e Rubens.
Il filo dei pensieri lo ricondusse alla sua storia, ai suoi percorsi interrotti, alla sua vocazione per l’incompiutezza.
Si era opposto al mestiere del padre e aveva abbandonato la famiglia e il pezzo di terra che li nutriva. In quel rifiuto della terra vedeva ora l’origine della sua inettitudine e la radice del suo smarrimento.
Per un attimo immaginò i contadini della sua infanzia che al tramonto, dopo la fatica dell’intera giornata, tornavano a piedi dai campi e vide se stesso come un bove stanco che dalla National Gallery tornava a piedi in un piccolo albergo di Londra.

 

Luogo comune

Era la prima volta che il professor Perlino varcava la soglia di un ufficio della Regione per ragioni professionali. Lo studio e i doveri accademici lo avevano tenuto lontano dal commercio della scienza. Non era riuscito, però, a sottrarsi alla richiesta di un suo bravo e sfortunato allievo che, per uno strano caso, aveva ottenuto una consulenza in un Comitato tecnico-scientifico della Regione.
Il professore aveva orrore per i Comitati e celava con fatica il disprezzo maturato negli anni per la pubblica amministrazione. Dopo la prima riunione nella saletta dell’ufficio istruzione, sede del Comitato, fu accompagnato in quello della programmazione generale, dove si riuniva un sottocomitato, poi alla formazione professionale per un altro sottocomitato e infine nel palazzo del Presidente.
Passando per i corridoi e poi sostando negli uffici il professor Perlino aveva cambiato radicalmente il suo giudizio su un aspetto rilevante. Ci si può forse arrischiare ad affermare che il professore era uscito dall’ultimo ufficio con un sentimento di orgoglio civile e riconoscenza verso quella Istituzione.
I pavimenti lucidissimi, i mobili senza un granello di polvere, le finestre trasparenti mostravano a tutti l’efficienza e il rigore del servizio di pulizia.

 

Incontri

incontri di adolfo sterich, 1992

L’aveva incontrata una sera a cena in casa di un amico e fu colpito dalla piega delle labbra, che contrastava la luminosità degli occhi e lasciava immaginare una tendenza alla malinconia
Dopo alcuni giorni fu invaso dal desiderio di rivederla e si sorprese a esclamare a voce alta “potrebbe essere la donna della mia vita”. Rimase colpito dal suono fesso della voce e pensò che la maturità detestata aveva aperto un varco dentro la sua coscienza. I pensieri maturi sono definitivi se intelligenti e perentori se sciocchi, pensò, ma sono sempre etici.
Per molti giorni si nutrì di fantasie e sogni, poi delle strategie del cuore e finalmente era pronto per l’azione.
Erano passate due settimane e fu facile convincere l’amico a ripetere la cena dell’incontro. Nell’attesa giocava con le immagini e le frasi dell’incontro: era molto soddisfatto di un’idea brillante che avrebbe tirato fuori, come per caso, nella conversazione. Era sicuro di fare effetto e pregustava il successo.
Lei fu molto felice di trovarlo e, per mostrargli la sua simpatia, confidò soltanto a lui, a fine serata, che da pochi giorni, per essere esatti da una settimana, aveva conosciuto un uomo che avrebbe voluto amare. Ah!!!, rispose lui, ma…., per essere esatti, non sono forse due le settimane?
Lei sorrise, e, quasi tra se, disse, una, due, chissà!!… Salutò tutti con un cenno della mano e andò via.

 

Amori

“Io voglio bene a mia madre anche se ha tolto la vita a mio padre”.
Sentì questa frase come un pugno nello stomaco, si accartocciò nella poltrona con i gomiti puntati sulla pancia e le gambe ritratte a incontrare la testa piegata sulle mani chiuse a pugno, spense il televisore con il telecomando.
Conosceva, per averne letto a suo tempo, la vicenda della donna condannata a vent’anni di reclusione per avere ucciso il marito-padrone-geloso, eppure soltanto ora, ascoltando la voce del figlio che ne chiedeva la grazia, percepiva dentro di se il dolore cupo, greve di quella storia.
Nelle parole del ragazzo Laura aveva avvertito la potenza compressa del dolore che libera, ma ora sentiva solo il sapore amaro delle lacrime.
La sua casa era diventata il rifugio serale della malinconia diurna, che difendeva nelle ore di lavoro e coltivava nella sua tana. La reclusione esistenziale nella quale si crogiolava acuiva la sensibilità ma ne attenuava la capacità reattiva, e viveva una continua oscillazione tra noia e ansia, che si placava nella lettura di romanzi brevi oppure nella visione di un film in televisione o registrato; aveva un commercio quotidiano con un negozio di videocassette.
Era stato per puro caso che quella sera, in una pausa tra un film e un libro, aveva giocato con il telecomando e era stata catturata dal programma di interviste dannate di Franca Leosini e la frase del ragazzo l’aveva ricondotta violentemente a se stessa.
Non trovava più quiete nell’ozio della mente e sentiva crescere l’esigenza di un sentimento forte, autentico, che liberasse il suo bisogno di dare e la capacità di ricevere. Ma come spezzare quel circolo vizioso tra isolamento e evasione che la riportava sempre al punto di partenza e le faceva perdere piuttosto che ritrovare la percezione di se stessa?
Custodiva tra le viscere quanto cercava nella mente?
Se pensava agli uomini riusciva a rammentare sgradevoli sensazioni di rapporti malvissuti.
Eppure era sicura che c’era una via, anche di averla intravista, doveva solo sforzarsi di ricordare.
Si sorprese a pronunciare la frase del ragazzo e pensò che il suo amore tragico per la madre era conficcato nel corpo come spina inespungibile dalla carne, che solo il padre morto avrebbe potuto estrarre.
Questo pensiero le rivelava il timore che solo nel suo passato si celasse il segreto per varcare la soglia pietrificata dell’amore e vide se stessa con un volto e un corpo senza tempo e senza sesso, coperti soltanto dai suoi lunghissimi capelli.
Non era la sua immagine, ora ne era certa, ma la maddalena di Donatello che aveva visto tanto tempo fa nel Museo del Duomo di Firenze.

 

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