Dopo un numero zero già on-line da alcuni mesi, è ora disponibile il primo numero di Studi Umbri, rivista che vuole essere anzitutto, se non soprattutto, l’occasione di apertura di uno spazio – virtuale nella forma, ma non nei contenuti – di discussione e di circolazione di idee. Dunque i testi che qui presentiamo, come già quelli del numero precedente, non mirano ad un approfondimento specialistico, né tanto meno accademico, degli argomenti; essi provano piuttosto a sollecitare la curiosità, a stimolare il lettore a completare da sé il percorso delineato nel testo, o cercano semplicemente di invitarlo a una riflessione solitaria o a una discussione con altri.
Benché Studi Umbri non punti la sua attenzione esclusivamente su problemi e situazioni del locale, in alcuni interventi il lettore potrà scorgere uno sguardo accorto e premuroso, alla ricerca di angoli segreti, dimenticati o, talvolta, inconsapevolmente transitati della nostra regione. È il caso del testo proposto da Anna Belardinelli, che a partire da due costruzioni dell’acropoli perugina disegna un percorso simbolico nel quale prendono corpo due anime opposte della città. Anche il testo di Walter Cremonte, come lui stesso lo definisce, un «nuovo ritorno a Sandro Penna», consente di rivisitare o rammentare uno spazio poetico, che l’autore, mettendo in discussione la linea critica maestra sul poeta umbro, trova segnato dal «desiderio». Dallo spazio simbolico allo spazio politico, il testo di Emidio Speranza propone una riflessione urgente sulle devianze italiane rispetto ai valori storici e alle conquiste giuridiche ratificate dall’Europa nel pur sofferto Trattato di Lisbona.
Altri interventi invitano alla lettura – o alla rilettura – e alla visione; è il caso del testo di Fabio Castellani, dedicato all’opera di Jorge Luis Borges, nella cui scrittura Castellani scorge una parola letteraria che non dà più forma alla realtà, né legifera su di essa, ma ripropone un «insormontabile punto scettico tra la parola e una realtà che non è mai raggiungibile né ricapitolabile». L’intervento di Giorgio Pangaro attraversa una delle versioni più radicali del Woyzeck di Georg Büchner, quella di Herzog, il cui lavoro, scrive Pangaro, è una vera e propria «opera di svelamento». Il testo di Marco Pucciarini si presenta, invece, come una recensione critica del primo volume de Il mito greco di Guido Guidorizzi, cogliendolo come occasione per riflettere sul carattere non univoco di questo fenomeno, secondo l’autore, troppo spesso circoscritto dagli studiosi in un ambito ed in uno schema viziato alla radice, che ne impedisce la reale interpretazione. La proposta di Francesco Calemi è particolare, dacché ha saputo presentare, nella forma leggera di un divertente e ironico dialogo tra Socrate, la sagace moglie Santippe, e una suocera “ficcanaso”, una riflessione sul carattere di quegli enti privilegiati che «danno colore e forma alle cose del mondo altrimenti amorfe»: gli “universali”.
Infine, anche in questo numero proseguono gli appuntamenti di analisi e rilettura del cinema, intesi sia come riscoperta necessaria di autori ingiustamente dimenticati, ma che da qualche tempo iniziano a godere della necessaria attenzione – ad esempio l’opera di Vittorio Cottafavi, analizzata da Antonio Fabio Familiari – siano come momenti di riflessione sul cinema tout court, sul suo ruolo e sulla sua trasformazione nel mondo contemporaneo, come nella rubrica The End di Daniele Dottorini.
Buona lettura.